Todi, per sei anni in casa col padre sepolto in cantina

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Todi, 10 luglio 1950 – Per sei anni due fratelli e la madre avevano vissuto come niente fosse nella loro casa nei pressi di Todi, sapendo che in cantina c’era il cadavere del padre Rufino, murato sotto una strato spesso di mattoni e calce. Sei anni che Pio e Dante trascorsero,

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Todi 1879, ammazza e fa a pezzi il fratello: gli insidiava la moglie

Il cacciatore, per prima cosa, notò una scarpa. Lì in un dirupo in mezzo ai boschi di Todi dove lui era andato a merle. Cosa strana, ma era niente rispetto alla sorpresa che ebbe quando si avvicinò: dentro la scarpa c’era anche un piede. Chiamò i carabinieri.

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Todi, spara alla moglie paralizzata poi s’uccide

Todi, 17 febbraio 1953 – Sua moglie era immobilizzata nel letto da anni. Non ce la faceva più a vederla lì, immobilizzata sul letto da quando era stata colpita da una paralisi …

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Cronache di aprile

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Terni, vento ciclonico e danni

Terni-Panorama-4bTERNI, 12 aprile 1938 – Un vento “ciclonico”  che ha spirato per tutta la notte ha procurato danni a Terni. I vigili del fuoco hanno ricevuto parecchie chiamate per camini e cornicioni asportati dal furia del vento che, in alcune zone, ha assunto un’intensità impressionante. Continua a leggere

Accadde a gennaio- La cronaca nera

Narni, tentata rapina al treno

La stazione di Narni

La stazione di Narni

7 Gennaio 1889 – Sembrava un normale passeggero in attesa del treno per Ancona. Forse aveva fretta perché passeggiava avanti e indietro sul marciapiede con fare nervoso. Si è capito dopo il perché. Non appena il treno si è fermato si è diretto verso il vagone postale, ha estratto di tasca una rivoltella ed ha tentato di salire, ma l’impiegato con una spinta l’ha buttato giù dal predellino. Il mancato rapinatore se l’è subito data a gambe e non si mai scoperto chi fosse.

 

Perugia: accoltella il marito

12 gennaio 1922-Una donna di 29 anni di Perugia, Agnese C. durante una furibonda lite col marito ha perso la testa e peso un coltello da cucina lo ha colpito più volte. L’uomo, Luigi P. di 48 anni, è stato ricoverato moribondo all’ospedale perugino. La lite era nata per “questioni d’interessi”. La signora Agnese è stata arrestata per tentato omicidio.

 

Spoleto, operaio spara all’amante e si uccide

Il cotonificio di Spoleto

Il cotonificio di Spoleto

22 gennaio 1952 – La tragedia scoppiò alle 2 del pomeriggio, in un magazzino del cotonificio. Un operaio di 39 anni, O.P., ed una collega, F.S., hanno mezzo in atto un terribile proposito: l’uomo ha sparato un colpo di pistola alla testa dell’amante e poi si è ucciso con un colpo alla tempia. Li hanno trovato circa un’ora dopo, sdraiati per terra, mano nella mano. Hanno lasciato due lettere per spiegare: lui era sposato e il loro era una amore disperato. Al cotonificio il lavoro fu sospeso per tutto il pomeriggio. O.P. asvva comprato la rivoltella due giorni prima e era andato immediatamente a denunciarne il possesso ai carabinieri.

 

Scontro a Todi: morto un giovane e altri tre feriti

25 gennaio 1960 –Erano andati a ballare vicino Perugia. A notte fonda stavano tornando a casa, con l’Ape di uno di loro che era alla guida. Gli atri tre s’erano seduti sul cassone, sfidando il freddo intenso. Erano quasi arrivati quando l’Ape andò a cozzare frontalmente con un autotreno guidato da un uomo di 49 anni, di Parma. I tre giovani che si trovavano sul cassone furono sbalzati sull’asfalto, Uno di loro, Sante, 28 anni, morì sul colpo. I suoi due compagni di viaggio, uno di vent’anni l’altro di 21, riportarono gravi ferite cosi come il loro amico Rolado, 32 anni, che era alla guida dell’Ape.

Vertenza mezzadri: scontri e sindaco di Todi punito

mezzadria, contadini, agricoltura

Una protesta dei mezzadri

Il 18 gennaio 1948 era domenica. Per quel giorno, a Todi, fu organizzata una grande manifestazione di protesta dei contadini. Una delle numerose manifestazioni che in quel periodo si tenevano in tutta Italia per il nuovo contratto di mezzadria. L’Umbria, una delle regioni in cui la mezzadria era percentualmente più diffusa, Continua a leggere

Lusso e lussuria nella Terni del '400

Alla metà del 1400 Terni aveva tra i sei e i settemila abitanti. Ed era una città ricca grazie ad un capitalismo che stava nascendo sulla spinta di fiorenti commerci e di una crescente attività manifatturiera. Di pari passo era cresciuta, fino a diventare consistente, una borghesia che non nascondeva la propria ricchezza, ma anzi la ostentava in ogni occasione, senza curarsi troppo neanche dei limiti imposti da un minimo di moralità. Senza contare che Terni non disdegnava di entrare in conflitto col governo pontificio, né con i centri confinanti, Spoleto, Narni, Todi, prime fra tutti.
L’insieme di tali faccende provocò, almeno ufficialmente, la reazione del papa. In realtà, però, pesarono molto nella decisione del papa le sollecitazioni da parte dell’aristocrazia ternana, la quale cominciava a constatare che nella scala del potere cittadino contava ogni giorno di più la disponibilità economica della borghesia invece che il censo. Nominò, il papa, un governatore cui s’ordinò di imporre una riforma che correggesse l’andazzo. Prima di tutto si fissarono i confini territoriali di Terni, ad evitare conflitti con le città confinanti. Quindi si dette mano alla moralizzazione dei costumi, fissando rigide regole in materia di lussi, gioco d’azzardo, prostituzione, bestemmie e, non ultimo, usura. L’attività mercantile e manifatturiera di Terni s’era, infatti, sviluppata anche grazie a una consistente disponibilità di credito, assicurata da una comunità ebrea numerosa e danarosa. Accadeva, però, che qualcuno, esagerando nelle spese e nell’esibizione, compisse il passo più lungo della gamba, finendo nelle mani di altri “finanziatori”.
Un bel giro di vite che trovò la fiera, ma quasi vana, opposizione del governo comunale. Ci si adeguò, quindi, a norme che non tralasciavano alcun aspetto della vita quotidiana, arrivando a regolare perfino specifici e particolari aspetti. Fu dichiarata guerra al lusso, a cominciare dall’abbigliamento femminile, e continuando con avvenimenti familiari come nozze e funerali, occasioni in cui i ternani ostentavano senza ritegno il proprio livello di benessere come mezzo per affermare ognuno la propria superiorità economica. Senza badare a spese, e anzi a volte andando oltre le possibilità. Non a caso si sostenne che quel giro di vite servisse non solo a ristabilire un minimo di moralità, ma ad evitare che si dilapidassero fortune o interi patrimoni in spese superflue.
Ed ecco allora stabilito che le donne non dovevano indossare abiti di tessuto pregiato: al massimo potevano foderare le maniche con la seta, mentre il velluto era limitato ai manicotti; indicazioni precise si dettavano pe la profondità delle scollature e per l’altezza dei tacchi. profilo-rinascimento 1Severamente vietati abiti dalla foggia “ammiccante”. Gioielli e acconciature non potevano costare o valere più di tre ducati, le coroncine da porre tra i capelli non potevano essere d’oro o d’argento, nemmeno in occasione del matrimonio. Che doveva essere “contenuto”. Al banchetto nuziale, ad esempio, potevano partecipare non più di otto persone, cui potevano aggiungersi due e solo due, tra i parenti degli sposi.
I funerali? Inutile parlarne: niente pompposità, né marce funebri, E abiti dimessi, ovvio.
Regole ferree e, come spesso accade, proprio per questo non rispettate: trent’anni dopo fu necessario rimetterci le mani,e richiamare tutti all’ordine. Il papa non poteva sopportare che, come accadde nel 1488, il consiglio comunale fosse costretto a intervenire con fermezza e far finire la storia dei continui incontri galanti nei conventi di clausura. Però vent’anni prima, s’era proceduto all’abbellimento dei locali che ospitavano le meretrici, previo aumento del canone di affitto che esse versavano al proprietario di quelle stanze le quali – guarda un po’?- erano negli scantinati del palazzo del governatore.

Todi, 85 operai a spasso: chiude il pastificio

pastificio cappelletti todi

L’ex pastificio Cappelletti a Todi Ponte Rio

Anni Sessanta: gli anni del boom economico italiano. Ma aTodi chiudeva una delle attività produttive più importanti e 85 tra operai ed impiegati furono licenziati. Tutta colpa di una banca sudamericana, la Banca Rio della Plata, se il Pastificio Cappelletti di Todi era costretto a serrare i battenti, sostennero in parlamento quattro deputati umbri: Alfio Caponi e Mario Angelucci (Pci), Vittorio Cecati e Dario Valori (Psi) chieserolumi al ministro dell’Industria e del Commercio, Emilio Colombo. Era il 2 maggio del 1961 quando il ministro rispose in aula alla loro interrogazione. Nel frattempo il pastificio di Todi aveva chiuso già dal settembre dell’anno prima. E’ passato più di mezzo secolo. La fabbrica c’è ancora: un bel complesso edilizio scolorito (era rosso); l’insegna a tutta facciata: “Molini & Pastificio S.p.A. Cappelletti”. In abbandono totale o quasi perché sporadicamente per qualcosa è utilizzato. Per esempio con estemporaneo palcoscenico in qualche edizione del Festival di Todi. Passato alla ditta Spazzoni, i proprietari ne hanno impedito la decadenza totale usandolo, seppur in piccola parte, come deposito di granaglie e sede di uffici, mantenendo al suo interno macchinari di grande valore storico, come testimoniato qualche anno fa, da un giovane ricercatore, Matteo Pacini, che vi trovò in buono stato, macchinari di legno che erano usati negli anni Cinquanta del ‘900, tra i quali alcune rare macchine granulatrici.
Che c’entrava, negli anni Sessanta, una banca sudamericana con la Molini & Pastificio S.p.A. Cappelletti? La risposta del ministro Colombo aiuta a far luce. La banca, in verità, era italiana. Il nome completo era «Credito veneziano e del Rio de la Plata». Aveva sede a Milano, ed era nata nel momento in cui il “Credito industriale di Venezia” aveva acquistato la filiazione italiana del “Banco d’Italia y Rio de la Plata”, una banca argentina fondata con capitali italiani nella seconda metà dell’Ottocento.
Da anni in grave crisi di liquidità, la Molini & Pastificio S.p.A. Cappelletti aveva dovuto depositare in favore dell’istituto di credito l’intero pacchetto azionario. E la banca, che di mulini e pastifici non sapeva che farsene decise di smettere l’attività. L’intenzione, per la verità, era di trovare un acquirente e quindi in un primo periodo, pur se la produzione era sospesa, si mantennero in servizio i dipendenti che ricevevano regolare stipendio. S’era dato da fare anche il ministero -riferì Colombo – favorendo l’acquisizione di una commessa per la lavorazione di 5100 quintali da parte dell’associazione nazionale mugnai, ma alla fine, il 12 settembre 1960,arrivò la comunicazione che da quel giorno la fabbrica era chiusa definitivamente.
I lavoratori risposero occupando lo stabilimento, ma dopo pochi giorni, non potettero far altro che prendere atto che erano stati tutti licenziati. «Ma alcuni – aggiunse il ministro – sono stati nel frattempo assunti da altre imprese locali», ed altri 55 sarebbero stati assorbiti per un anno da due cantieri che il ministero del Lavoro aveva avviato per la ricostruzione dell’Istituto Artigianelli Crispolti e per la sistemazione della strada Asproli-Porchiano.
Del pastificio di Todi rimase solo il grande edificio abbandonato, a far mostra di sé a tutti i viaggiatori della ferrovia  Centrale Umbra i cui treni si fermano alla stazione Todi–Ponte Rio che sta proprio davanti al piazzale del pastificio. Un fabbricato che fu considerato di pregio, quando, negli anni Venti del Novecento i fratelli Marzio e Colombo Cappelletti realizzarono il progetto dell’architetto perugino Dino Lilli. Avevano da poco rilevato lì, a Ponte Rio,un piccolo mulino proprio con la mira di trasformarlo in un’impresa più grande e moderna. E lo fecero procurando lavoro stabile per 120 persone. Nel terzo millennio il complesso è stato inserito nei programmo di riqualificazione urbana promossi anni addietro dal ministero dei lavori pubblici. Ma da allora non c’è stata alcuna novità. Tutto dimenticato, pare.

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