Un meccanico di vent’anni, la “Belva di Spoleto”

Spoleto, dicembre 1946

Lo trovarono per terra, lungo. In piazza d’Armi a Spoleto. Qualcuno l’aveva preso a martellate in faccia. Lo portarono subito al pronto soccorso.

Quella che preoccupava di più era la ferita profonda all’occhio destro, poi c’erano quelle alla testa, ma sembravano meno gravi, anche perché l’uomo, Amedeo Bagnoli, fabbro di 51 anni, era cosciente. C’era da curarlo, prima di tutto, poi gli avrebbero chiesto cos’era successo. Ma non ci fu bisogno di aspettare. Perché pochi minuti dopo al pronto soccorso spoletino si presentò un giovane di 21 anni, un meccanico di San Nicolò, Crociano Coppola: “Uno che non conosco mi ha aggredito per rapinarmi” disse mostrando una serie di ferite alla testa ed al collo: coltellate. Bagnoli, riconosciuta la voce, fece un balzo sul lettino: “E’ lui – esclamò – Mi ha aggredito per rubarmi cinquantamila lire”. Una bella sommetta se ci considera che i fatti avvenivano nel periodo natalizio del 1946.

I carabinieri di Spoleto che portarono avanti l’indagine, non avebbero mai immaginato, dove essa li avrebbe condotti. Si allargava a macchia d’olio ora dopo ora. Per loro fu un Natale di duro lavoro perché scoprirono che Coppola di delitti a scopo di rapina, n aveva compiuti diversi. Un serial killer? Allora si utilizzavano altri termini e il giovane meccanico passò agli onori della cronaca come la “Belva di Spoleto”.In effetti le cinquantamila lire furono trovate nella tasca del meccanico, solo che – si accertò poi – esse non erano frutto di una rapina, ma il prezzo pagato da Bagnoli per la “fornitura” di cinquanta quintali di benzina di contrabbando. All’appuntamento Coppola, però, si presentò senza il carburante e finì a mazzate.

Ma di belve – a quanto fu poi accertato – a spasso nello spoletino ce n’era anche un’altra. Un altro “gentiluomo” che si dimostrò non avere scrupoli quando si trattava di rapinare le persone. I carabinieri riaprirono tutti i casi di omicidi insoluti degli ultimi mesi, verificatisi nella zona. Intendevano stabilire il ruolo del meccanico di San Nicolò in ognuno di essi. E così scoprirono che negli assassinii di una ragazzo di tredici anni e di un’anziana Coppola non c’entrava niente e che l’omicida, la “Belva di Spoleto bis”, era un altro, ossia Giorgio Di Mauro, un pregiudicato di 27 anni, nato in Lussemburgo, residente a Benevento, che da qualche tempo viveva a Spoleto sotto il falso nome di Giorgio Principini.

Un bell’animo nobile, costui. Non si era fermato davanti ad un ragazzo di 13 anni orfano di padre che ebbe l’unico torto di averlo sorpreso mentre stava rubando tutto quel che si trovava nella sua abitazione. L’altra vittima di Di Mauro alias Principini, era stata un’affittacamere di 78 anni, Emilia Galli, vedova, che fu sgozzata mentre dormiva per rubarle poche migliaia di lire.

Tutta un’altra “carriera” quella di Crociano Coppola. Che aveva esordito nell’estate del 1946 ammazzando a martellate sulla porta di casa Ettore Ponti, cancelliere in pensione, che era amico del meccanico e di cui in più occasioni era stato il benefattore. L’omicidio restò avvolto nel mistero, fino a quando, dopo l’arresto per l’aggressione al fabbro di Spoleto, Coppola non confessò di avere ucciso l’ex cancelliere. Per rapina.

La stessa tecnica, agendo sulla porta di casa della vittima, la utilizzò quando, qualche settimana dopo, di omicidi ne commise due, ammazzando due agricoltori, padre e figlio: Giuseppe e Salvatore Salviani. Anche questo fu un delitto su cui si fece piena luce solo dopo la confessione della “Belva di Spoleto”. S’era presentato a casa dei Salviani armato di fucile. Giuseppe Salviani aprì al visitatore che bussava alla sua porta alle otto di sera e non trovò niente di strano, a quell’ora, nel trovarsi al cospetto di un giovanotto col fucile che diceva di voler comprare uova fresche. Ce le aveva e andò a prenderle, ma fece solo un paio di passi. Coppola gli sparò alle spalle. Morì all’istante. Il figlio Salvatore, accorso, saltò addosso a Coppola che fece fuoco di nuovo uccidendolo. Razziò soldi e alcuni oggetti d’oro che erano in un cassetto.

Quasi due anni dopo alla fine di ottobre del 1948 la “Belva di Spoleto” comparve davanti ai giudici. Ergastolo, fu la sentenza.

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