Fascisti mettono Orvieto a ferro e fuoco

marcia

 

Novembre 1921

Orvieto assalita da gruppi di fascisti che avrebbero avuto l’intenzione di mettere a ferro e fuoco la città. Sciontri, sparatorie, l’interventi delle’esercito per mettere sotto contro la situazione. Il bilancio fu di un morto e un ferito tra i comunisti orvietani, un ferito tra i fascisti. 

Accadde nel pomeriggio del 12 novembre 1921. Tutto ebbe inizio nel momento in cui alla stazione di Orvieto fece sosta un treno speciale di fascisti che tornavano a casa, nel Nord Italia, dopo aver preso parte, a Roma, al congresso dei fasci di combattimento tenutosi dal 7 all’11 novembre. Un congresso che capitò in un periodo di gravi tensioni e disordini tra fascisti e comunisti in tutta Italia. bastava un niente perché scoppiassero disordini e si mettesse mano alle rivoltelle. Solo nei pochi giorni del congresso si registrarono due morti e centocinquanta feriti in vari scontri e in diversi centri della penisola. Innumerevoli le sedi ed i circoli di partito devastate.

Quando il treno dei fascisti si fermò alla stazione di Orvieto Scalo c’era chi li aspettava: erano gli Arditi del Popolo che da dietro un muro esplosero alcuni colpi di pistola all’indirizzo di un gruppo di fascisti che stava recandosi al buffet della stazione. Uno di loro fu ferito: Pierino Mutti, 27 anni, segretario del fascio di Collecchio in provincia di Parma, decorato con medaglie d’argento e di bronzo nella prima guerra mondiale.

La reazione dei fascisti fu immediata e violenta. Erano circa quattrocento su quel treno. Divisi in gruppi uscirono dalla stazione forzando il blocco imposto dalle f orze dell’ordine e si avviarono sparacchiando verso Orvieto, mentre Mutti era condotto in ospedale.Un gruppo incontrò un camion, appena fuori della stazione. C’era a bordo un facchino orvietano, Giovanni Cingo. Minacciandolo con il revolver lo fecero scendere. Lo perquisirono. In tasca aveva la ricevuta di un contributo versato agli Arditi del popolo: lo uccisero lì, senza nemmeno dargli il tempo di dire “ah”. Una colpo di revolver ferì un muratore comunista, Riccardo Scaramundi, 47 anni; fu assaltato e devastato il circolo che inalberava l’insegna di “Ricreatorio dei salariati”, mentre alcuni manovali delle ferrovie che erano lì, furono malmenati.

Intanto in stazione erano sopraggiunti altri due treni speciali che portavano verso il nord Italia i partecipanti al congresso dei Fasci di combattimento. Anch’essi scesero. Dalla stazione stava uscendo una vera e propria turba di gente decisa a vendicarsi. Le forze dell’ordine chiesero l’aiuto di una compagnia dell’Esercito mentre da Perugia partivano rinforzi. Fu una giornata impegnativa, ma alla fine riuscirono a fare in modo che i fascisti fossero costretti a rientrare in stazione, salire sui loro treni e andarsene.

A Orvieto fu proclamato un giorno di sciopero generale per protesta, mentre gli inquirenti arrestarono quattro fascisti per dannegiamenti e diversi comunisti per il ferimento di Mutti. I responsabili dell’assassinio del facchino e del ferimento del muratore non furono, invece, individuati.

La calma ritornò, ma solo in apparenza. I fatti ebbero una coda una settimana dopo: un contadino di 29 anni di Orvieto, Remo Mancinelli,  fu colpito con due pugnalate vibrate da Giuseppe Cerato, fascista di 19 anni nel corso di una rissa scoppiata in un’osteria. “L’ho pugnalato per difendermi”, disse Cerato ai carabinieri che lo arrestavano.

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