Se la Terni non ritira i 700 licenziamenti, come faremo a vivere?

Dicembre 1952

E’ una madre angosciata quella che prende carta e penna e scrive a L’Unità. E’ il 1952, dicembre. Da pochi giorni le acciaierie di Terni hanno licenziato settecento dipendenti. La città cerca di reagire, ha paura per il suo futuro, si batte perché quei licenziamenti, che non si spiega, vengano ritirati. Non sa ancora che non ci sarà niente da fare e che dieci mesi dopo di licenziamenti, anzi, ce ne saranno altri duemila.
Lei sfoga la propria rabbia, la delusione, la paura per un futuro che, per suo figlio come per i figli di altre centinaia di madri, si presenta grigio ed incerto. Non sa a chi rivolgersi ed allora scrive a L’Unità.
Terni licenziamento dei 700“Mio figlio Omero è stato licenziato dalle Acciaierie, senza nessun motivo, come tutti gli altri che hanno subito la stessa sorte”, si apre la lettera. “Le acciaierie, dicono tutti, le vogliono chiudere. E intanto gettano in mezzo alla strada tanti poveri diavoli come mio figlio, che non hanno altre risorse che un paio di braccia, che non hanno altra aspirazione che quella di lavorare”. “La sorte che il provvedimento delle acciaierie mi ha riservato è questa: mio figlio Omero rappresentava l’unica fonte di vita per la nostra famiglia composta oltre che da me e da lui, anche da un altro figlio. In conseguenza del licenziamento, noi adesso dovremmo vivere con la pensione di lire 1.136 mensili che mi viene corrisposta per un figlio morto in guerra. Va bene che noi siamo da lungo tempo abituati alle privazioni, agli stenti, ai sacrifici, ma penso che nessuno sarebbe capace di vivere con poco più di mille lire al mese, sapendo che debbono bastare a tre persone”.
Una protesta, fatta con dignità. La segnalazione di una situazione diperata. Ma la mamma di Omero non pensa solo a sé stessa ed alla sua famiglia. “Non faccio questione di Tizio, Caio o Sempronio – scrive – la vita è difficile per tutti, il salario dei lavoratori non è sufficiente, non dà sicurezza, non dà garanzie di poter mangiare tutti i giorni… Se invece che a mio figlio, questa triste sorte fosse capitata a un altro, sarebbe stata la stessa cosa giacché qui si tratta del pane di tutti. Ma una cosa voglio chiedere a coloro, siano dirigenti della Terni o esponenti del Governo, che hanno preso il provvedimento di licenziare 700 lavoratori: credono essi davvero che io possa vivere insieme a due figli con poco più di mille lire al mese? Io credo di no, e mi rifiuto di pensare che l’intelligenza loro sia così limitata”.
Poi la firma: “La mamma di Omero C., Licenziato”.

©Riproduzione riservata

Vedi anche:

1952; la “Terni” licenzia i primi 700

Ottobre ’53, a Terni barricate in difesa del lavoro

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