A Borgo Rivo un’immagine sacra miracolosa

Da Terni, verso Ovest, l’uscita era quella di Porta Sant’Angelo, che riprende il nome da un’antica chiesa che era nelle vicinanze, poco oltre le mura alle quali era adiacente un mulino che pescava energia dalle acque del Serra e in seguito, quando il torrente fu deviato a immettersi nel Nera a monte della città, da quelle della “Forma Nova”. Annesso alla chiesa di Sant’Angelo, un “ospitale”. Tutto fu demolito nell’anno 1600. Della chiesa non resta traccia, per quanto riguarda l’ospedale, a testimoniare che c’era davvero, resta una norma inserita nello Statutum Interamnae, più d’un secolo prima, con cui si stabiliva una riduzione della gabella per chi lasciasse legna da ardere all’Ospedale.
Legna che proveniva dalla vasta campagna che s’estendeva dal limitare delle mura cittadine fino ai piedi dei monti di Cesi. Una distesa rotta dal non lontanissimo convento dei Padri Girolamini, annesso alla chiesa della Madonna del Monumento. Erano loro, i Girolamini a esercitare la giurisdizione parrocchiale su tutta quell’area o almeno fino all’altra chiesa importante, che sorgeva ad un miglio: la chiesa di Campitello, dedicata a Maria Vergine e all’apostolo Matteo. La “gestione” della parrocchia di Campitello era stata affidata alla Congregazione del Suffragio, la stessa che s’occupava in città di San Nicandro e, in anni successivi, della chiesa di San Giovanni Decollato.

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La Fiera di Campitello in una vecchia cartolina

Una congregazione forte, di cui c’era necessità, specie in occasione della “grossa e famosa” fiera che si teneva a ridosso della chiesa, nella seconda metà di settembre, per festeggiare la ricorrenza di San Matteo: “Vedevasi sparso d’ogn’intorno quantità innumerabile di più sorta di mercatanzie”, scriveva nel XVII secolo Francesco Angeloni nella sua “Storia di Terni”. Una fiera che attirava “infinito popolo dalle convicine Città, Terre e Castella”. Una fiera che andava avanti quindici giorni, e che registrava spesso diatribe e liti che proprio i reggitori della parrocchia, ergendosi a giudici, erano chiamati a dirimere.
Non mancavano altre chiese nelle vicinanze: quella di San Giovanni “al piede di un prossimo monte”, (poi chiamata, appunto, di Piedimonte) in luogo in cui “si gode una salubrità d’aere la migliore di quel contorno”, testimonia l’Angeloni. E la chiesa di San Clemente che allora, alla metà del 1600 era stata appena restaurata.
Non esisteva ancora, invece, la chiesa che, al giorno d’oggi, s’incontra per prima, lungo quella che allora era chiamata la Via Tuderte, non appena oltrepassato il cimitero cittadino e la Madonna del Monumento, all’imbocco di Borgo Rivo. E’ appunto la chiesa di Santa Maria del Rivo, la cui costruzione ebbe inizio quarant’anni dopo che l’Angeloni scrisse la sua “Storia”.

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La chiesa della Madonna del Rivo oggi inglobata da moderne costruzioni

Alla fine di agosto del 1674, infatti, risale la posa della prima pietra. La Diocesi s’era trovata a dover dare una risposta alle numerose richieste – accompagnate da sostanziose donazioni – di realizzare un tempio degno attorno ad un’immagine della Madonna con Bambino che lì si trovava. Una piccola edicola di campagna che contava numerosi devoti, alcuni dei quali sostenevano di aver avuto grazie e miracoli. Il vescovo, Pietro Lanfranconi (il cui stemma compare sulla facciata), informò il papa Clemente IX. E il papa dette il permesso di erigere la chiesa del Rivo. Da allora parte integrante della tradizione cittadina, al punto che qualcuno, colpito da improvvisa contrarietà, non esitava a pigliarsela con “lu prete de lu Riu”.

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