1952, la “Terni” licenzia i primi 700

Il 12 dicembre 1952
a Terni fu un “venerdì nero”. Di prima mattina fu resa nota “la lista” di cui si temeva, da settimane, l’ufficializzazione. Era l’elenco di settecento licenziati dalle acciaierie. Erano i primi effetti del “piano Schuman” che, oltre che alla nascita della Ceca, portò a limitazioni della produzione di carbone e acciaio e alla necessità della riorganizzazione dell’intero settore nei Paesi aderenti. Era quello il primo atto sulla strada dell’integrazione tra i Paesi europei, ma anche il primo dei piani, succedutisi negli anni, di riorganizzazione della produzione di acciaio, piani che hanno sempre coinciso con sacrifici per i lavoratori del settore.
La Commissione interna fu convocata nella tarda serata dell’11 dicembre dal direttore centrale del settore siderurgico della Terni, ingegner Elia Mandrelli, il quale annunciò quel che sarebbe accaduto il giorno dopo e che cioè sarebbero state spedite le lettere di licenziamento per seicento operai e cento dipendenti del centro di formazione.
Contro la decisione, seppure ancora fosse solo nell’aria, si era già tenuto uno sciopero generale cittadino ai primi di dicembre. Un altro ne fu proclamato subito dopo per chiedere il ritiro del provvedimento. I lavoratori licenziati si opposero andando comunque in fabbrica, ma ben presto sia loro che la città dovettero arrendersi.
Cominciava quello che è stato definito l’anno dei licenziamenti. A quei settecento lavoratori mandati a casa nel mese di ottobre del 1953 se ne aggiunsero altri duemila nell’ottobre del 1953. La città anche in quell’occasione reagì, ma tutto fu inutile. Da quel 12 dicembre il rapporto tra la fabbrica e la città fu diverso.

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