Wassili, il boyfriend della Cavalieri

Il 6 gennaio 1971
morì a Roma, nella sua casa di via Montevideo, Wassili d’Angiò, duca di Durazzo, conte di Gravina e di Alba, ex capitano dell’esercito zarista, ultimo discendente del re di Napoli, di Sicilia e d’Albania Carlo D’Angiò. Aveva 84 anni. Fu l’ultimo castellano che abitò la Rocca Albornoz a Narni.

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Lina Cavalieri

Qualche giornale ne dette notizia in poche righe e con un titoletto a una colonna: “E’ morto il principe amato da Lina Cavalieri”. Perché Wassili fu un personaggio turbolento, un estemporaneo, sempre pronto a portare qualcuno in tribunale, e che fece furore nella Parigi del 1920, dove meritò la fama di tombeur de femmes. Una “carriera” che ebbe la sua perla fulgida nella relazione con Lina Cavalieri, la “Venere della Bell’époque”, com’era chiamata, una cantante lirica nata a Rieti che ebbe grande successo sui palcoscenici di tutta Europa per la sua bravura, ma anche per la sua bellezza. Non a caso fu una delle prime dive del cinema muto. La relazione tra lei e il giovane Wassili fece parlare le gazzette di mezzo mondo. Wassili non badava alle chiacchiere né alle spese, come quando, sempre a Parigi, fece ricorpire di petali di rose rosse l’intero tragitto tra la stazione ferroviaria e l’albergo (poco lontano) in cui l’aspettava.
Anche lui, in seguito, si dette al cinema. Trasferitosi in Italia nel 1922 e acquistato il castello di Narni (le mezze misure non erano cosa per lui), dopo la seconda guerra mondiale si lanciò nel jet set romano e nel 1950 esordì come attore. Scelse un nome d’arte che faceva snob, tanto era “anonimo”: Carlo Bianco. E non fu esordio da poco il suo: interpretò la parte di un pianista russo in “Luci del Varietà”, un film che tra i titoli di coda annovera una sequela di grossi nomi: soggetto di Federico Fellini, regia di Alberto Lattuada, interpreti principali Giulietta Masina e Peppino De Filippo. Alla grande!
Nel 1954 di nuovo sul set: fu un miliardario in un film oggi ritenuto tra i più importanti del cinema italiano anni Cinquanta: “La Spiaggia”. Ancora con Lattuada, regista ed autore del soggetto, mentre gli interpreti principali erano Martine Carol e Raf Vallone.
A quel punto considerò che alla cinematografia italiana aveva già dato abbastanza, e quindi si ritirò a fare il castellano a Narni. Tornò agli studi di araldica, di cui era considerato uno dei massimi esperti, e non mancò di intentare unaa causa, davanti al Tribunale di Parigi, denunciando uno sconosciuto francese che si “spacciava” – sostenne il principe – per discendente dei D’Angiò. In aula esibì un decreto reale di Alfonso XIII di Spagna che stabiliva la verità, ed ovviamente vinse la causa. Una delle tante da lui intentate, come quella protrattasi per anni contro la Gioventù Italiana del Littorio. . «Si sono accampati nell’area boscata del castello senza il mio permesso – tuonò l’ex ufficiale zarista – Protestai ma non ottenni niente, nemmeno che evitassero di danneggiare la mia residenza». E si rivolse al giudice per il risarcimento: il Tribunale li quantificò in nove milioni di lire, che, in appello divennero tre e poi due. Finì che Wassili si mise in tasca un milione, oltretutto nel 1956, vent’anni dopo. In pratica ci aveva rimesso.
Ma non c’era problema per lui. Nel frattempo aveva promosso altre cause. Una a difesa dell’onorabilità della memoria dello zar e contro una signora residente in Germania la quale sosteneva di essere Anastasia Romanoff, ultima figlia di Nicola II. «E’ una contadina nata vicino Brema, che va cercando!», tagliò corto il duca.
Wassili ci teneva: russo di Pietroburgo, aveva servito in armi lo zar e gli era rimasto fedele, anche quando, per questo motivo, i bolscevichi lo carcerarono. Fuggì dalla galera, corrompendo qualche secondino e riparò in Francia, dove si dette alla bella vita e dove incontrò la Cavalieri: aveva “svoltato”.
Alla Rocca di Narni visse per decenni, raccogliendo cimeli e testimonianze sulla famiglia. Nel testamento lasciava tutto all’amministrazione pubblica con una postilla: la rocca doveva diventare un museo delle vestigia dei D’Angiò.
Non è stato così, tanto è vero che la Rocca di Narni dopo vari tentativi infruttuosi, è ancora oggi una molto poco utilizzata struttura ricettiva. Buon per il Comune che Wassili sia passato da tempo a miglior vita, sennò una bella causa non gliela toglieva nessuno.

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