Archivi tag: Pci

Spoleto 1947, il sindaco intasca mezzo milione di lire del Comune

Il 2 aprile 1947,
il sindaco comunista di Spoleto, professor Gaetano Valentini, fu costretto alle dimissioni, perché denunciato con l’accusa di essersi appropriato di mezzo milione di lire (circa diecimila euro di oggi) sottratto Continua a leggere Spoleto 1947, il sindaco intasca mezzo milione di lire del Comune

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Blitz della questura nella sezione del Pci: c’era una tipografia clandestina

Perugia 23 febbraio 1951

Il blitz fu di quelli fatti a regola d’arte: gli agenti di Pubblica Sicurezza della questura di Perugia entrarono i azione alle due di notte,circondarono un intero edificio a Porta S’Angelo e quindi fecero irruzione nella sezione rionale del Pci.  Continua a leggere Blitz della questura nella sezione del Pci: c’era una tipografia clandestina

1946, tra i Costituenti c’è pure Elettra

Eletta nel collegio umbro-sabino una delle ventuno donne del primo parlamento repubblicano: Elettra Pollastrini, Pci.

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Liceo Tacito, in aula tiro al bersaglio al crocifisso

 

Il liceo classico di Terni
Il liceo classico Tacito

Don Antonio, che al liceo classico di Terni era l’insegnante di religione, non credette ai suoi occhi: alcuni studenti durante la ricreazione giocavano al tirassegno usando come proiettili le cinghie elastiche che usavano per legare insieme i libri da portare a scuola. A sconvolgere don Antonio, fu che il bersaglio era il crocifisso appeso alla prete dietro la cattedra. Che era stato colpito e danneggiato, essendo di gesso, dalla fibbia di ferro di una delle cinghie. Secondo lui quello era un sacrilegio e vilipendio alla religione dello stato. Corse a fare rapporto al preside e chiese una dura punizione per “quei ragazzacci”. Il preside, Arcangelo Petrucci convocò immediatamnte il consiglio dei professori in riunione straordinaria, e s’avviò una specie di processo che vide “imputati” otto allieci della seconda liceo sezione A, la sezione dei “figli di papà”. Avevano 17 anni. Quattro se la cavarono con la sospensione per quindici giorni. La situazione era più grave per gli altri quattro, tra cui colui che, mostrando di possedere un’ottima mira,  aveva colpito il crocifisso. Correttamente s’era addossato la responsabilità, cercando di scagionare i compagni, ma fu inutile. Tutti e quattro furono rimandati a settembre in tutte le materie: per loro essere promossi all’ultimo anno di liceo diventava arduo e comunque potevano dire addio ad un’estate spensierata e di vacanza.
Finita lì? Magari! Il fatto accadde ai primi di dicembre del 1957: che nell’aprile del 1958 ci sarebbero state le elezioni politiche. Ed il clima era quello degli anni della guerra fredda e del conflitto fra cattolici e anticlericali. Figurarsi a Terni dove il Pci raccoglieva da solo un terzo dei voti, mentre la Dc era il principale partito di opposizione. Non poteva non finire “in politica. I giornali locali si buttarono a pesce sulla notizia, e ben presto arrivarono gli inviati dei grandi quotidiani. A quel punto era fatta: alla ricerca di sensazionalismi si riesumarono fatti avvenuti mesi e mesi prima: il furto di ex voto in una chiesa; l’incendio – fortuito, risultò ai vigili del fuoco – del portone di un’altra; una vetrata mandata in frantumi con una sassata in un’altra ancora. E Terni veniva dipinta come una città percorsa dall’anticlericalismo e dall’antireligione, una Gomorra in cui s’era addirittura costituito un “Club della bestemmia”. L’eco mediatica fu alta. «La notizia fu riportata persino dai giornali del Congo Belga», riferì un’insegnante del Liceo, nel ricordare l’episodio alcuni anni dopo.

Il vescovo monsignor Dal Prà col sindaco di Terni Ottaviani (Foto or. di Enrico Valentini)
Il vescovo monsignor Dal Prà col sindaco di Terni Ottaviani
(Foto or. di Enrico Valentini)

D’altra parte a Terni ci fu chi ci mise del suo soffiando sul fuoco tanto che, alla fine  il vescovo, Giovan Battista Dal Prà,,si occupò della questione che “scuoteva le coscienze dei credenti ternani”, trattandone nell’omelia di Natale. Fu aperta un’inchiesta da parte della magistratura che prese di petto il caso del tirassegno contro il crocifisso. I ragazzi – diversi di loro sono poi diventati noti professionisti a Terni – ammisero che, sì, giocavano al tirassegno, ma il bersaglio era l’altoparlante, una scatola quadrata di legno e tela che era anch’essa sulla parete, poco distante dal crocifisso. Anche perché aveva dimensioni abbastanza piccole per richiedere una certa perizia al tiratore, ma anche abbastanza grandi perché ci fosse qualche chance di colpirla. Il crocifisso era appeso proprio sotto l’altoparlante, una decina di centimetri più in basso. «L’ho colpito perché sono sempre stato una schiappa al tiro con la cinghia», ammise sconsolato il giovanotto responsabile. Il procedimento penale si concluse con la piena assoluzione in sede istruttoria: non esisteva vilipendio perché non c’era alcuna volontà di colpire un simbolo della religione dello Stato. Immancabile la coda in parlamento. Alberto Guidi, deputato comunista ternano, chiese al governo provvedimenti contro don Antonio e il preside, sostenendo che tutto aveva preso le mosse da una lezione di filosofia sul pensiero di Giordano Bruno: «Bastò la coda di bruniana memoria _ disse in aula Alberto Guidi _ per eccitare il raglio dei nostri clericali per cui essi collegarono la lezione all’episodio, che giudicarono come il frutto di un’educazione malsana».

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Liceo Tacito, in aula tiro al bersaglio sul crocifisso

 

 

Vacanze alle terme Manni di piazza Tacito

 

Lalbergo della Saffat ex Manni in piazza Tacito
L’albergo Manni in piazza Tacito a Terni

“Società degli Alti Forni, Fonderie ed Acciaierie di Terni”: la scritta, in neretto e caratteri grandi fa parte di un tamburino pubblicitario sul quotidiano La Stampa, pubblicato per molti giorni consecutivi del gennaio 1887. Le acciaierie di Terni sono nate da appena tre anni. La “Saffat”, si spiega nell’inserzione pubblicitaria, è una società “Anonima con sede inTerni”  che ha un capitale di16 milioni di lire “interamente versato”. La sorpresa, però, arriva dopo. Perché la società delle Fonderie pubblicizza la ghisa o l’acciaio prodotti, ma un albergo. “D’affittare o da vendere a condizioni da convenire”. E illustra: “Nuovo Albergo con stabilimento bagni a Terni”,  un “Grande e decoroso edificio sulla nuova piazza Cornelio Tacito, entro barriera sulla strada della stazione,con grandi sale per ristorante, caffè, bigliardo, sale di lettura e di aspetto, bagni, terrazze e 37 camere. Bagni caldi e vasca natatoria”.Gli interessati potevano rivolgersi “Per informazioni e trattative”  a Terni, alla direzione generale della Società degli Alti Forni,Fonderie ed Acciaierie; a Roma,in via Nazionale 163; a Padova all’Ufficio della Società Veneta per Imprese e costruzioni pubbliche.

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L’annuncio Saffat per vendere l’albergo Manni

Ecco spiegato, allora, il perché la Saffat, società proprietaria della acciaierie si trova in possesso di un albergo con “bagni caldi e vasca natatoria”. Era una delle tante e considerevoli proprietà che la società “Veneta” guidata da Vincenzo Stefano Breda aveva acquisito a Terni ancor prima di far società con Cassian Bon. Sia Breda che Bon furono uomini d’affari ed imprenditori che svilupparono le loro attività nel primo periodo post-unitario, buttandosi nel business della costruzione di infrastrutture  necessarie per far sì che l’Italia si avviasse a diventare uno stato moderno ed industrializzato. Gli investimenti erano fortemente incoraggiati e gli imprenditori che aspiravano ad assicurarsi l’ingente mole di lavori utilizzavano ogni risorsa per ottenerli. I contatti personali di Breda con membri del governo e del parlamento, le buone conoscenze (e parentele) del Bon in Vaticano ebbero il loro peso. E certo la Società Veneta si dette un bel da fare per far nascere le acciaierie a Terni dove aveva non pochi interessi. Tra questi c’era pure l’albergo. Costruito dai fratelli Manni (Pietro, Luigi e Agostino), un albergo di lusso e adatto – a quanto pare – anche ad un vacanza di tipo termale. L’acqua utilizzata per “i bagni caldi e piscina termale” veniva captata da una delle forme che servivano di energia idraulica tutta la città e veniva opportunamente riscaldata. Era l’acqua del Nera insomma.
Sarà stato venduto facilmente l’albergo dalla Saffat? Chissà. Certo è che anni dopo quella costruzione era stata destinata ad altri usi, ospitando, tra l’altro l’ambulatorio del medico Bracci (quello proverbiale di “Se te do ‘n cazzottu non te sarva mancu Bracci”. Tra demolizioni e ricostruzioni successivamente lì fu la sede dell’Inam, “la mutua”, del Pci. Oggi c’è la banca Bnl.

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Vacanze alle terme Manni di piazza Tacito