1860 a Terni, chi combatte e chi festeggia

L’ordine era chiaro e perentorio: partenza immediata per Orvieto la mattina di sabato 8 settembre, passando per Amelia, traversando il Tevere in barca, che poi doveva essere affondata, in località Renaro. Con l’aggiunta di una raccomandazione: solo i capi dovevano conoscere la destinazione. La lettera era firmata Luigi Borri, veniva da Todi e portava la data del 7 settembre1860. Non erano così celeri Le poste dell’epoca da autorizzare a pensare che una lettera potesse arrivare a destinazione in un solo giorno: questo è ancor oggi, spesso, un pio desiderio. E’ che ci pensò un messo a consegnarla al circolo patriottico di Terni. Luigi Borri non esisteva, era una firma in codice, quella del comitato segreto di Todi. Era tutta in codice la corrispondenza tra i circoli segreti e i patrioti. E si usavano firme che cambiavano a seconda del destinatario, così se c’era un errore di consegna, chi riceveva la lettera sapeva che il vero destinatario era un altro. Il circolo segreto di Terni, tanto per dire, usava la firma “Cicerone” quando interloquiva con Spoleto che a sua volta era “Catone”. “Cicerone” cambiava in “Petrini” se la lettera da Terni era destinata a Foligno che a sua volta firmava la risposta per Terni “Maria Petrini”. Se da Terni si scriveva a Perugia, che era “Ezio”, la firma variava in “Leonida”, se a Viterbo (“Cassio”) o a Roma (“Vittorio”) diventava “Tacito”. Ed ancora: se Terni scriveva una lettera indirizzata contemporaneamente a Roma e Perugia, la firma era una frase: “Precipitasti lì nella tua fogna”.
La lettera del 7 settembre proveniente da Todi ordinava ai volontari ternani, già pronti e in attesa,di raggiungere la colonna dei Cacciatori del Tevere, che stava operando per la liberazione dai papalini della fascia che costeggiava il corso del fiume. Non furono pochi quei volontari che partirono da Terni se nell’ambito dei Cacciatori del Tevere si costituirono due compagnie “del Nera”. I cacciatori del Tevere erano comandati dal colonnello Luigi Masi. Nativo di Petrignano di Assisi, Masi era patriota di lungo corso, avendo preso parte alle cospirazioni romane antecedenti il 1848, ed essendo stato uno dei difensori di Roma alla caduta della Repubblica nel 1849.A comandare le due compagnie di volontari arrivati da Terni, Masi nominò due capitani, Alceo Massarucci e Lorenzo Caracciotti coadiuvati da due tenenti, Augusto Fratini e Alessandro Magalotti.
I Cacciatori del Tevere liberarono Orvieto l’11 settembre 1860 e proseguirono verso l’alto Lazio spingendosi fino a Civita Castellana e provando ad andare più avanti, verso Roma. Ma arrivò l’ordine di fermarsi, ed anzi di tornare sui loro passi. Il loro “obbedisco” precedette di qualche anno quello più celebrato di Giuseppe Garibaldi, ma anche nel caso dei Cacciatori del Tevere, le questioni diplomatiche ebbero la prevalenza. Nel frattempo le truppe piemontesi erano in marcia per liberare l’Umbria. Il 14 arrivarono a Perugia; il 17 a Spoleto. Il 18  i soldati piemontesi, comandati dal generale Filippo Brignone arrivarono a Terni.
Si fermarono in città, i piemontesi. E non si trovarono tanto male se, tre settimane dopo,al momento di andarsene,venne diffuso un volantino a firma degli “Ufficiali della colonna mobile di stanza in Umbria” i quali ringraziavano “i cittadini e dame per le fraterne accoglienze, banchetti e balli”.
Il Lazio e Roma diventarono Italia dieci anni più tardi. Terni da quel momento fu zona di confine ed in quanto tale ricoprì un ruolo di primo piano nel Risorgimento italiano. Diventando uno dei punti di raccolta di volontari per spedizioni volte alla liberazione di Roma,compresa quella conclusasi tragicamente a Mentana
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Rettore di Camerino rapito dai goliardi di Perugia

 

Carlo Bianchi, magnifico rettore dell’Università di Camerino, se ne stava tranquillo a casa, quando suonarono alla porta. Erano alcuni studenti che gli parlarono di un problema serio riguardante l’università. «Serve immediatamente la sua presenza _ dissero _ Venga l’accompagniamo noi, abbiamo la macchina qui sotto».
Faceva un freddo cane, quella sera del 14 dicembre 1955. Il rettore aveva da poco inaugurato l’anno accademico, il 223. della storia di uno dei più antichi atenei italiani, fondato nel 1336. Una bella cerimonia cui era intervenuto Giovanni Leone, allora presidente della Camera dei Deputati, che a Camerino aveva iniziato la carriera di docente universitario.
Il Rettore, in verità, ce l’aveva qualche preoccupazione “vera”, perché da qualche giorno era emersa una brutta vicenda, una storia di lauree false per la quale successivamente finì in carcere il preside della facoltà di Farmacia. Il professor Bianchi non immaginò nemmeno di essere vittima di una “goliardata”: «Lei è nostro ostaggio», gli dissero quegli studenti, non appena mise piede fuori casa. Non erano dell’università di Camerino, ma membri della goliardia perugina.
Un rapimento per ritorsione. Un blitz, nell’ambito di una guerra senza esclusione di colpi innescatasi tra la goliardia umbra e quella di Camerino, in occasione della festa della matricola, che, a Perugia, era in corso in quei giorni. Componenti del “Magnus Ducatus Camerinii”, s’erano riversati a Perugia. Cintavano, forse, di avere un’accoglienza calorosissima da parte dei “colleghi” del “Griphonatus Goliardiae Perusinae”, ma così non fu. Ci rimasero male e decisero, così, di aprire la “tenzone”: In gruppo percorsero il centro cittadino schiamazzando, mentre uno di loro facevas da battistrada strimpellando un mandolino.
Potevano i perugini sopportare un tale affronto? E cominciò la caccia ai “menestrelli”: l’incontro fu subito scontro. I goliardi del Griphonatus, vincitori, sottrassero il mandolino, vessillo della protesta camerinese. Oltretutto lo strumento, pare fosse antico ed avesse grande valore materiale, ma l’offesa più cocente fu un’altra: “Camerino è solo un semplice spazio geografico”, sentenziarono i “Grifoni».
Ad offesa feroce, reazione altrettanto feroce. La riposta di Camerino fu il rapimento del capo della goliardia perugina, il “Gripho Triumphans”, che fu circondato, impacchettato e portato di peso a Camerino dove fu trascinato in catene a sfilare tra due ali di una folla che non lesinava insulti e prese in giro. I goliardi del Griphonatus si sentirono obbligati ad alzare la posta. In forze raggiunsero Camerino che strinsero d’assedio, Quindi il rapimento del rettore. Il quale si trovò anch’egli impacchettato a bordo di una macchina diretta a Perugia. Dopo un po’ però dette in escandescenze e costrinse i suoi rapitori a fermarsi e a farlo scendere. La liberazione ebbe luogo a Foligno, in campo neutro. Poi gli stessi studenti acompagnarono a casa il professor Bianchi. Il Ducatus Camerinii ritenne di aver vinto, perché manteneva prigioniero il Gripho. Se lo tenne, anzi, un altro paio di giorni, poi un manipolo raggiunse Perugia e tornò coi trofei di guerra: tutte le targhe che indicavano la Rocca Paolina.

Nella Foto: 
Perugia, festa della matricola 1933. 
Archivio della memoria storica condivisa Perugia (Pr. Tiralti)

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La contessa Canali assassinata per pochi soldi

Il Palazzo della nobile famiglia Canali al centro di Terni
Il Palazzo della nobile famiglia Canali al centro di Terni

L’assassino agì con ferocia. Una coltellata alla gola della vecchia contessa. Erano le tre di notte, una notte afosa di fine luglio del 1890, quando in via Angeloni, al centro di Terni, risuonarono le grida di una donna che, sporgendosi da una finestra, chiedeva aiuto: «I ladri! I ladri! Aiutateci».Un giovanotto che si trovava a passare ristette, dubbioso. Chissà Continua a leggere La contessa Canali assassinata per pochi soldi

Renato Donatelli, a ricordarlo una lapide e un liceo

La casa in cui visse Renato Donatelli a Terni si affaccia sulla scalinata del teatro Verdi
La casa in cui visse Renato Donatelli a Terni si affaccia sulla scalinata del teatro Verdi
Una casa nel centro storico di Terni ed una finestra che si affaccia su una piazzetta molto particolare: quella occupata dalla scalinata del Teatro Verdi. Lì visse Renato Donatelli. E lì, di fianco alle scale del teatro, c’è la lapide che ricorda il grande cardiochirurgo cui a Terni è stato intitolato il secondo (per anno d’istituzione) liceo scientifico cittadino. “In questa casa , ove amava tornare, trascorse gli anni della gioventù il professor dottor Renato Donatelli – vi si legge – Pioniere della cardiochirurgia, maestro insigne, studioso di fama mondiale, martire della scienza”. Il Comune di Terni la pose nel 1997 a settanta anni dalla nascita.
Renato Donatelli, infatti, nacque il 16 luglio del 1927. Ma non a Terni: a Morino, un piccolo centro in provincia di L’Aquila. Ternani erano il padre, Angelo, e la madre Maria Sebastiani. Angelo Donatelli era perito industriale ed era titolare di un’impresa di costruzioni. In Abruzzo era andato per lavoro. Il piccolo Renato aveva due anni quando la famiglia tornò a Terni dove rimase (a parte una parentesi di un anno in cui visse ad Istanbul) fino al 1943. Ancora trasferimenti, poi: a Venezia e successivamente, nel 1945, a Milano.
A Terni, in quella casa di corso Vittorio Emanuele (come si chiamava allora corso Vecchio), Donatelli visse quindi tredici anni. E a Terni andò a scuola dalle elementari fino al IV ginnasio, al liceo Tacito. Il diploma di maturità e poi la laurea in medicina li prese a Milano. Una laurea col massimo dei voti. Era il 1951. Servizio militare e quindi al lavoro, all’ospedale Maggiore Niguarda, come assistente del professor Angelo De Gasperis, primario di chirurgia toracica. Insieme cominciarono ad interessarsi alla cardiochirurgia a cuore aperto che allora era agli albori. La prima operazione di questo tipo venne da loro effettuata nel 1956. Nel 1962 Donatelli successe a De Gasperis quale primario della divisione di chirurgia toracica, ma già era divenuto una personalità nel mondo scientifico, per le sue ricerche, sperimentazioni ed interventi chirurgici innovativi, tanto che, qualche anno dopo, nel 1967, gli fu conferita la cittadinanza onoraria di Houston, sede del centro più avanzato e famoso nel mondo per la cardiochirurgia.
Renato Donatelli morì nell’ottobre del 1969, a 42 anni, a causa di un’epatite contratta mentre effettuava un intervento chirurgico.

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Collescipoli “capitale” del Comintern

L'ex municipio di Collescipoli
L’ex municipio di Collescipoli

Sulla carta geografica dell’Europa appesa ad una parete, una grossa freccia ed un cerchio rosso  indicavano un nome: Collescipoli. Questione che desta non poca sorpresa, anche perché quella  carta geografica era appesa alla parete di un ufficio di Mosca: quello del Comintern, l’organizzazione della Terza Internazionale comunista. Era vero? Nel 1925 ci fu chi la raccontò così e sembra che proprio a Collescipoli avesse sede una delle sezioni tra le più attive ed importanti del Comintern in Italia. Sarà stata la vicinanza con Roma? O la scelta aveva trovato fondamento sulla tradizionale vocazione rivoluzionaria dei collescipolani che furono garibaldini particolarmente attivi e a stretto contatto col Generale?
Era il 30 ottobre del 1925, quando L’Unità riferì una notizia cui era stato dato grande risalto sul magazine – si direbbe oggi – Epoca, la “fascista Epoca”, sottolineava il giornale fondato da Antonio Gramsci. Epoca aveva raccontato pochi giorni prima di «una brillante operazione» compiuta «da alcuni militi romani» i quali avevano scoperto e cancellato un «vasto movimento sovversivo». Un complotto talmente importante che dell’operazione s’incaricarono i fascisti di Roma e non quelli di Terni, anche perché era «al comando della decima zona della milizia nazionale dell’Urbe» che «era pervenuta notizia che a Terni e nel limitrofo comune di Collescipoli alcuni comunisti tentavano di riorganizzare la loro più che disgregata compagine».
Fu così che i militi romani escogitarono un piano “diabolico”: alcuni di loro si finsero comunisti ed aderirono al movimento, partecipando a varie assemblee. Fu in queste occasioni che potettero rendersi conto di quanto le cose fossero andate avanti: nei locali dove si tenevano le assemblee c’erano pacchi di giornali di propaganda, tessere ed elenchi di comunisti. Non solo: i fascisti romani ebbero la possibilità di constatare che gli ordini arrivavano alla “centrale di Collescipoli” direttamente dal Comintern insieme a «parecchio denaro». Chiaro: non c’era tempo da perdere. Era ormai arrivato il momento di agire. Alcuni ufficiali della milizia avvertirono i carabinieri e, tutti insieme, fecero irruzione «in un remoto locale di un quartiere eccentrico (nel senso di periferico, ndr) di Terni» dove si teneva l’assemblea generale cui partecipavano «ben 25 comunisti guidati dall’onorevole Giuseppe Sbaraglini». Ci fu irruzione: «La commedia è finita. Siamo ufficiali e militi della milizia nazionale. Alto le mani; e silenzio». Furono arrestate ventisei persone, tra le quali l’ex deputato Sbaraglini, «e i noti fratelli Monghini di Collescipoli, nonché Gino Cacace e Urbinati». Furono sequestrati seimila lire, opuscoli di propaganda, tessere, ruolini e diverse rivoltelle. Riferita la notizia così come pubblicata da Epoca, l’Unità commenta: «È necessario rilevare che il “complotto sovversivo” dell’Epoca è fatto di una serie di grosse balle infilate l’una dietro l’altra». Un’operazione di propaganda, insomma, anche perché _ aggiunge l’Unità _ «Sugli arresti denunziati dal giornale fascista nessuna notizia abbiamo da nostra fonte». Era davvero una balla colossale?
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In Valserra, la sorgente della palomba

Una palomba in volo sulla valle del Serra scorse, dall’alto, una sorgente e scese per dissetarsi. La leggenda narra che è per questo che l’agglomerato di case che oggi c’è lì, si chiama Acquapalombo. La sorgente, sulla montagna, c’è ancora e l’acqua, in paese, sgorga in un fontanile sulla piazzetta.

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Terremoto a Terni:”Sul monte di Cesi s’aprirà un vulcano”

Fortuna che, tanto, era estate. Stare all’aperto non comportò un grosso disagio. La gente di Terni la seconda metà di luglio del 1960 dovette passarla fuori di casa, in una tenda da campeggio o in baracche approntate alla bell’e meglio; quelli che ce l’avevano nella roulotte. A tenerli fuori di casa fu la paura del terremoto. Continua a leggere Terremoto a Terni:”Sul monte di Cesi s’aprirà un vulcano”

Mussolini in visita a Palazzo Mazzancolli, la “Casa del fascio”

Dopo la visita alla "Casa del fascio" Mussolini parla dal balcone del municipio. Folla in piazza (Istituto Luce)
Dopo la visita alla “Casa del fascio” Mussolini parla dal balcone del municipio. Folla in piazza (Istituto Luce)

Tra le opere di Orneore Metelli è sicuramente una delle più presenti nella memoria dei ternani: è il quadro che il pittore–calzolaio dipinse per celebrare a modo suo la visita di Mussolini, a Terni. Era il 1931, novembre. La città da quasi cinque anni era diventata capoluogo di Provincia. Una visita ufficiale alle industrie ternane, ci stava proprio. E fu una giornata celebrata con grande clamore sui giornali dell’epoca. Erano d’altra parte gli anni del consenso. Una per tutte, così riferì la cronaca della giornata sulla Stampa di Torino Enrico Mattei, uno dei giornalisti più importanti del tempo e per parecchi anni a seguire: «Il Duce visita gli stabilimenti del carburo di calcio, la grandiosa centrale idroelettrica di Galleto, la fabbrica d’armi; quindi si reca alla casa del Fascio, nel caratteristico palazzo dei Mazzancolli restaurato recentemente». Palazzo Mazzancolli, costruito nella seconda metà del 1400, dopo essere ospitato tra le sue mura – oltreché i membri della potente famiglia ternana – una filanda e il Monte di Pietà, era diventato la “Casa del Fascio”.
Mussolini, nel compiere la visita agli stabilimenti ed alla città di Terni, dedicò una parte della giornata all’incontro coi fedelissimi. «Una doppia fila di Giovani Fascisti è schierata nel cortiletto da cui si eleva una scala scoperta dalla linea armoniosa– racconta Mattei – Prima di salire, il Duce, attraverso una porticina si affaccia su un giardino da cui gli giunge caldo ed impetuoso l’“A noi!” di un gruppo di vecchi fascisti, la cosidetta vecchia guardia». Hanno tirato fuori per l’occasione «Le logore camicie nere delle squadre d’azione» i vecchi fascisti e si fanno incontro a Mussolini. Uno di loro, Carlo Jacobis – continua la cronaca – fa il discorso, con la voce «non scevra da qualche timore». «Non vi facciamo un dono come da prammatica, ma vi rinnoviamo il giuramento di credere, servire, ubbidire e vi lanciamo l’invocazione di fede. Diteci quali sono i diaframmi da spezzare e noi li spezzeremo».
Mussolini si compiacque e lo sottolineò nel parlare ai camerati ed ai segretari politici del Fascio, presenti all’incontro in federazione insieme ad ex combattenti, mutilati, crocerossine.
«Un gruppo di artigiani ternani si fa avanti – prosegue Enrico Mattei – si fa avanti ad offrirgli un magnifico grifone in ferro battuto». Mussolini raggiunse quindi il Municipio, dove era stata fissata la cerimonia di consegna dei premi dell’operosità e diligenza a lavoratori dell’industria, ai contadini, ai balilla. Il premio consisteva in buoni del tesoro novennali da 500 lire che seduta stante il Duce raddoppiò per contadini e i balilla ed aumentò, con l’aggiunta di una cifra in contanti, per i lavoratori dell’industria.
Era l’epoca del consenso per Mussolini ed il regime fascista, e la riprova la si ebbe in piazza, sotto al balcone del palazzo comunale. Ancora la cronaca di Mattei: «Un operaio, certo Bisaccioni, vorrebbe ringraziare, ma la commozione converte il discorso in un balbettio informe. Il Duce, che non ha bisogno di troppe parole, sorride e gli stringe la mano. Poi fa aprire la finestra e si affaccia. Finalmente! Da due, tre ore, resistendo a qualche lieve acquata intermittente, un’immensa folla lo attende e lo invoca invadendo l’intera piazza e le adiacenze. La sua apparizione […] scatena ora un’ondata di delirio. Si grida a gran voce: “Duce, Duce”. Lo spettacolo è superbo» conclude Mattei.
Un anno dopo, il 13 novembre 1932, i fascisti ternani si riunirono in congresso per commemorare l’anniversario della visita di Mussolini. Per l’occasione arrivò a Terni il segretario del Pnf, Achille Starace, che partecipò anche ad «altra e significativa cerimonia – riferirono le cronache – allo scoprimento di una lapide nel palazzo dei Mazzancolli, acquistato in questi giorni coi denari dei fascisti e del popolo tutto per assicurare alla Federazione Fascista e alle associazioni dipendenti una nobile sede».
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Fucilazione per cinque operai, ma era solo propaganda

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«Un nuovo delitto del governo – titolava l’Unità – Cinque operai fucilati a Roma?». Notizia sconvolgente, specie a Terni dato che si parlava di operai delle acciaierie. Pure se quel punto interrogativo, insieme ai dubbi, alimentava la speranza che non fosse vero.
Nel 1936, dell’Unità che era un foglio clandestino uscirono 14 numeri. Gli operai erano stati arrestati alle acciaierie di Terni, nell’agosto di quell’anno, specificava il giornale. Era da poco in corso la guerra civile in Spagna, il governo fascista appoggiava le truppe del “generalissimo” Franco, mentre tanti italiani, anarchici e di sinistra, andarono volontari nelle Brigate Internazionali, nell’esercito del “Fronte Popolare”. I militanti, in Italia, promuovevano azioni di concreta solidarietà a favore degli spagnoli che s’opponevano a Franco.
A Terni, era in corso una colletta per inviare aiuti. Nello stesso tempo, s’era promossa una protesta contro il governo per alcune misure che avevano avuto pesanti ripercussioni specie su chi viveva di salario. Intervenne la polizia e «parecchie decine di operai furono arrestati» scriveva l’Unità aggiungendo: «Il governo cercò di mettere le cose a tacere. Un giornalista straniero fu espulso dall’Italia per aver mandato la notizia al proprio giornale». Ma la notizia ormai era stata diffusa e il Governo diramò un comunicato ufficiale: «La polizia ha arrestato una ventina di operai fra i duemila che lavorano alle acciaierie di Terni», spiegava. «Gli arresti furono conseguenza del fatto che quegli operai avevano distribuito alcuni manifestini in favore del Fronte Popolare spagnolo oltre ad aver raccolto dei fondi attraverso una colletta nell’intento di mandarli in Spagna». «Gli arrestati – continuava la nota – saranno tradotti davanti al Tribunale speciale per la difesa dello stato. La minima accusa che si possa muover loro è d’appartenere o aver voluto ricostituire un partito disciolto e d’aver fatto della propaganda comunista».
L’Unità non si lasciava certo sfuggire l’occasione di affondare la lama, proprio quella della propaganda. Tsè, commentava, venti arrestati! Saranno almeno un centinaio. Ed aggiungeva mostrando sorpresa: adesso «raccogliere venti centesimi vuol dire per il governo appartenere e voler ricostituire un partito disciolto e fare della propaganda comunista». E giù, una serie di commenti ed
attacchi, di frasi ad effetto.«Al Tribunale speciale siano mandati i mercanti di cannoni, i fornitori di aeroplani, d’armi e munizioni ai ribelli. Questi e questi soli mettono in pericolo la sicurezza del paese».
La notizia delle condanne inflitte dal tribunale speciale agli operai ternani fu riportata in un numero successivo dell’Unità. Vi si legge: «Si è svolto alla fine di ottobre il processo contro trenta operai delle Acciaierie di Terni, arrestati nel mese di agosto in seguito a una manifestazione organizzata dai lavoratori all’uscita dalla fabbrica contro l’invio di armi ai ribelli spagnuoli. Venticinque operai sono stati condannati a trent’anni di reclusione ciascuno,mentre altri cinque sembra siano stati condannati alla fucilazione, con il pretesto di aver sabotato la fabbricazione delle armi destinate a Franco». «Il tribunale degli assassini – continua l’articolo dell’Unità – vuole rispondere con il piombo alla passione con la quale il popolo di Garibaldi segue l’epica lotta per la libertà in Ispagna».
Comunque quelle sentenze di condanna a morte, se mai furono pronunciate, non ebbero seguito. Dei cinque operai che avrebbero corso il rischio di finire davanti al plotone di esecuzione non si è mai saputo niente.

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G.G.Belli, il poeta e l’amore per una ternana ricca

Terni
L’odierna via Garibaldi a Terni. L’angolo che sporge, a sin., è del palazzetto che ospitò il Belli. Al piano stradale aveva sede l’Osteria del Giglio

Aveva 22 anni Giuseppe Gioachino Belli quando affascinò “Mariuccia”. Valentino Conti, il padre di Maria, era ternano. S’era trasferito a Roma per lavoro, essendo avvocato curiale. Nel 1813, quando rimase “fulminata” dal fascino di Gioachino, Maria s’era da poco separata dal marito, sposato un paio d’anni prima. Non era stata un’unione serena quella con Giacomo Pichi, rampollo d’una antica famiglia marchigiana. Maria era rimasta incinta, ma il bambino era nato morto. Giulio aveva fama di godereccio ed in effetti in breve tempo aveva dilapidato il patrimonio della sua famiglia ed aveva cominciato a fare la stessa cosa con quello di Maria. Ben presto, però, si ammalò e cadde in stato di demenza. Tutto a causa, scrisse in una lettera Maria, di “un fiero spavento avuto in casa” di una “birbona”, una “donnaccia che ha frequentato per otto anni” e che “lo ha ridotto all’estrema miseria”. Maria s’era decisa a separarsi da quell’uomo chiedendo la restituzione della dote e mettendo al sicuro il proprio patrimonio, ch’era considerato consistente e che comprendeva non pochi immobili a Terni. Cosicché, quando la relazione tra lei ed il giovane Giuseppe Gioachino, uno brillante e piacente, i commenti non furono certo benevoli. Anche perché Maria non solo era più anziana di 13 anni, ma non era nemmeno una gran bellezza. Quando, nel 1816, si sposarono a Roma si disse che il giovane poeta “aveva appiccato il cappello”. Tanto più che Giuseppe Gioachino in abbondanza aveva solo i nomi di battesimo, ma per il resto era ricco solo di fascino e savoir faire. Giulio Pichi, per parte sua, aveva reso tutto più facile pensando bene di lasciare il mondo terreno, rendendo vedova Maria.
Non da Giulio, quindi, il marito “ripudiato”, vennero i bastoni tra le ruote. Ben altre, infatti, furono le difficoltà che Maria Conti, donna coraggiosa e risoluta, dovette affrontare per coronare il suo sogno d’amore. Sfidò tutti fuggendo col suo amato e sopportò con fierezza il “disonore” di una gravidanza “fuori dl matrimonio”, almeno fino a quando non si potette procedere a “giuste nozze”.
Di fronte al coraggio e alla determinazione della sua “Mariuccia”, Gioachino non rimase insensibile e, come sostiene Massimo Vignali, uno tra i piu accurati biografi del Belli, nutrì per sua moglie ben di piu che un affetto dettato solo dalla riconoscenza. A riprova che non si trattò solo di “appiccare il cappello” c’è il fatto che il patrimonio di “Mariuccia” a conti fatti risultò assai meno ricca di quel che tutti ritenevano. Il patrimonio lo aveva in gran parte dissipato Giulio, anche se comunque, restavano diverse proprietà a Roma e soprattutto a Terni. Proprio al giovane marito Mariuccia affidò la cura dei beni fuori di Roma, ossia quelli ternani: un caseggiato con terreno a Piedimonte, alcuni appezzamenti in zona San Martino e al Monumento (nei pressi del cimitero), a Cesi (la Caprareccia e Palombara) e San Gemini. Oltre, ovviamente, al palazzo “di citta” in quella che oggi è via Fratini e che allora si chiamava via delle Carrozze, come spiega un’epigrafe apposta in loco ad iniziativa dell’Istess, l’Istituto di studi teologici e sociali, cui si deve anche la pubblicazione di uno studio di Pompeo De Angelis sui legami tra il poeta e Terni.
Belli, pur se non aveva “appiccato il cappello” aveva di che essere grato a “Mariuccia”, la quale si preoccupava costantemente di proteggerlo e, per non farlo sentire come un uomo che viveva sulle spalle della moglie, ci mise del suo èperché fosse assunto all’Ufficio del Bollo e del Registro di Roma. Un lavoro, ma che gli consentiva di trovare il tempo per curare gli interessi di “Mariuccia” – diventati anche suoi – a Terni, dove dimorò spesso e non sempe per brevi periodi. Nell’autunno del 1827 Belli trascorse un intero mese a Terni: c’erano canoni di affitto dei terreni da incassare; si voleva vendere la tenuta di Piedimonte bisognosa di interventi di ristrutturazione ritenuti troppo onerosi; c’era da dirimere un contenzioso con la vedova Magalotti. In quel mese Belli, non abitò nel palazzo di via delle Carrozze, ma a casa di certi cugini di “Mariuccia”, la famiglia Vannuzzi. Un palazzetto, in quella che oggi è via Garibaldi. Egli, comunque, preferiva passare piu tempo fuori casa, magari nella vicina “Osteria del Giglio” nominata in uno dei pochissimi sonetti in cui si parla di Terni. Una preferenza dovuta anche ad un fatto che raccontò in una lettera a Mariuccia: “Sappi in segreto che qui si sta in un abisso: neppure si pranza uniti: si va colle mani addosso fra cognate: e le cugine debbono andare a Torre Orsina per qualche tempo, al quale effetto non aspettano che la mia partenza. E’ un inferno”.
Fine dicitore, appassionato di letteratura e di storia, sul finire degli anni Venti il Belli cominciò a scrivere sonetti
in romanesco. E diversi ne sfornò proprio durante i suoi soggiorni ternani: una sessantina. Raramente però Terni è nominata nei circa 2.300 sonetti che costituiscono la sua opera. Accade in “E se magna”, che è del 1832, scritto in occasione della nomina a cardinale di Ludovico Gazzoli; in “Li ciarvelli de li signori” (1834), nel quale si criticano coloro che “…viengheno apposta / da quer culibbus-munni de paesi, / nun antro che pe’ vede in certi mesi / la Cascata der Marmoro…” manco che “…in cammio d’acqua, scaricasse vino”; e in “Certe parole latine”, del 1836, in cui Belli racconta di “Quanno annai cor padron de zi’ Pacifica / a Terni indove er marmo se pietrifica”.
“Mariuccia” morì nel 1837. Il patrimonio ternano finì ben presto. Bellì si distaccò dalla città. Lo sconforto fu grande, tanto che voleva distruggere tutti i sonetti. Li salvò il suo amico, il canonico Vincenzo Tizzani, parroco del rione Monti, che, manco a farlo apposta, nel 1843 fu nominato vescovo di Terni. Protestò Belli contro la decisione del papa. Con un sonetto, ovviamente: “L’Urion de Monti”. Ed accusa il papa per aver “voluto fa vescovo er Calonico Tizzani / senza senticce prima un accidente / li su’ poveri fiji monticiani”; “bisognerà abbozza’ ”, continua, ma “er Zanto Padre ce l’ha fatta grossa! / E poteranno di sempr’ar Governo / li Monti, che j’e tocca una gran sbiossa, / e li Ternani, ch’hanno vinto un terno”.
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Per saperne di più
 -Pompeo De Angelis, “Tizzani e Belli a Terni”. Istess, Terni 1996
 -Pompeo De Angelis, “Giuseppe Gioachino Belli a Terni”, Comune di Terni, 1996
 -Giuseppe Gioachino Belli, “Lettere Inedite A Mariuccia”, a cura di Massimo Vignali, Aracne Roma, 2003

Curiosità da Terni, l'Umbria, e l'Italia centrale: fatti, persone, tesori nascosti

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Curiosità da Terni, l'Umbria, e l'Italia centrale: fatti, persone, tesori nascosti

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Terni, l'Umbria, l'Italia centrale: fatti, storie, personaggi, curiosità, tradizioni

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Curiosità da Terni, l'Umbria, e l'Italia centrale: fatti, persone, tesori nascosti

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