A Terni mai venire dalla Sgurgola

“Ma che te credi, che vengo da la Sgurgola?”. Dove la Sgurgola assume il significato che i romani danno “a la montagna der sapone”.
E’ un’espressione ancora oggi molto usata, tra i ternani, per dire che nessuno dorme da piedi, cui fa da contraltare, ovviamente, “quillu vene da la Sgurgola”, per significare che quel qualcuno è rimasto un po’ troppo indietro, per intelletto, per conoscenze o per “prontezza” di riflessi.
Ma cos’è questa “Sgurgola”? Perché il riferimento ad essa ha assunto questo significato?
Va intanto detto che Sgurgola si chiama una cittadina in provincia di Frosinone (ha quasi tremila abitanti) e che esiste anche Scurcola Marsicana, altro centro abitato che ha più o meno la stessa grandezza di quello frusinate.
Non c’entrano niente, però, questi riferimenti con la Sgurgola ternana, che altro non era _ anzi: non è _ che la montagna che sta a strapiombo sopra la Valnerina ed il Nera, quella in gran parte mangiata dalla miniera da cui si estraeva il minerale che costituì per decenni la materia prima della fabbrica del carburo di calcio.
E passo della Sgurgola è il valico della montagna, lì dove _ arrivando da Marmore _ la strada si snoda lungo il costone aprendo davanti agli occhi il panorama dell’intera conca ternana. Chi arrivava a Terni dalla strada della Sgurgola, veniva dalle zone più povere ed arretrate: dalla campagna. E i ternani si sentivano già cittadini evoluti.
Un montagna scoscesa, la Sgurgola, nei tempi passati ricoperta per intero da alberi fitti e rigogliosi. Si parla del XVIII secolo, del periodo in cui la valle sotto Papigno e le montagne che lo sovrastano sollecitavano l’ammirazione dei viaggiatori del Gran Tour, dei personaggi che in quegli anni ”costruivano” la cultura europea e la rappresentavano ai massimi livelli. Pochissimi tra di loro seppero resistere alla magnificenza della Cascata delle Marmore verso la quale deviavano nel percorrere il tragitto tra Roma e l’Europa; e furono pochissimi tra di loro anche coloro che non rimasero incantati dalla rigogliosità della zona: vallata di Papigno e montagna della Sgurgola compresi.
Poi arrivò l’industrializzazione.
Al posto dell’antico, piccolo cimitero di Papigno, nacque la fabbrica del carburo; la montagna della Sgurgola è stata “sbranata” per estrarne il minerale; il valico stravolto con la costruzione delle condotte forzate. E’ rimasta l’edicola votiva con la Madonna. E’ rimasta la strada. Ed è rimasto il detto: «Ma che veni da la Sgurgola?”.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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