Via XX Settembre, “autostrada” per il mare Adriatico

Solo campagna da quella parte della città. E una fila di casupole lungo via XX Settembre, la statale Flaminia che reggeva tutto il traffico da Roma verso le Marche e l’Adriatico. Subito prima di quelle case una tabella segnalava che si entrava a Terni. Lì cominciava il territorio comunale, più o meno all’altezza _ oggi _ della rotonda tra la chiesa e il centro commerciale di Cospea. Fin lì campagna, rotta dalla ferrovia per Rieti, il passaggio a livello, poi eliminato grazie ad una cavalcavia, e la stazioncina di Cospea. Quello era territorio della Gabelletta di Collescipoli. Insieme allo stabilimento della “gomma sintetica”. Tutta un’altra cosa rispetto alla città che era considerata lontana al punto che chi dalla Gabelletta andava a far spese in via Roma o al mercato di piazza Solferino diceva: “So’ stato a Terni”.

Il villaggio San Giovanni era diviso a metà dalla Flaminia: verso il fiume le prime (poche) case popolari; dall’altra casupole e orti. Per gli abitanti erano la “Cirenaica” e la “Tripolitania”. A via Varese la “Tripolitania” finiva: una rete sbarrava il passo. Di là un campo con alberi di mele arrivava fino al fosso di Stroncone. Più a Est via Mentana e il villaggio Italia.

Col boom dell’auto e l’incremento vertiginoso dei trasporti su gomma il traffico sulla Flaminia diventò terribile: file che da Ponte Romano, svincolo per entrare in centro, arrivavano fino al passaggio a livello di Cospea. Incidenti. Gravi. Spesso mortali.

Quando negli anni Sessanta del ‘900 il Villaggio San Giovanni s’ingrandì a dismisura coi palazzi dell’Iacp il baricentro abitativo cittadino si spostò. Migliaia di ternani lasciarono le stamberghe del centro storico ed ebbero una casa “vera”. Quasi settecento furono gli alloggi costruiti tra il 1954 e la metà degli anni Sessanta.  Significa che erano migliaia gli abitanti nella fascia San Giovanni, Villaggio Italia, San Valentino. E tutti ad attrupparsi a Ponte Romano per recarsi in centro, perché lì erano rimasti i servizi: gli uffici, i negozi che non fossero generi alimentari, macellerie o frutta e verdura.

Nel 1971 arrivò il piano quinquennale (poteva una città “rossa” come Terni non avere un piano quinquennale?) che stanziava da subito 300 milioni di lire per la “grande viabilità”. Nasceva il progetto della strada dei quartieri: quattro corsie a collegare la zona di San Martino, dove sarebbe sorto il nuovo stadio, con San Giovanni e questo col quartiere Italia. Un anello a scorrimento veloce, si diceva. Serviva un altro ponte da costruire a valle di Ponte Romano. Ed eccolo lì: “Nuovo Ponte sul Nera” fu chiamato in attesa che si scegliesse a chi o che dedicarlo. Nel 1974 la decisione definitiva del consiglio comunale, poi i lavori. Lo chiamarono Ponte Allende dopo i fatti del Cile. L’inaugurazione si fece qualche anno dopo mentre si varava il piano di edilizia convenzionata che doveva trasformare tutta quella campagna tra San Giovanni, il canale Cervino, e la ferrovia per Rieti: nasceva l’agglomerato di Cospea, altro grande quartiere.

E il traffico sulla Flaminia? Il problema era già stato risolto, in gran parte, con il Rato, il raccordo autostradale Terni-Orte.

Articolo pubblicato dal Messaggero-cronaca di Terni l'11 nov. 2016

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