Terni, accordo con le acciaierie: congelati 500 licenziamenti

terni acciaierie ast26 gennaio 1950

Lo sciopero generale era stato annunciato per il 25 gennaio del 1950, ma il 24 giunse la convocazione di un tavolo di confronto preso il Ministero del Lavoro, e lo sciopero fu rinviato di 48 ore, in attesa di un possibile accordo tra azienda e sindacati.

Era uno di quegli scioperi che hanno visto, più e più volte, la città fermarsi e protestare contro decisioni che mettevano in forse il suo futuro: 15.000 operai del gruppo Terni e di lavoratori dell’edilizia erano pronti ad incrociare le braccia per 24 ore. Per tre ore si sarebbero fermati i tram; per sei ore i servizi pubblici e privati e, infine, secondo quanto ribadì energicamente un comunicato dell’Associazione Commercianti, per tre ore bar, negozi, botteghe ecc. avrebbero abbassato le saracinesche.

Lo sciopero generale fu rinviato in attesa delle notizie che sarebbero state comunicate da Roma sull’esito dell’incontro che si tenne nella sede del Ministero alla presenza del Ministro, Amintore Fanfani, del sottosegretario Giorgio La Pira, dei rappresentanti della Confindustria e della “Terni”, dei sindacati nazionali e locali, questi ultimi rappresentati dai segretari Pozzabon, Morelli e Tomassoni.

Sei ore e mezza di discussione, ma all’una di notte, del 26 gennaio l’accordo si trovò. La “Terni” manteneva viva la necessità di riduzione delle maestranze per una quota pari a cinquecento unità lavorative, si contava però nuovamente sulle dimissioni volontarie⇒ che sarebbero dovute essere sottoscritte entro il 25 febbraio 1950 e che riguardavano ” il personale equiparato e operaio degli stabilimenti siderurgici, degli stabilimenti elettrochimici di Papigno e di Nera Montoro e della Direzione Generale”.

Non mancava l’incentivo: i dimissionari avrebbero infatti percepito in aggiunta alla indennità di licenziamento contrattualmente spettante, una maggiorazione pari a ducentomila  o, nel caso fosse più favorevole, l’importo relativo a 1.100 ore di retribuzione globale.

lavoratori inclusi nelle liste di licenziamento e che non avessero presentato le dimissioni entro il 25 febraio, sarebbero stati considerati in posizione di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione. Le dimissioni volikntarie, ovviam,ente, sarebbero state accettate anche da parted i quei lavoratori che non eranno nelle liste dei licenziamenti. Nel caso, recitava il resto dell’accordo, “sarà riammesso al lavoro un numero di lavoratori sospesi pari al numero degli elementi non compresi nelle liste di licenziamento che abbiano nel frattempo presentato le dimissioni”.

Il Ministro Fanfani cercò anche impegni per il futuro, da parte della Terni, la quale si limitò a garantire che, “la Società non precederà a licenziamenti — fatta eccezione per gli eventuali, licenziamenti per motivi disciplinari per il personale operaio ed equiparato delle Acciaierie, degli Stabilimenti elettrochimici di Papigno e di Nera Montoro. e della Direzione Generale fino al 16 agosto 1950”. La “Terni” s’impegnava a versare dieci milioni di lire al Prefetto di Terni “perchè li destini al Soccorso Invernale”.

C’erano, insomma, sette mesi di tranquillità, ma poi la questione del personale in esubero si arebbe ripresentata se non si fossero trovate altre soluzioni. Ma quali? Non se ne trovò alcuna di soluzione, e si arrivò ai licenziamenti di massa del 1952 e 1953⇒.

®Riproduzione riservata

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