Archivi tag: Porta Spoletina

Pierina annegata a vent’anni alla vigilia delle nozze

Pierina aveva vent’anni ed abitava a Ferentillo. Morì annegata il 26 gennaio 1911. La domenica successiva, il 29, per lei sarebbe stato il giorno più bello della sua vita, quello iin cui sarebbe andata in sposa a Giovanni. I due giovani…

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1910, nasce la “Bosco spa”

Condotta Farfa Officine Bosco
Il trasporto di una delle prime condotte idriche costruite dalla Bosco.

Il 26 maggio 1910

Nacque la società anonima “Officine meccaniche e fonderie Bosco”. Dopo la Saffat, Terni aveva così una seconda grande azienda privata operante nel settore della siderurgia e della metalmeccanica. Continua a leggere 1910, nasce la “Bosco spa”

Braccio da Montone incendia Porta Spoletina

Terni porta tre monumenti
Porta Spoletina

Il 14 settembre 1410
un esercito comandato da Braccio da Montone, al servizio delle Armi della Chiesa, e composto di armati spoletini e narnesi, assedia Terni, accampandosi a nord della città, tra le mura e la Rocca San Zenone, “procurando gravi danni a vigne, coltivazioni e molini”. Continua a leggere Braccio da Montone incendia Porta Spoletina

1860, a San Carlo l’abbraccio dei ternani ai soldati del Re

San Carlo Terni cippo Risorgimento
Il cippo a San Carlo

A chi passa, magari in automobile, può sfuggire, ma a San Carlo, alle porte di Terni, è stato recentemente rimesso a nuovo, e posto in risalto, un cubo di pietra. E’ il cippo che ricorda la liberazione della città dal dominio papale, avvenuta nel 1860. A settembre, ma non il venti settembre, come spesso viene riferito. I piemontesi a Terni entrarono due giorni prima, il 18. Forse induce in errore la presenza di una via XX Settembre, ma quella è la data della breccia di Porta Pia che segna, il definitivo tramonto dello stato pontificio, avvenuto però – come noto – dieci anni dopo.
Quello stesso giorno, il 18 settembre 1860, si combatté la battaglia di Castelfidardo, quella che risultò decisiva nell’operazione militare di avanzata delle truppe piemontesi nelle Marche e nell’Umbria. Mentre il quarto corpo d’armata, comandato dal generale Cialdini, aveva il compito di operare nelle Marche e combatté a Castelfidardo, il quinto – al cui comando era il generale Della Rocca, ma nei fatti era guidato dal generale Fanti – s’impegnò nella liberazione dell’Umbria. Dopo un breve combattimento i piemontesi avevano issato, all’alba del 18 settembre, la bandiera italiana sulla torre della rocca di Spoleto e s’apprestarono a marciare verso Terni. Qui, saputo della caduta di Spoleto, fu tutto una agitarsi, un salire dell’entusiasmo man mano che da oltre la Somma arrivavano notizie. Finché qualcuno riferì che i piemontesi s’erano  già messi in marcia. Si trattava di un’avanguardia, composta da una brigata di bersaglieri, comandata dal generale Filippo Brignone. A quel punto la popolazione ternana di riversò nelle strade e coloro che più si sentivano coinvolti nell’aspirazone del cambio di regime, si radunarono a Porta Spoletina, da dove una vera e propria colonna composta di cittadini mosse per andare incontro ai soldati di Vittorio Emanuele.
Lì a San Carlo, allora borgo isolato dal resto della città, nel punto in cui la strada Flaminia usciva dalle gole delle montagne e si apriva sulla conca ternana, avvenne l’incontro festoso. E lì è stato posato il cippo che ricorda quella giornata: “Soldati dell’Italia libera dai campi di battaglia qui giunti con il loro valore – recita la scritta che vi è incisa– il 18 settembre 1860, realizzarono le speranze dei fratelli umbri, forti nel sacrificio vigili nell’attesa, riunendo Terni alla patria comune”.  Il cippo fu inaugurato il 18 settembre 1960, al cadere del centenario.
I bersaglieri, accompagnati dalla popolazione che diventava sempre più numerosa fecero il loro ingresso trionfale nel centro cittadino. “Ma chi avesse ben guardato, non avrebbe mancato di notare – ha scritto Italo Ciaurro nel suo “L’Umbria e il Risorgimento” – che i portoni di alcuni palazzi erano rimasti chiusi come se coloro che li abitavano fossero assenti e contrari al giubilo cittadino: e là, nella zona del Duomo e del Vescovado era un silenzio di tomba, di sepolcro”.
Nel momento in cui la città, almeno nella sua gran parte, gioiva, il governatore pontificio se ne andava. Per Terni cominciava un’altra storia.

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Per saperne di più:

Italo Ciaurro, “L’umbria e il risorgimento”, Cappelli, Milano 1963 

vedi anche: “1860, a Terni…”

 

Per1860, a San Carlo l’abbraccio dei ternani ai soldati del Re

“C’è la peste”: il vescovo sale in cima a Torre Barbarasa

“C’è la peste!”, e subito corse il terrore in città. A Terni la notizia arrivò nel mese di gennaio del 1656. E immediatamente si diffuse, passando di bocca in bocca. Anche se non s’erano ancora registrati casi in città, era necessario correre ai ripari. Subito. Il consiglio cittadino si riunì d’urgenza e nominò una commissione sanitaria composta di dodici cittadini, due per ogni rione. Loro compito era sorvegliare, con soldati armati, Porta Romana e Porta Spoletina, i due ingressi principali alla città, per impedire il passaggio a persone che provenissero dai territori in cui la peste si era già diffusa. Il primo focolaio della malattia, sembra fosse a Napoli.
Non solo la vigilanza, comunque: immancabile, a quei tempi, il ricorso alle funzioni religiose espiatorie. Le celebrazioni si susseguivano a ritmo serrato in Duomo e nelle chiese dedicate ai due santi protettori di Terni, San Valentino e San Procolo. In aggiunta, comunque, si dichiarò lo stato di allerta delle congregazioni sanitarie le quali stabilirono, per prima cosa, l’apertura di un lazzaretto la cui sede fu individuata presso il santuario francescano delle Grazie, allora fuori città. Li venivano condotti tutti i viaggiatori provenienti dalle zone sospette. Tutto pagato con denaro pubblico.
La città intera fu posta sotto stretta sorveglianza: furono chiusi le osterie e gli altri luoghi di ritrovo; per vagabondi ed accattoni fu posto il divieto di girovagare.
Però tutto ciò non bastò: i primi casi di peste furono registrati all’inizio dell’estate nel quartiere del Duomo. Un anno dopo, nel giugno del1657, il vescovo, Sebastiano Gentili, vista la situazione, organizzò una grande processione per le strade cittadine ed a conclusione salì sulla torre Barbarasa, l’edificio più alto di Terni, portando con sé la reliquia del Preziosissimo sangue. Da lì invoco protezione divina e benedisse la città. Dall’alto, per essere, evidentemente, più vicino al “destinatario” della supplica e, nello stesso tempo, nel rendere plateale la sua azione, trasmettere un barlume di fiducia in più ai fedeli. A ricordo di questo atto fu incisa una Lapide, posta sulla torre Barbarasa. E’ da tempo illeggibile. Il testo è stato però riportato Elia Rossi Passavanti nel suo libro «Terni nell’età moderna», dove si narra, in sostanza l’episodio, ed in più si specifica che l’iniziativa di porre quella pietra «ad imperitura memoria» fu di Felix Barbarasius, Felice Barbarasa. Illeggibile è anche l’altra lapide, gemella della prima, che nel 1658 fu posta a Porta Romana. Difficile decifrarla, ma s’è quasi sicuri che vi sia scritto: «Essendo Papa Alessandro VII, al tempo del contagio il muro collassò a causa delle vetustà. I ternani per restituire decoro, con denaro pubblico, eressero le mura». Insomma ripararono le mura cittadine di Terni, crollate perché troppo vecchie. Questione di decoro, certamente, ma anche misura adatta ad evitare che qualcuno che non doveva entrasse in città approfittando di quella breccia.
Entrambe le lapidi sono da secoli abbandonate all’incuria. Reclamano un intervento di restauro, che non renderebbe certo esangui le casse comunali.

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