Foligno 1796, impiccato per aver ucciso un prete

Era geloso Nicola Gentilucci, un giovane di Foligno. Ad insidiare la sua donna era per di più il curato, cosa che agli occhi di Nicola era ancor più esecrabile. Ma gliele fece pagare a quel prete: non si conoscono particolari del gesto, anche perché si verificò a Foligno nel 1796, ma sembra di capire che aggredì il prete mentre passava in carrozza. Lo uccise e poi, per non lasciare testimoni, fece fuori anche il vetturino. Quindi si dette alla macchia, con tutte le difficoltà che ciò comportava. Affamato, senza soldi rapinò due frati. Ma pochi giorni dopo le presero, lo giudicarono e lo condannarono a morte.
La sentenza fu applicata il 22 marzo di quello stesso anno. Prima dell’esecuzione, Gentilucci fu rasato, vestito con abiti nuovi, calzoni neri ed una camicia candida. Si voleva dare una particolare solennità all’esecuzione di quel giovane che se l’era presa con preti e frati. Due ore prima dell’alba lo svegliarono: doveva assistere alla messa. Il confessore gli dette l’assoluzione in “articulo mortis” cosicché poteva morire contento perché – gli spiegò – sarebbe andato in paradiso. Sul luogo dell’esecuzione, una spianata dentro le mura di Foligno, fu accompagnato da guardie in grande uniforme e da un corteo di Penitenti Bianchi in abito da cerimonia, col cappuccio calato sugli occhi. Nella sala comunale, in precedenza, i penitenti si erano schierati su due file mentre, a completare la scenografia, un grande crocifisso era stato posto sopra la porta e due frati stavano ai lati di questa. Lì fu notificata la sentenza a Gentilucci.

Con l’esecuzione del giovane folignate iniziò la carriera di Mastro Titta, il boia pontificio per antonomasia. Aveva 17 anni, e fu la prima di circa seicento sentenze capitali portate a compimento.

Si tratta di un esordio non privo di qualche difficoltà quello di Mastro Titta: “Non trovai alcuno che volesse vendermi il legname necessario per rizzare la forca – raccontò in un suo libro di memorie –  e dovetti andar la notte a sfondare la porta d’un magazzino per provvedermelo. Ma non per questo mi scoraggiai e in quattr’ore di lavoro assiduo ebbi preparata la brava forca e le quattro scale che mi servivano”.

Legatagli la corda al collo “con un colpo magistrale lo lanciai nel vuoto e gli saltai sulle spalle, strangolandolo perfettamente – si compiace Mastro Titta – e facendo eseguire alla salma del paziente parecchie eleganti piroette”. Un uomo di “spettacolo”, insomma, il boia, che non  dimenticò si eseguire fino in fondo la sentenza di condanna a morte per impiccagione e squartamento.

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