Cacciati i frati, l’Eremita diventa una stalla

Ai tempi del vero Napoleone la sua posizione quasi inaccessibile l’aveva salvato. Il convento dell’Eremita di Cesi (o di Portaria, secondo certe indicazioni) non fu tra quelli dai quali furono fatti “sloggiare i frati”. Ma non ci fu niente da fare, quando lo stesso provvedimento preso dall’imperatore dei francesi al tempo del suo dominio sull’Italia, fu assunto da un altro Napoleone: Gioacchino Napoleone Pepoli, commissario per l’Umbria dell’appena costituito Regno d’Italia. Erano passati quasi sessant’anni, ma l’idea era rimasta quella: i beni ecclesiastici andavano tutti requisiti e conferiti al demanio. L’ordinanza, una dele prime emesse da Pepoli,fu fatta valere anche per quel convento, posto a circa ottocento metri di altezza, su un fianco del Monte Torre Maggiore, in mezzo ai boschi.
I frati erano a pranzo quando udirono picchiare alla porta del convento, il 17 gennaio 1867. Erano alcuni agenti del Demanio i quali, mandando loro di traverso il boccone, notificarono ai religiosi l’ordine di evacuare immediatamente il convento: era giunta a compimento la pratica di soppressione dell’Eremita di Cesi come entità religiosa e conventuale, avviata già da tempo. E così quel luogo diventato convento su iniziativa di San Francesco che per un periodo dimorò lì; quel luogo la cui costruzione risaliva ai primordi dell’era cristiana e che era stato eremo di santi, diventò di proprietà del Regno d’Italia e fu destinato ad altri scopi, ben più terreni. Lo Stato lo dette in locazione e l’affittuario, per prima cosa, liberò i locali da tutte quelle “cianfrusaglie” che vi aveva trovato: il coro, i confessionali, le tavole che pavimentavano alcuni locali: tutto fu venduto come legna da ardere. Poco tempo dopo il convento fu venduto alla famiglia Eustachi di Cesi, che lo trasformò in un casale di contadini con annessi pollaio, porcilaia, stalla.
Era un rudere più di cent’anni dopo, quando – negli anni immediatamente successivi al 1990 – un altro frate, fra’ Bernardino, decise di recuperarlo e ristrutturarlo.

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Per saperne di più

Paolo Rossi, “L’Eremita degli Arnolfi“, in Memoria Storica, Rivista del Centro Studi Storici di Terni, n.2 dicembre 1992. Ed.Thyrus, Arrone

Nella foto: Particolare della mappa di Francesco Stelluti del 1636 (nel cerchio l’Eremita di Cesi)

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