Collescipoli “capitale” del Comintern

L'ex municipio di Collescipoli
L’ex municipio di Collescipoli

Sulla carta geografica dell’Europa appesa ad una parete, una grossa freccia ed un cerchio rosso  indicavano un nome: Collescipoli. Questione che desta non poca sorpresa, anche perché quella  carta geografica era appesa alla parete di un ufficio di Mosca: quello del Comintern, l’organizzazione della Terza Internazionale comunista. Era vero? Nel 1925 ci fu chi la raccontò così e sembra che proprio a Collescipoli avesse sede una delle sezioni tra le più attive ed importanti del Comintern in Italia. Sarà stata la vicinanza con Roma? O la scelta aveva trovato fondamento sulla tradizionale vocazione rivoluzionaria dei collescipolani che furono garibaldini particolarmente attivi e a stretto contatto col Generale?
Era il 30 ottobre del 1925, quando L’Unità riferì una notizia cui era stato dato grande risalto sul magazine – si direbbe oggi – Epoca, la “fascista Epoca”, sottolineava il giornale fondato da Antonio Gramsci. Epoca aveva raccontato pochi giorni prima di «una brillante operazione» compiuta «da alcuni militi romani» i quali avevano scoperto e cancellato un «vasto movimento sovversivo». Un complotto talmente importante che dell’operazione s’incaricarono i fascisti di Roma e non quelli di Terni, anche perché era «al comando della decima zona della milizia nazionale dell’Urbe» che «era pervenuta notizia che a Terni e nel limitrofo comune di Collescipoli alcuni comunisti tentavano di riorganizzare la loro più che disgregata compagine».
Fu così che i militi romani escogitarono un piano “diabolico”: alcuni di loro si finsero comunisti ed aderirono al movimento, partecipando a varie assemblee. Fu in queste occasioni che potettero rendersi conto di quanto le cose fossero andate avanti: nei locali dove si tenevano le assemblee c’erano pacchi di giornali di propaganda, tessere ed elenchi di comunisti. Non solo: i fascisti romani ebbero la possibilità di constatare che gli ordini arrivavano alla “centrale di Collescipoli” direttamente dal Comintern insieme a «parecchio denaro». Chiaro: non c’era tempo da perdere. Era ormai arrivato il momento di agire. Alcuni ufficiali della milizia avvertirono i carabinieri e, tutti insieme, fecero irruzione «in un remoto locale di un quartiere eccentrico (nel senso di periferico, ndr) di Terni» dove si teneva l’assemblea generale cui partecipavano «ben 25 comunisti guidati dall’onorevole Giuseppe Sbaraglini». Ci fu irruzione: «La commedia è finita. Siamo ufficiali e militi della milizia nazionale. Alto le mani; e silenzio». Furono arrestate ventisei persone, tra le quali l’ex deputato Sbaraglini, «e i noti fratelli Monghini di Collescipoli, nonché Gino Cacace e Urbinati». Furono sequestrati seimila lire, opuscoli di propaganda, tessere, ruolini e diverse rivoltelle. Riferita la notizia così come pubblicata da Epoca, l’Unità commenta: «È necessario rilevare che il “complotto sovversivo” dell’Epoca è fatto di una serie di grosse balle infilate l’una dietro l’altra». Un’operazione di propaganda, insomma, anche perché _ aggiunge l’Unità _ «Sugli arresti denunziati dal giornale fascista nessuna notizia abbiamo da nostra fonte». Era davvero una balla colossale?
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In Valserra, la sorgente della palomba

Una palomba in volo sulla valle del Serra scorse, dall’alto, una sorgente e scese per dissetarsi. La leggenda narra che è per questo che l’agglomerato di case che oggi c’è lì, si chiama Acquapalombo. La sorgente, sulla montagna, c’è ancora e l’acqua, in paese, sgorga in un fontanile sulla piazzetta.

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Terremoto a Terni:”Sul monte di Cesi s’aprirà un vulcano”

Fortuna che, tanto, era estate. Stare all’aperto non comportò un grosso disagio. La gente di Terni la seconda metà di luglio del 1960 dovette passarla fuori di casa, in una tenda da campeggio o in baracche approntate alla bell’e meglio; quelli che ce l’avevano nella roulotte. A tenerli fuori di casa fu la paura del terremoto. Continua a leggere Terremoto a Terni:”Sul monte di Cesi s’aprirà un vulcano”

Mussolini in visita a Palazzo Mazzancolli, la “Casa del fascio”

Dopo la visita alla "Casa del fascio" Mussolini parla dal balcone del municipio. Folla in piazza (Istituto Luce)
Dopo la visita alla “Casa del fascio” Mussolini parla dal balcone del municipio. Folla in piazza (Istituto Luce)

Tra le opere di Orneore Metelli è sicuramente una delle più presenti nella memoria dei ternani: è il quadro che il pittore–calzolaio dipinse per celebrare a modo suo la visita di Mussolini, a Terni. Era il 1931, novembre. La città da quasi cinque anni era diventata capoluogo di Provincia. Una visita ufficiale alle industrie ternane, ci stava proprio. E fu una giornata celebrata con grande clamore sui giornali dell’epoca. Erano d’altra parte gli anni del consenso. Una per tutte, così riferì la cronaca della giornata sulla Stampa di Torino Enrico Mattei, uno dei giornalisti più importanti del tempo e per parecchi anni a seguire: «Il Duce visita gli stabilimenti del carburo di calcio, la grandiosa centrale idroelettrica di Galleto, la fabbrica d’armi; quindi si reca alla casa del Fascio, nel caratteristico palazzo dei Mazzancolli restaurato recentemente». Palazzo Mazzancolli, costruito nella seconda metà del 1400, dopo essere ospitato tra le sue mura – oltreché i membri della potente famiglia ternana – una filanda e il Monte di Pietà, era diventato la “Casa del Fascio”.
Mussolini, nel compiere la visita agli stabilimenti ed alla città di Terni, dedicò una parte della giornata all’incontro coi fedelissimi. «Una doppia fila di Giovani Fascisti è schierata nel cortiletto da cui si eleva una scala scoperta dalla linea armoniosa– racconta Mattei – Prima di salire, il Duce, attraverso una porticina si affaccia su un giardino da cui gli giunge caldo ed impetuoso l’“A noi!” di un gruppo di vecchi fascisti, la cosidetta vecchia guardia». Hanno tirato fuori per l’occasione «Le logore camicie nere delle squadre d’azione» i vecchi fascisti e si fanno incontro a Mussolini. Uno di loro, Carlo Jacobis – continua la cronaca – fa il discorso, con la voce «non scevra da qualche timore». «Non vi facciamo un dono come da prammatica, ma vi rinnoviamo il giuramento di credere, servire, ubbidire e vi lanciamo l’invocazione di fede. Diteci quali sono i diaframmi da spezzare e noi li spezzeremo».
Mussolini si compiacque e lo sottolineò nel parlare ai camerati ed ai segretari politici del Fascio, presenti all’incontro in federazione insieme ad ex combattenti, mutilati, crocerossine.
«Un gruppo di artigiani ternani si fa avanti – prosegue Enrico Mattei – si fa avanti ad offrirgli un magnifico grifone in ferro battuto». Mussolini raggiunse quindi il Municipio, dove era stata fissata la cerimonia di consegna dei premi dell’operosità e diligenza a lavoratori dell’industria, ai contadini, ai balilla. Il premio consisteva in buoni del tesoro novennali da 500 lire che seduta stante il Duce raddoppiò per contadini e i balilla ed aumentò, con l’aggiunta di una cifra in contanti, per i lavoratori dell’industria.
Era l’epoca del consenso per Mussolini ed il regime fascista, e la riprova la si ebbe in piazza, sotto al balcone del palazzo comunale. Ancora la cronaca di Mattei: «Un operaio, certo Bisaccioni, vorrebbe ringraziare, ma la commozione converte il discorso in un balbettio informe. Il Duce, che non ha bisogno di troppe parole, sorride e gli stringe la mano. Poi fa aprire la finestra e si affaccia. Finalmente! Da due, tre ore, resistendo a qualche lieve acquata intermittente, un’immensa folla lo attende e lo invoca invadendo l’intera piazza e le adiacenze. La sua apparizione […] scatena ora un’ondata di delirio. Si grida a gran voce: “Duce, Duce”. Lo spettacolo è superbo» conclude Mattei.
Un anno dopo, il 13 novembre 1932, i fascisti ternani si riunirono in congresso per commemorare l’anniversario della visita di Mussolini. Per l’occasione arrivò a Terni il segretario del Pnf, Achille Starace, che partecipò anche ad «altra e significativa cerimonia – riferirono le cronache – allo scoprimento di una lapide nel palazzo dei Mazzancolli, acquistato in questi giorni coi denari dei fascisti e del popolo tutto per assicurare alla Federazione Fascista e alle associazioni dipendenti una nobile sede».
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Fucilazione per cinque operai, ma era solo propaganda

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«Un nuovo delitto del governo – titolava l’Unità – Cinque operai fucilati a Roma?». Notizia sconvolgente, specie a Terni dato che si parlava di operai delle acciaierie. Pure se quel punto interrogativo, insieme ai dubbi, alimentava la speranza che non fosse vero.
Nel 1936, dell’Unità che era un foglio clandestino uscirono 14 numeri. Gli operai erano stati arrestati alle acciaierie di Terni, nell’agosto di quell’anno, specificava il giornale. Era da poco in corso la guerra civile in Spagna, il governo fascista appoggiava le truppe del “generalissimo” Franco, mentre tanti italiani, anarchici e di sinistra, andarono volontari nelle Brigate Internazionali, nell’esercito del “Fronte Popolare”. I militanti, in Italia, promuovevano azioni di concreta solidarietà a favore degli spagnoli che s’opponevano a Franco.
A Terni, era in corso una colletta per inviare aiuti. Nello stesso tempo, s’era promossa una protesta contro il governo per alcune misure che avevano avuto pesanti ripercussioni specie su chi viveva di salario. Intervenne la polizia e «parecchie decine di operai furono arrestati» scriveva l’Unità aggiungendo: «Il governo cercò di mettere le cose a tacere. Un giornalista straniero fu espulso dall’Italia per aver mandato la notizia al proprio giornale». Ma la notizia ormai era stata diffusa e il Governo diramò un comunicato ufficiale: «La polizia ha arrestato una ventina di operai fra i duemila che lavorano alle acciaierie di Terni», spiegava. «Gli arresti furono conseguenza del fatto che quegli operai avevano distribuito alcuni manifestini in favore del Fronte Popolare spagnolo oltre ad aver raccolto dei fondi attraverso una colletta nell’intento di mandarli in Spagna». «Gli arrestati – continuava la nota – saranno tradotti davanti al Tribunale speciale per la difesa dello stato. La minima accusa che si possa muover loro è d’appartenere o aver voluto ricostituire un partito disciolto e d’aver fatto della propaganda comunista».
L’Unità non si lasciava certo sfuggire l’occasione di affondare la lama, proprio quella della propaganda. Tsè, commentava, venti arrestati! Saranno almeno un centinaio. Ed aggiungeva mostrando sorpresa: adesso «raccogliere venti centesimi vuol dire per il governo appartenere e voler ricostituire un partito disciolto e fare della propaganda comunista». E giù, una serie di commenti ed
attacchi, di frasi ad effetto.«Al Tribunale speciale siano mandati i mercanti di cannoni, i fornitori di aeroplani, d’armi e munizioni ai ribelli. Questi e questi soli mettono in pericolo la sicurezza del paese».
La notizia delle condanne inflitte dal tribunale speciale agli operai ternani fu riportata in un numero successivo dell’Unità. Vi si legge: «Si è svolto alla fine di ottobre il processo contro trenta operai delle Acciaierie di Terni, arrestati nel mese di agosto in seguito a una manifestazione organizzata dai lavoratori all’uscita dalla fabbrica contro l’invio di armi ai ribelli spagnuoli. Venticinque operai sono stati condannati a trent’anni di reclusione ciascuno,mentre altri cinque sembra siano stati condannati alla fucilazione, con il pretesto di aver sabotato la fabbricazione delle armi destinate a Franco». «Il tribunale degli assassini – continua l’articolo dell’Unità – vuole rispondere con il piombo alla passione con la quale il popolo di Garibaldi segue l’epica lotta per la libertà in Ispagna».
Comunque quelle sentenze di condanna a morte, se mai furono pronunciate, non ebbero seguito. Dei cinque operai che avrebbero corso il rischio di finire davanti al plotone di esecuzione non si è mai saputo niente.

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G.G.Belli, il poeta e l’amore per una ternana ricca

Terni
L’odierna via Garibaldi a Terni. L’angolo che sporge, a sin., è del palazzetto che ospitò il Belli. Al piano stradale aveva sede l’Osteria del Giglio

Aveva 22 anni Giuseppe Gioachino Belli quando affascinò “Mariuccia”. Valentino Conti, il padre di Maria, era ternano. S’era trasferito a Roma per lavoro, essendo avvocato curiale. Nel 1813, quando rimase “fulminata” dal fascino di Gioachino, Maria s’era da poco separata dal marito, sposato un paio d’anni prima. Non era stata un’unione serena quella con Giacomo Pichi, rampollo d’una antica famiglia marchigiana. Maria era rimasta incinta, ma il bambino era nato morto. Giulio aveva fama di godereccio ed in effetti in breve tempo aveva dilapidato il patrimonio della sua famiglia ed aveva cominciato a fare la stessa cosa con quello di Maria. Ben presto, però, si ammalò e cadde in stato di demenza. Tutto a causa, scrisse in una lettera Maria, di “un fiero spavento avuto in casa” di una “birbona”, una “donnaccia che ha frequentato per otto anni” e che “lo ha ridotto all’estrema miseria”. Maria s’era decisa a separarsi da quell’uomo chiedendo la restituzione della dote e mettendo al sicuro il proprio patrimonio, ch’era considerato consistente e che comprendeva non pochi immobili a Terni. Cosicché, quando la relazione tra lei ed il giovane Giuseppe Gioachino, uno brillante e piacente, i commenti non furono certo benevoli. Anche perché Maria non solo era più anziana di 13 anni, ma non era nemmeno una gran bellezza. Quando, nel 1816, si sposarono a Roma si disse che il giovane poeta “aveva appiccato il cappello”. Tanto più che Giuseppe Gioachino in abbondanza aveva solo i nomi di battesimo, ma per il resto era ricco solo di fascino e savoir faire. Giulio Pichi, per parte sua, aveva reso tutto più facile pensando bene di lasciare il mondo terreno, rendendo vedova Maria.
Non da Giulio, quindi, il marito “ripudiato”, vennero i bastoni tra le ruote. Ben altre, infatti, furono le difficoltà che Maria Conti, donna coraggiosa e risoluta, dovette affrontare per coronare il suo sogno d’amore. Sfidò tutti fuggendo col suo amato e sopportò con fierezza il “disonore” di una gravidanza “fuori dl matrimonio”, almeno fino a quando non si potette procedere a “giuste nozze”.
Di fronte al coraggio e alla determinazione della sua “Mariuccia”, Gioachino non rimase insensibile e, come sostiene Massimo Vignali, uno tra i piu accurati biografi del Belli, nutrì per sua moglie ben di piu che un affetto dettato solo dalla riconoscenza. A riprova che non si trattò solo di “appiccare il cappello” c’è il fatto che il patrimonio di “Mariuccia” a conti fatti risultò assai meno ricca di quel che tutti ritenevano. Il patrimonio lo aveva in gran parte dissipato Giulio, anche se comunque, restavano diverse proprietà a Roma e soprattutto a Terni. Proprio al giovane marito Mariuccia affidò la cura dei beni fuori di Roma, ossia quelli ternani: un caseggiato con terreno a Piedimonte, alcuni appezzamenti in zona San Martino e al Monumento (nei pressi del cimitero), a Cesi (la Caprareccia e Palombara) e San Gemini. Oltre, ovviamente, al palazzo “di citta” in quella che oggi è via Fratini e che allora si chiamava via delle Carrozze, come spiega un’epigrafe apposta in loco ad iniziativa dell’Istess, l’Istituto di studi teologici e sociali, cui si deve anche la pubblicazione di uno studio di Pompeo De Angelis sui legami tra il poeta e Terni.
Belli, pur se non aveva “appiccato il cappello” aveva di che essere grato a “Mariuccia”, la quale si preoccupava costantemente di proteggerlo e, per non farlo sentire come un uomo che viveva sulle spalle della moglie, ci mise del suo èperché fosse assunto all’Ufficio del Bollo e del Registro di Roma. Un lavoro, ma che gli consentiva di trovare il tempo per curare gli interessi di “Mariuccia” – diventati anche suoi – a Terni, dove dimorò spesso e non sempe per brevi periodi. Nell’autunno del 1827 Belli trascorse un intero mese a Terni: c’erano canoni di affitto dei terreni da incassare; si voleva vendere la tenuta di Piedimonte bisognosa di interventi di ristrutturazione ritenuti troppo onerosi; c’era da dirimere un contenzioso con la vedova Magalotti. In quel mese Belli, non abitò nel palazzo di via delle Carrozze, ma a casa di certi cugini di “Mariuccia”, la famiglia Vannuzzi. Un palazzetto, in quella che oggi è via Garibaldi. Egli, comunque, preferiva passare piu tempo fuori casa, magari nella vicina “Osteria del Giglio” nominata in uno dei pochissimi sonetti in cui si parla di Terni. Una preferenza dovuta anche ad un fatto che raccontò in una lettera a Mariuccia: “Sappi in segreto che qui si sta in un abisso: neppure si pranza uniti: si va colle mani addosso fra cognate: e le cugine debbono andare a Torre Orsina per qualche tempo, al quale effetto non aspettano che la mia partenza. E’ un inferno”.
Fine dicitore, appassionato di letteratura e di storia, sul finire degli anni Venti il Belli cominciò a scrivere sonetti
in romanesco. E diversi ne sfornò proprio durante i suoi soggiorni ternani: una sessantina. Raramente però Terni è nominata nei circa 2.300 sonetti che costituiscono la sua opera. Accade in “E se magna”, che è del 1832, scritto in occasione della nomina a cardinale di Ludovico Gazzoli; in “Li ciarvelli de li signori” (1834), nel quale si criticano coloro che “…viengheno apposta / da quer culibbus-munni de paesi, / nun antro che pe’ vede in certi mesi / la Cascata der Marmoro…” manco che “…in cammio d’acqua, scaricasse vino”; e in “Certe parole latine”, del 1836, in cui Belli racconta di “Quanno annai cor padron de zi’ Pacifica / a Terni indove er marmo se pietrifica”.
“Mariuccia” morì nel 1837. Il patrimonio ternano finì ben presto. Bellì si distaccò dalla città. Lo sconforto fu grande, tanto che voleva distruggere tutti i sonetti. Li salvò il suo amico, il canonico Vincenzo Tizzani, parroco del rione Monti, che, manco a farlo apposta, nel 1843 fu nominato vescovo di Terni. Protestò Belli contro la decisione del papa. Con un sonetto, ovviamente: “L’Urion de Monti”. Ed accusa il papa per aver “voluto fa vescovo er Calonico Tizzani / senza senticce prima un accidente / li su’ poveri fiji monticiani”; “bisognerà abbozza’ ”, continua, ma “er Zanto Padre ce l’ha fatta grossa! / E poteranno di sempr’ar Governo / li Monti, che j’e tocca una gran sbiossa, / e li Ternani, ch’hanno vinto un terno”.
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Per saperne di più
 -Pompeo De Angelis, “Tizzani e Belli a Terni”. Istess, Terni 1996
 -Pompeo De Angelis, “Giuseppe Gioachino Belli a Terni”, Comune di Terni, 1996
 -Giuseppe Gioachino Belli, “Lettere Inedite A Mariuccia”, a cura di Massimo Vignali, Aracne Roma, 2003

Terni, ricattatore in manette per colpa della pigrizia

Il Teatrio Verdi a Terni
Il Teatro Verdi a Terni

Fare un po’ di soldi senza fatica? E che ci vuole!, pensò lui, basta chiederli a chi ce l’ha. Elementare. Tanto più che uno che i soldi ce li aveva lui lo conosceva pure. Lui, il protagonista della storia, aveva 17 anni. Abitava a Terni nel centro storico. Quello coi soldi era un ingegnere che incontrava spesso, un certo Eraldo. Il quale una mattina nella buca della posta trovò una lettera: «Sono pronto a farti male, molto male – c’era scritto – Se vuoi evitarlo devi darmi trenta milioni». Seguivano le istruzioni: i soldi andavano messi un una valigetta che l’ingegnere doveva lasciare un dato giorno ad una data ora, in un punto preciso, sulla sponda destra del Nera. Era il mese di febbraio del 1950.
Fatto!, pensò il giovanotto. Ormai c’era solo da aspettare la data fatidica. Comunque prima della festa di San Valentino, il patrono di Terni che cade il 14 febbraio. Trenta milioni erano una bella somma: nel 1950 ci si potevano comprare 25 automobili del tipo “1400” che la Fiat proprio in quel periodo aveva lanciato e che costavano 1 milione e 260mila lire. Il pane stava a 94 lire al chilo, la carne a 760.
Poi il giovanotto cominciò ad avere qualche dubbio. Di notte, al freddo, scendere lungo l’argine del Nera… C’era il rischio di scivolare e finire in acqua… E poi? Sarebbe potuto passare qualche malvivente che magari poteva rapinarlo. Oppure un poliziotto che lo avrebbe arrestato. No, no. Contrordine. Nuova lettera all’ingegnere. «La valigetta coi soldi devi lasciarla al barista del caffè del teatro Verdi!». Si, così era meglio: gente che va e che viene, niente freddo, niente pericoli. Già, ma il barista? Bisognava pensare pure a lui. Altra lettera di minacce: «Passerà l’ingegnere tal dei tali: ritira quello che ti darà. Poi passerà un nostro incaricato. Se non vuoi morire, acqua in bocca». Due lettere scritte proprio come si deve, con la giusta cattiveria, e– ovviamente– anonime. E poi era stato furbo: aveva cercato di mascherare la calligrafia. Già, perché le aveva scritte a mano. E così, poi, ci volle un niente per incastrarlo.
Lo presero subito. L’ingegnere denunciò tutto alla polizia. Poi, all’ora stabilita, nel primo pomeriggio di una fredda giornata di febbraio, si presentò al bar del teatro Verdi con la valigetta in mano. Due parole al barista e quindi la consegna. Dopo di che l’ingegnere girò i tacchi e se ne andò. Poco prima di lui erano entrati due clienti che s’erano seduti ad un tavolo ordinando un caffè. Erano poliziotti. Pronti ad una lunga attesa. Invece a momenti non facevano in tempo nemmeno a finire il caffè. Perché manco un quarto ecco un giovane, uno dei clienti abituali del locale il quale, senza nemmeno guardarsi intorno, andò dritto dritto dal barista: «Devo ritirare una valigetta»», disse. Il barista eseguì. Il giovanotto ebbe giusto il tempo di fare due passi verso l’uscita. Gli agenti lo bloccarono, chiusero la porta del bar e trattennero anche il barista del cui comportamento chiesero conto. «Ecco qua – rispose questi sventolando un foglio –mi hanno minacciato di morte se non facevo da passamano». «E tu?», chiesero gli agenti al giovane: «Pure io ho ricevuto una lettera minatoria. Sono nella stessa situazione del barista», rispose prontamente. E dalla tasca posteriore dei pantaloni estrasse il foglio su cui erano scritte le minacce. Il fatto fu che le lettere, comprese quelle recapitate all’ingegnere, avevano tutte la stessa calligrafia. Gli agenti chiesero al giovane di scrivere le generalità. Bastò il nome di battesimo, Lorenzo, e già era tutto chiaro. Il perito calligrafo doveva solo metterci il timbro dell’ufficialità.
Lorenzo ci rimase male. Non si spiegava com’era che l’avessero beccato subito. Eppure s’era creato pure l’alibi con la lettera per sé stesso… Sarà stata colpa della pigrizia? Chissà, forse se non si fosse fatto portare i soldi addirittura al bar…
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Massa Martana, frati contro i Savoia: “Siete prepotenti”

Santa Maria della Pace a Massa Martana. A destra: la lapide della "vendetta"
Santa Maria della Pace a Massa Martana. A destra: la lapide della “vendetta”

Era il 1863 quando fu abolito il convento francescano di Santa Maria della Pace a Massa Martana. Avvenne in attuazione dei decreti del regio commissario Gioacchino Pepoli, che aboliva in Umbria “tutte le corporazioni e gli stabilimenti di qualsivoglia genere degli ordini monastici e delle corporazioni regolari o secolari, eccettuati il Fatebenefratelli di Perugia e i padri Scolopi di Narni, Città della Pieve e Castelnuovo”. Il salvataggio di queste due congregazioni trovava ragione di essere per la riconosciuta particolare utilità dell’opera da esse svolta:  i Fatebenefratelli assistevano gli infermi dell’ospedale per malati di mente, mentre gli Scolopi s’occupavano dell’istruzione dei bimbi poveri.
Gioacchino Pepoli, bolognese, nipote per parte di madre di Gioacchino Murat e di Napoleone Bonaparte (il secondo nome di Pepoli era proprio Napoleone), fu un insurrezionalista molto attivo contro il potere temporale del papa.
In Umbria, dove divenne commissario regio nel 1860, prese diversi provvedimenti contro i chierici e la Chiesa. Non faceva che seguire le direttive del nuovo regno d’Italia che era in duro conflitto proprio col papato e che aveva avviato la politica della confisca dei beni della Chiesa.
Fattostà che il convento di Santa Maria della Pace di Massa Martana dovette essere abbandonato dai Francescani che lì erano dall’inizio del ‘600. Nel tempo esso aveva assunto una sempre maggiore importanza, dato che era stato dichiarato convento di studio, insieme a quelli di Assisi e dei Santi Cosma e Damiano a Roma. Al momento della soppressione era anche casa di noviziato.
Certo, non intonarono canti di gioia i frati francescani costretti ad andarsene e covarono non poco risentimento nei confronti dello stato italiano. Dovettero aspettare una quarantina di anni, ma una soddisfazione se la cavarono. Nel 1926 il convento fu loro restituito e nel riprenderne possesso vollero togliersi almeno lo sfizio di spubblicare il regno d’Italia per il torto a loro parere subito. Lo fecero mediante una lapide, apposta su una parete laterale della chiesa attigua al convento e che sorge dirimpetto al cimitero di Massa Martana. Nella lapide, che in latino, si ricorda come nell’anno V dell’era fascista (1926, appunto) il convento fu riconsegnato ai terziari francescani, dopo essere stato chiuso “sub aequiore Italiae regimine”.  Una vendetta sottile, compiuta con un’espressione nemmeno tanto velatamente polemica. Merito anche della lingua latina mediante l quale è possibile esprimere con una parola un concetto ben più complesso.  Quel “sub aequiore” la dice lunga. In pratica si accusa il regno d’Italia di aver disatteso il principio secondo cui stato e chiesa avrebbero dovuto essere due poteri equilibrati, uguali. Ma lo stato sabaudo s’era considerato “più uguale” della Chiesa e da posizione dominante aveva deciso di cacciare i francescani. Una prepotenza bella e buona, insomma.
La lapide ricorda comunque che la riconsegna del convento e quindi il ritorno dei frati francescani avvenne grazie all’impegno principale di tre personaggi: il vescovo di Todi, Aloisio Zaffarami, il podestà di Massa Martana, cavalier Antonio Orsini Federici, e l’arciprete Ilario Alcini, parroco del luogo.
Nel 1933 Santa Maria della Pace tornò anche ad essere sede del noviziato. Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1946, divenne seminario serafico e al giorno d’oggi è casa di accoglienza per convegni e ritiri.

Massa Martana, frati contro i Savoia: “Siete prepotenti”

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Valentino, l’altra storia del santo dell’amore

Terni, basilica di S.Vaòentino
La basilica di San Valentino

Si arrivò alla lite per decidere chi dovesse essere l’unico, vero santo protettore di Terni. Sì, il compito era stato “assegnato” da secoli a San Valentino, ma poi, col passare dei secoli un santo solo sembra non bastasse più. E così gli furono affiancati San Procolo e Sant’Anastasio. Quest’ultimo era anzi diventato il protettore principale della città, venerato nella cattedrale dove, nella cripta, si trovava – e si trova – la sua tomba.
Era prassi, ormai, nell’età di mezzo, che le città moltiplicassero i santi protettori e con loro le feste solenni. Le parate e manifestazioni religiose di “prima classe” si susseguivano così, ovunque, a ritmo costante e serrato. Papa Urbano VIII pensò che era ora di finirla e stabilì che ogni città doveva avere un solo santo. Che i fedeli decidessero.
A Terni la faccenda sfociò in un acceso dualismo: la congregazione ecclesiastica si pronunciò per Sant’Anastasio, il consiglio municipale votò unanime per San Valentino, “santo, ternano, vescovo di Terni”. San Procolo non fu nemmeno preso in considerazione. Le posizioni s’erano irrigidite. Nessuna delle due parti schiodava. Da una parte l’ecclesia, dall’altra il popolo. Ad evitare scontri e qualche guaio si stabilì di girare la questione al papa. Visto che lui aveva creato la situazione difficile, che se la risolvesse… Ed Urbano VIII la soluzione la trovò subito: il popolo ritiene San Valentino unico, vero patrono della città. E allora così sia.
San Valentino fu nominato vescovo di Terni nel 197, giovanissimo. La tradizione narra che fu martirizzato il 14 febbraio del 273. Ci fu, in verità, un altro Valentino vescovo di Terni, ma circa tre secoli dopo (dal 520 al 533). Stesso nome, stessi natali ternani. Per distinguerlo dal vescovo e martire è comunque chiamato Valentino II. E Anastasio? Fu anch’egli vescovo di Terni, dal 606 al 633. Sulla sua figura storica non è che manchino, comunque, le incertezze: secondo alcuni era ternano, per altri un aramaico che dalla Siria era approdato a Roma e da qui inviato a Terni con un compito ben preciso. In pratica la sede episcopale ternana fu “commissariata” dalla curia romana che considerava Terni una città ribelle, in cui s’era smarrita la retta via e dove vigeva un’eccessiva libertà di costumi. Troppo goderecci i ternani. Andavano in qualche modo redenti. Appare trasparente, quindi, il motivo che era alla base del dualismo sulla scelta di un unico patrono.
Il giorno di festa dedicato a San Valentino, l’ “originale”, fu scelto a suo tempo nel 14 febbraio, non a caso. Il cristianesimo, nel periodo della sua principale diffusione, spesso inglobava preesistenti riti pagani. Lo scopo era di evitare una frattura netta tra la religione nuova e la tradizione popolare vecchia di secoli.Umbria sud
Il 14 febbraio, indicato come giorno del martirio di San Valentino, era anche il giorno principale in cui i pagani celebravano i “Lupercali”, la festa della fertilità dedicata al dio Luperco, protettore delle greggi e dei lupi. La fertilità era intesa, quindi, come “figliolanza” delle greggi, come procreazione più che come abbondanza dei frutti della terra. Per i pagani il 14 febbraio era quindi la giornata dell’amore e degli innamorati, la cui protezione San Valentino – si potrebbe dire – si trovò in eredità. Ma la cosa non solo fu accettata ben presto nel resto del mondo cristiano, ma addirittuta divenne il motivo principale della considerazione del vescovo e martire ternano nei paesi di cultura anglosassone.
Non è un caso che William Shakespeare vi faccia riferimento nell’Amleto. Nel quarto atto, infatti, Ofelia, distrutta dal dolore per la morte del padre Polonio e per il rifiuto d’amore da parte del tormentato principe di Danimarca, canta: «Sarà domani San Valentino/ci leveremo di buon mattino,/alla finestra tua busserò,/la Valentina tua diventerò»./Allora _ continua il testo – egli si alzò, /delle sue robe tutto si vestì,/la porta della camera le aprì, /ed ella non più vergine ne uscì. Quello di Shakespeare, non pare essere il San Valentino dell’amore universale né quello delle promesse o dell’amore spirituale. D’altra parte nei paesi anglosassoni il “Valentine’s day” fu considerato generalmente più che altro come il perpetuarsi dei Lupercali. La festa tradizionale del Valentine’s day si svolgeva più o meno così: ognuna delle giovani in età inseriva un messaggio in un grande vaso; i ragazzi, affidandosi alla sorte, estraevano uno di tali messaggi e quindi dovevano individuarne l’autrice. Se la ricerca andava a buon fine, il ragazzo e la ragazza diventavano partners sessuali per tutta la festa.
Ecco: Anastasio, nel caso di Terni, avrebbe dovuto far sì che i ternani fossero devoti, sì, al loro santo, ma non eccedessero nel fare loro i costumi anglosassoni. A questo scopo, a far sì che non finisse nel dimenticatoio l’”esortazione” di cui Anastasio era portatore, il suo nome fu affiancato a quello di San Valentino nella protezione della città. Ma quando fu obbligatorio scegliere tra i due santi il popolo di Terni volle Valentino.
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