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Il Grifo Magico di papa Leone XIII

Grifo Magico, così era definiva quel gruppo di prelati molto vicini a papa Leone XIII nella seconda metà dell’800. Leone XIII (⇒), il cardinal Pecci il quale era stato per trent’anni arcivescovo di Perugia, salito al soglio nel 1878 succedendo a Pio IX, specie nell’immediatezza dell’insediamento chiamò accanto a sé persone di stretta fiducia. Da lì nacque la chiacchiera di una cordata perugina che la faceva da padrona nella curia romana.

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Pio VII benedice i ternani dal balcone dei Gazzoli

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Il cardinale Luigi Gazzoli (Dalla Raccolta d’arte della Fondazione Carit)

Fu una serata speciale quella del 22 maggio 1814. I ternani affollarono la piazzetta antistante Palazzo Gazzoli, perché, si era fermato per la sosta di una notte, il Papa. Pio VII, affacciatosi, “faceva amorevolmente mostra di sua S. Persona dal ben addobbato balcone, e con anima commossa benediva la popolazione Interamnate anelante, stipata a riverente tripudio”.
Pio VII due giorni dopo, il 24 maggio, avrebbe fatto il proprio ingresso a Roma. Era passata la buriana napoleonica, quella che aveva visto il papa protagonista di un braccio di ferro estenuante con l’imperatore. Pio VII da Roma mancava ormai da cinque anni, dal luglio 1809, da quando cioè fu arrestato dai francesi e dopo che Napoleone aveva dichiarato finito il potere temporale dei papi. Nello stesso tempo, Terni e l’Umbria, erano stati annessi al Regno d’Italia il quale, successivamente, fu a sua volta dichiarato parte del territorio dell’Impero di Francia. Se l’era passata grigia, in sostanza, il papa nonostante fosse stato proprio lui, Pio VII, a posare sul capo di Napoleone la corona di imperatore.
Nell’aprile 1814 Napoleone, sconfitto, fu costretto all’abdicazione. Il papa, il mese prima era stato liberato e poteva ritornare a Roma. Se la prese comoda, però: messosi in viaggio  a marzo, da Savona dove aveva passato l’ultimo periodo da recluso, si recò prima in Piemonte, ad Acqui e Alessandria, poi a Bologna, Cesena – la sua città di origine – e Loreto. Da qui in viaggio per Roma con soste a Foligno e, appunto, Terni. Nel palazzo dei Gazzoli, famiglia facoltosa che si era arricchita con i commerci e successivamente con la gestione della ferriera pontificia in società coi marchesi Sciamanna. I Gazzoli non erano nobili, ma in famiglia avevano avuto un cardinale, Luigi Gazzoli, che era diventato porporato proprio a nomina dello stesso Pio VII. I rapporti tra il papa e la famiglia Gazzoli, in sostanza, erano piuttosto stretti.  Il Palazzo, nel 1814, era nuovissimo dato che la sua realizzazione era stata promossa nemmeno dieci anni prima dallo stesso Luigi, non ancora cardinale ma al tempo governatore pontificio ad Ancona. S’era utilizzata una vasta e consistente proprietà fondiaria della famiglia, vicino l’attuale via Roma, procedendo ad una profonda risistemazione di una serie di costruzioni esistenti.

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Somma, sotto i rovi l'Arma di Papa Gregorio

Nel percorrere l’antico tracciato della via Flaminia in Umbria, lungo il diverticolo orientale, non appena oltrepassato il valico della Somma, discendendo verso Spoleto si traversa un ponticello sulla spalletta del quale è ancora presente un’Arma. E’ l’Arma Papale di Gregorio XIII. Un’altra, ce n’era, di Arma papale, lungo quel tratto di strada tra Terni e Spoleto: era l’arma di Urbano VIII, posta in prossimità della frazione spoletina di Strettura, in coincidenza del bivio da cui si diparte la strada per Montefranco, che poi conduce sulla Valnerina. Quell’Arma (lo stemma papale inciso su marmo) è andata distrutta in seguito allo sbandare di un camion che, finito fuori strada nel percorrere la Statale piombò sul piccolo monumento mandandolo in mille pezzi.
L’Arma di Urbano VIII era stata posta a suggello della costruzione della via del Ferro, quella che, appunto dalla Flaminia, vicino Strettura raggiungeva Montefranco, scendeva sulla Valnerina, la percorreva fino a Sant’Anatolia di Narco, si inoltrava su per i monti dopo aver scavalcato il fiume Nera e giungeva a Monteleone di Spoleto, sede delle importanti miniere di ferro. Attraverso quella strada il minerale, appena sgrezzato, raggiungeva la ferriera papale a Terni.
Distrutta quell’Arma; e si va ancora alla ricerca dei resti, dei pezzi che qualcuno dice che siano conservati proprio- guarda il caso – da un’altra Arma, quella dei Carabinieri.
Diversa la sorte dell’Arma di Papa Gregorio XIII, quella – appunto – che esiste ancora sulla spalletta del ponte presso il valico della Somma. Esiste, ma non si sa ancora per quanto. Dimenticata da tutti avrebbe bisogno di un intervento di restauro che non dovrebbe nemmeno essere troppo costoso. Essa non corre rischi per sbandamenti di camion o mezzi pesanti, essendo quel tratto di strada ormai percorso solo da uno scarso traffico locale. Ma è completamente ricoperta di sali; il materiale su cui è scolpita è fortemente danneggiato. La faccenda fu segnalata quattro anni fa. Nel marzo scorso ancora nessuno era intervenuto e l’arma, sempre più degradata, stava cominciando ad essere di difficile lettura.  Al momento, con la primavera inoltrata, è del tutto scomparsa in mezzo ai rovi. Nascosta alla vista. Fino a quando arriverà magari una ruspa a togliere quei rovi, per questioni di agibilità della strada e magari insieme ai rovi demolirà anche un pezzo di storia.

Gregorio XIII stemma papale
Lo stemma raffigurato sull’Arma

Perché sta proprio lì quell’Arma? Che significato ha? Che c’entra il papa che riformò il calendario, che tanto si impegnò per fare più bella Roma, che fondò l’accademia musicale di Santa Cecilia e che avviò la costruzione del palazzo del Quirinale – tra le tante altre cose – col ponte di un valico di montagna?
Il fatto è che la Flaminia “vera”, per secoli, in Umbria era stata quella che fu poi conosciuta col nome di “Flaminia Vetus”, ossia il diverticolo occidentale della strada consolare, quello che passava per Carsulae, Massa Martana, Bevagna prima di arrivare a San Giovanni Profiamma e poi inoltrarsi verso le Marche. Il tratto orientale che ormai a metà del XVI secolo stava diventando il più importante ed utilizzato, venne ammodernato e reso più facilmente agibile proprio ad opera di papa Gregorio XIII che nell’impresa investì risorse considerevoli. Non a caso, per un certo periodo la strada perse, nell’uso comune, il nome di Flaminia per diventare la “strada Gregoriana”.
A seguire i lavori- dopo averli, in verità, fortemente sollecitati – fu il cardinale Guido Ferrero, legato di Spoleto, che di papa Gregorio era amico fin dall’infanzia e che godeva della fiducia piena del santo padre.

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Somma, sotto i rovi l’Arma di Papa Gregorio