11 agosto ’43, ore 10 e 29: a Terni è l’inferno

bombe via Primo maggio scuola
L’Istituto tecnico in via Primo Maggio

Freddo il linguaggio del bollettino ufficiale numero 1174 del comando supremo italiano del 12 agosto 1943: “Terni è stata ieri bombardata da formazioni di quadrimotori americani:  numerosi edifici pubblici tra cui l’ospedale e molti fabbricati risultano danneggiati. Elevate perdite tra la popolazione. La nostra caccia attaccava gli aerei avversari e in duri combattimenti protrattisi anche al largo della costa ne abbatteva nove. Generale Ambrosio”. C’era una postilla: “L’incursione su Terni ha causato tra la popolazione civile 72 morti e 493 feriti”. Ma era un calcolo molto provvisorio. A seguire, tra le notizie ufficiali di quel giorno, l’annuncio di una visita lampo a Terni del re e della regina, i quali avevano portato il sentimento del loro dolore ai cittadini ternani ed avevano consegnato duecentomila lire al Prefetto per aiutare i più bisognosi.
Quanto pesante fosse il bilancio delle vittime fu stabilito nelle ore successive: ne dette conto lo stesso comando supremo con un successivo bollettino, il numero 1176: 304 morti e 503 feriti. Tra la popolazione civile, quella che non c’entrerebbe.

Vedi altre immagini delle distruzioni dei bombardamenti⇒⇒

Era una bella mattinata quella dell’11 agosto 1943 a Terni. Il timore per i bombardamenti esisteva ed era ben presente, anche perché, scrisse l’inviato della Stampa di Torino, “tutti sappiamo quel che c’è a Terni e non si tratta certo di fabbriche di cioccolato”. Ma sembrava un “pericolo lontano”. Invece alle 10 e 30 di quella mattina calda e assolata arrivarono rombanti i quadrimotori americani che fecero conoscere il terrore dei bombardamenti a tappeto, cominciando a sganciare i loro ordigni sul centro cittadino e tirando, poi, in su verso le fabbriche. In volo basso nella direzione Ovest-Est per poi rialzarsi con una rapida cabrata in faccia alla cascata delle Marmore.
Eppure non potevano sbagliarsi, scriveva l’inviato, la città è tagliata in due, c’è una demarcazione netta tra la zona delle fabbriche e là dove la gente vive la vita di tutti i giorni. Una demarcazione chiaramente distinguibile dall’alto ed oltretutto ben riportata sulle carte topografiche che certamente il nemico conosceva. “Gli aviatori americani hanno colpito i loro obiettivi preferiti – continuava – le chiese, gli ospedali, le scuole, gli asili per i vecchi, le case per gli operai, i popolarissimi quartieri della città”.
Certo, non manca un pizzico di enfasi propagandistica, ma il racconto è reale. La stessa esigenza, quella della propaganda, ha con tutta probabilità portato a tacere l’episodio che a Terni si tramanda ancora, coi reali accolti nell’indifferenza da autorità e da chi prestava opera di soccorso, e contestati dalla cittadinanza con insulti e lancio di pomodori. Il colpo, d’altra parte, era stato subito durissimo ed era solo il primo di tanti bombardamenti che sono costati la vita a 1.016 ternani e che hanno distrutto la città cancellandone gran parte del patrimonio edilizio e delle testimonianze di una storia lunga più di duemila anni.
Secondo la relazione del prefetto Antonucci, inviata al Ministero dell’Interno, Direzione generale dei servizi di guerra, il bombardamento ebbe inizio alle 10 e 29. Quarantaquattro aerei scaricarono sulla città oltre cinquecento bombe. Questo l’elenco degli edifici distrutti: la stazione ferroviaria, la caserma centrale dei carabinieri, la caserma dei vigili del fuoco, il palazzo di giustizia, il municipio, l’ospedale, i magazzini Upim, il cinema Corso e il cinema Littorio, l’Istituto delle Orsoline e l’Istituto dei Salesiani, le officine Bosco, il Proiettificio Briotti, il Proiettificio Salit, lo Iutificio, la Fabbrica d’armi, lo stabilimento siderurgico, il deposito Agip e il deposito Ex Italo Americane del Petrolio, il Magazzino del Consorzio agrario.
1200 case su 2500 non erano solo macerie.  Secondo la relazione della prefettura i morti furono cinquecento ed i feriti 493.
Terni, nel 1943, aveva 45 mila abitanti.

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Un commento

  1. […] C’era il vicepresidente del consiglio comunale Devid Maggiora a rappresentare Terni a Bologna per la commemorazione della strage del 2 agosto 1980. Sì, è vero: tutti gli anni ad agosto si ricorda quel fatto terribile ed ancora oscuro. Un ricordo che è monito e nello stesso tempo protesta perché dopo quasi quarant’anni ancora si sa troppo poco. Il Comune di Terni quest’annosi è limitato al viaggio di Maggiora, compiuto quasi alla chetichella, visto che la notizia non compare nemmeno sul sito istituzionale. Altro non si è detto, eppure – manco a farla apposta – il giorno dopo, il 3 agosto, c’è stato il consiglio comunale. Niente. Non una parola. Come se Terni non fosse stata direttamente coinvolta in quel fatto che vide scomparire per sempre un giovane di 24 anni, Sergio Secci. Uno di quei giovani che inseguendola speranza di realizzare le proprie aspirazioni, di dar sfogo al proprio talento era stato costretto a diventare cittadino del mondo. Chi era Sergio Secci è noto. Ed è noto anche l’impegno di Torquato Secci, suo padre, che è stato presidente per lungo tempo dell’associazione tra le famiglie delle vittime di quella strage. Torquato si è impegnati fino allo spasimo perché ci si decidesse a svelare quel che accadde davvero quella mattina alla stazione di Bologna, ma s’è trovato sempre davanti le porte chiuse, per anni, fino a quando ha lasciato anch’egli questo mondo senza aver avuto un minimo di soddisfazione. Beh, in una città attraversata da quel fatto, forse un minuto di silenzio e magari due parole – pure di circostanza, magari – ci sarebbero state bene. Ma forse preso dai fatti della cronaca (il minuto di silenzio c’è stato per quell’infante morto, abbandonato a Borgo Rivo) e dall’impegno spadaccino delle polemiche più di qualcuno non ha ricordato la data del 2 agosto 1980, uno dei giorni più bui della Repubblica. Pro Memoria: l’11 agosto è il giorno in cui nel 1943 ci fuun’altra strage, stavolta a Terni. I bombardieri a… […]

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