Peppe Scappa, il "pacifista" Corazziere

Peppe Scappa Corazziere

Giuseppe Marini in divisa da Corazziere

Tutti la conoscono, dalle parti tra Arrone e Piediluco, la storia di “Peppe Scappa”. O meglio, sono convinti di conoscerla e come spesso accade quando le storie si tramandano attraverso i racconti, c’è sempre chi aggiunge un particolare, oppure lo modifica.
La storia di “Peppe Scappa”, quella vera e così come la tramandano i suoi familiari, ebbe inizio alla fine del 1860, quando l’Umbria fu annessa al Regno d’Italia. La presenza dei piemontesi portò alcune novità, tra le quali la coscrizione obbligatoria. Vale a dire che volentieri o no tutti i giovanotti in età erano obbligati a prestare il servizio militare. A qualcuno il sacrificio sembrava esagerato. Che era quella novità? Col Papa, a fare il soldato di leva non ci si andava mica. E poi: questi piemontesi quanto potevano durare? Non erano pochi coloro che pensavano presto il Papa sarebbe di nuovo tornato a cavallo. Insomma: ma quale militare di leva?
Giuseppe Marini, aveva 22 anni, abitava a Castiglioni, frazione di Arrone, ai piedi delle montagne della Forca di Arrone ed all’inizio della strada che dalla Valnerina porta fino al lago di Piediluco. Faceva il contadino. Aveva da pensare al suo campo, al lavoro all’aria aperta, alle occupazioni che cambiavano in contemporanea con le stagioni. Altro che perder tempo a vestirsi di blu e mettersi, magari, uno di quei cappelli col pennacchio: ore e ore impalato a fare la guardia col fucile in ispalla e la baionetta inastata.
Così quando venne il suo turno, Giuseppe, fece orecchie da mercante. Mica staranno ad aspettare a me!, deve aver pensato. E invece sembrò proprio così. Quelli dell’esercito dei Savoia erano testardi e non lasciarono mica correre! Visto che non s’era presentato alla leva andarono a prenderlo. Ma Peppe era uno alto e robusto come una quercia e quando quelli lo afferrarono per le braccia per condurlo con loro, con uno strattone li mise a sedere per terra e scappò, infilandosi nella macchia poco lontana.
Ogni tanto i carabinieri si ripresentavano a casa sua, ma Peppe s’era costruita una capanna in mezzo al bosco ed abitava lì, ormai. A dargli una mano c’erano i paesani di Castiglioni: appena i carabinieri imboccavano la strada da Arrone per Castiglioni, si davano la voce da un campo all’altro fino a che non arrivava al destinatario: “Peppeeee… Scappa!”. E Peppe spariva nella macchia. Fu così che Giuseppe Marini divenne per tutti PeppeScappa, un soprannome diventato eredità della famiglia.
Scappa oggi, scappa domani, ‘sti benedetti piemontesi non sloggiavano mai. Anzi. Diventavano sempre più fissi e sicuri. PeppeScappa non poteva andare avanti a vita a fare il latitante, Così così si decise di fare quelle poche centinaia di metri e passò il confine, avvaindosi verso Roma. Lì governava il Papa, ancora, e non c’era la leva obbligatoria. Però poi – guarda tu com’è la vita! – lui che non voleva fare il militare si ritrovò in divisa, arruolato volontario tra le guardie del Papa. E che divisa! Dato che era alto si ritrovò corazziere.
A Roma, appena arrivato, era diventato uomo di fiducia e curatore delle scuderie di un principe che forniva, secondo l’uso in vigore, un manipolo di guardie al Papa. Fu il principe a convincere Peppe ad offrirsi come volontario.
Quando anche Roma diventò “piemontese”, Peppe era incastrato. Non poteva più scappare, ma per la verità non ce n’era nemmeno bisogno perché per i fuoriusciti, il Regno d’Italia, decise un’amnistia. Giuseppe Marini, però, dovette comparire ugualmente davanti ad un Tribunale, quello di Spoleto, che applicando la legge gli ricordò che l’amnistia poteva essere concessa a patto che lui partisse militare. Che fai? Fu obbligatorio adeguarsi. Lo arruolarono nel battaglione San Marco. Poi, pagato il suo debito con l’esercito, tornò a Castiglioni. POi la sua famiglia, aprì un’osteria e cucina sul valico della Forca di Arrone. C’è ancora. A gestirla c’è un pronipote. E sulla parete, in fondo, c’è il quadro con la foto di PeppeScappa in divisa da corazziere e, scritta in bella calligrafia, la sua storia di “pacifista” mancato.
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Peppe Scappa, il “pacifista” Corazziere

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Toscolano, schioppettate ai rapitori

Un riscatto di 1.500 lire

Un piccolo possidente, ma per i “malandrini” era comunque un ricco. E così gli abitanti di Toscolano, passarono una giornata “diversa” e movimentata, grazie alla quale ebbero da raccontare per parecchio tempo. Perché a Toscolano, tranquilla frazione oggi di Avigliano Umbro, si verificò il brutto fatto che quell’uomo considerato ricco sfondato fosse rapito a scopo di riscatto. E finì sulle prime pagine dei giornali, Toscolano, allora “ridente frazione di Monte Castrilli in provincia di Perugia”. Così era a quei tempi, perché il fatto avvenne alle 8 del mattino del 17 marzo del 1871, quasi un secolo e mezzo fa. Rapimento a scopo di riscatto, ovviamente: trentamila lire volevano i rapitori per liberare l’ostaggio, ma tira e molla, alla fine, si accontentarono di 1500 lire. Una bella sommetta, per quei tempi, ma non certo l’occasione di cambiare vita anche perché quelli coinvolti nel rapimento erano sicuramente almeno più di tre. Il calcolo è reso possibile dal seguito della storia, perché una volta intsacati i soldi non è che la vicenda finì. Il fatto è che allora, a Toscolano, c’era un medico condotto coraggioso e risoluto, che non appena si diffuse la notizia del pagamento del riscatto organizzò la gente del posto: tutti, armati, si misero in cerca dei “malandrini” in mezzo ai castagneti che, fitti, ricoprono – ancor oggi – la montagna di Toscolano. La ricerca dette i frutti sperati, e, nel caso in questione anche “sparati” perché, individuati i rapinatori, il medico organizzò un’imboscata: seguì il classico conflitto a fuoco nel corso del quale “uno dei malfattori, colpito all’occhio destro, rimase sul terreno, e gli altri, due dei quali feriti, si salvarono fuggendo”. Il giornale dell’epoca (“L’Opinione”) non riferisce altri particolari se non il nome del rapito, un “certo Capaldina”. Non si sa quindi chi fosse l’ardimentoso medico condotto, che non perse tempo ad avvisare le forze dell’ordine la cui caserma si sarebbe dovuta raggiungere a piedi con grande perdita di tempo, né riferisce se le 1500 lire del riscatto furono recuperate.
Toscolano, per riscuotere lo stesso interessamento dalle cronache nazionali, dovette aspettare più di un secolo, fino a quando cioè, Federico Zeri non individuò proprio lì un dipinto che consentì di risolvere un mistero della storia dell’arte individuano in Piermatteo d’Amelia, il grande artista fino a quel momento conosciuto come il “Maestro dell’Annunciazione Gardner”. Beh, fu tutta un’altra soddisfazione.

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Frate insonne sventa un furto a San Pietro

Adesso, perché uno è un frate, non può soffrire d’insonnia? Certo che può, anzi in certi casi è una fortuna che ci sia chi non riesce a dormire come si deve. E’ il caso di quel frate benedettino che proprio perché insonne ha sventato un furto d’opere d’arte nella basilica di San Pietro a Perugia. I ladri erano entrati, ovviamente di notte, nella basilica ricca di opere di artisti come Caravaggio, Raffaello, Pietro Vannucci… Avevano saputo raggirare i sistemi di allarme ed avevano staccato da un altare alcune statuette di bronzo del XVII secolo, raffiguranti angeli e putti. Però non avevano considerato che Padre Pietro (stesso nome del santo cui è dedicata la basilica) non riusciva a chiudere occhio, quella notte di metà maggio 1985. Il frate percepì qualche rumore e, senza stare a porsi tanti interrogativi, telefonò ai carabinieri.
Chissà come e perché i ladri riuscirono svignarsela, ma dovettero abbandonare la borsa in cui avevano riposto 24 preziose statuette, che essendo di bronzo costituivano un peso che certo non favoriva una fuga precipitosa,

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Frate insonne sventa un furto a San Pietro

Borzacchini, un ternano alla Mille Miglia

Baconin Borzacchini

Mario Umberto Borzacchini

il percorso della Miglia 1932

Mille Miglia 1932, il percorso

L’Umbria, che nel tracciato della gara era uno dei tratti “classici”, non è nemmeno sfiorata dalla rievocazione storica della Mille Miglia 2015, che passerà invece per l’Abruzzo toccando poi Rieti e Viterbo. E pensare che Terni può vantare un vincitore della Mille Miglia, una delle corse automobilistiche più dure ed affascinanti. E’ Mario Umberto Borzacchini che fu primo a Brescia nel 1932. E pensare che a metà gara Baconin, a Terni lo chiamavano tutti col nome con cui era stato registrato all’anagrafe, era staccato quasi di un quarto d’ora.
La rimonta cominciò, nemmeno a farlo apposta, nel tratto che da Narni portava verso Terni. Una decina di chilometri rispetto all’intero percorso di una “Mille Miglia” sono un niente, eppure Borzacchini in quel breve tratto guadagnò un minuto e mezzo a tutti gli avversari. Quel pezzo di strada Flaminia lui, ovviamente, lo conosceva a menadito: ogni curva, ogni piccolo saliscendi, ogni buca persino. Era o non era ternano! E alla fine la vinse quella “Mille Miglia” del 1932: per Baconin – ribattezzato in Mario Umberto – fu la vittoria più importante della carriera di campione automobilistico che si sarebbe conclusa tragicamente un anno e mezzo dopo, nel terribile incidente di Monza dove trovò la morte insieme al suo “rivale” Campari.
Quell’anno “pochi andammo a dormire prima della fine della corsa – ha raccontato nel libro “Borzacchini, l’uomo, il pilota, il suo tempo” Remo Tomassini, il primo “sponsor” di Baconin – e quando, per telefono, ci venne confermata la vittoria, fu come se Terni avesse conquistata la serie A”. Quando l’Alfa Romeo numero 106 tagliò il traguardo di Brescia erano esattamente le 2 e 22 della notte tra il 9 e il 10 aprile 1932.
Qualche ora prima, appena scesa la sera, i suoi concittadini lo avevano visto passare, con la sua Alfa Romeo 2300: una freccia rossa che aveva attraversato, perché quello era il percorso della strada Flaminia allora, l’intero centro cittadino.

La Mille Miglia sfortunata del ’29

Anche nel 1929, in occasione della sua prima partecipazione alla corsa automobilistica più popolare e famosa grandi erano le speranze dei suoi tifosi, ma, racconta ancora Remo Tomassini, “I ternani lo hanno aspettato invano a Terni rinunciando alla cena”. Fu una delusione: Borzacchini, che quell’anno correva con una Maserati 1700, era arrivato in testa a Roma alle 19 e 28. Ma dopo trenta chilometri il motore si “impannò”. “Le pizzerie e i fornai – continua il racconto di Tomassini – avevano provveduto a distribuire pizze ai tifosi che aspettavano nella piazza Vittorio Emanuele… Una simpaticissima e caratteristica figura di ternano “verace, Metelli ex bersagliere, noleggiatore “di piazza” con la sua motocarrozzetta, con la sua tromba d’ordinanza s’era piazzato in posizione strategica presso la torre Barbarasa, in stretta collaborazione con un fiasco di buon vino di Stroncone, con acuti squilli di tromba avvertiva del prossimo passaggio di un concorrente”. Metelli, Orneore Metelli oggi famoso nel mondo dell’arte per le sue opere di pittore naif.
Tra quei bolidi che s’infilavano a tutta birra in via Roma per sbucare rombanti in piazza Vittorio Emanuele (piazza della Repubblica) gremita di gente, la Maserati rossa di Borzacchini non ci fu, qundi. Ma nel 1932 quando egli transitò da Terni era, appunto all’inseguimento dei primi e figurarsi l’entusiasmo dei tifosi! A Roma per primo era passato il tedesco Rudy Caracciola, seguito da Siena e Campari. Borzacchini era quarto, ma con 12 minuti di distacco, che era rimasto praticamente inalterato a Narni. La rimonta cominciò lì: il ritardo diventò di 10 minuti e mezzo a Terni e di 6 a Perugia. A Macerata transitò in testa Campari seguito da Borzacchini a 1 minuto e mezzo, mentre Caracciola che accusava noie ai freni aveva accumulato un ritardo di otto minuti. Ad Ancona Baconin era primo, avendo superato Campari a pochi chilometri dal capoluogo marchigiano. Campari non aveva intenzione di mollare, tanto è vero che passò a  soli 25 secondi.
Ormai, allo scendere della notte, la vittoria era circoscritta a quattro concorrenti: Borzacchini, Campari, Siena che era staccato di poco più di un minuto, e Caracciola che inseguiva a 5 minuti. Il quinto era ormai oltre il quarto d’ora. A Bologna le posizioni erano meglio delineate: Borzacchini primo con Caracciola secondo ma a 10 minuti e mezzo. Per tagliare il traguardo di Brescia restavano da percorrere ancora 400 chilometri: bisognava raggiungere Treviso e le Dolomiti e da qui picchiare sul capoluogo lombardo, sede di partenza e arrivo della “Milla Miglia”. Solo un incidente meccanico poteva togliere la coppa del vincitore dalle mani del campione ternano il quale poteva anche permettersi, a quel punto, di avere un occhio di riguardo per la vettura. Borzacchini non aveva dimenticato quel che gli era accaduto nel 1929, quando era partito a razzo ed aveva chiesto il massimo alla sua Maserati battendo record ad ogni passaggio cronometrato fino a Roma, ma poi il motore, sollecitato all’inverosimile ad un certo punto s’era ammutolito. L’esperienza gli servì e nel 1932 seppe metterla a frutto. A Brescia arrivò comunque con circa un’ora di anticipo rispetto al previsto. La Mille Miglia era sua.

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Per saperne di più:
Remo Tomassini, "Borzacchini, l'uomo, il pilota, il suo tempo".
Ed. Aci Terni e Cestres, 1983.
Giuseppe Prisco, "Mario Umberto Borzacchini. Cavaliere del rischio",
ed. Historic Borzacchini e Comune di Terni, 1997

Somma, sotto i rovi l'Arma di Papa Gregorio

Nel percorrere l’antico tracciato della via Flaminia in Umbria, lungo il diverticolo orientale, non appena oltrepassato il valico della Somma, discendendo verso Spoleto si traversa un ponticello sulla spalletta del quale è ancora presente un’Arma. E’ l’Arma Papale di Gregorio XIII. Un’altra, ce n’era, di Arma papale, lungo quel tratto di strada tra Terni e Spoleto: era l’arma di Urbano VIII, posta in prossimità della frazione spoletina di Strettura, in coincidenza del bivio da cui si diparte la strada per Montefranco, che poi conduce sulla Valnerina. Quell’Arma (lo stemma papale inciso su marmo) è andata distrutta in seguito allo sbandare di un camion che, finito fuori strada nel percorrere la Statale piombò sul piccolo monumento mandandolo in mille pezzi.
L’Arma di Urbano VIII era stata posta a suggello della costruzione della via del Ferro, quella che, appunto dalla Flaminia, vicino Strettura raggiungeva Montefranco, scendeva sulla Valnerina, la percorreva fino a Sant’Anatolia di Narco, si inoltrava su per i monti dopo aver scavalcato il fiume Nera e giungeva a Monteleone di Spoleto, sede delle importanti miniere di ferro. Attraverso quella strada il minerale, appena sgrezzato, raggiungeva la ferriera papale a Terni.
Distrutta quell’Arma; e si va ancora alla ricerca dei resti, dei pezzi che qualcuno dice che siano conservati proprio- guarda il caso – da un’altra Arma, quella dei Carabinieri.
Diversa la sorte dell’Arma di Papa Gregorio XIII, quella – appunto – che esiste ancora sulla spalletta del ponte presso il valico della Somma. Esiste, ma non si sa ancora per quanto. Dimenticata da tutti avrebbe bisogno di un intervento di restauro che non dovrebbe nemmeno essere troppo costoso. Essa non corre rischi per sbandamenti di camion o mezzi pesanti, essendo quel tratto di strada ormai percorso solo da uno scarso traffico locale. Ma è completamente ricoperta di sali; il materiale su cui è scolpita è fortemente danneggiato. La faccenda fu segnalata quattro anni fa. Nel marzo scorso ancora nessuno era intervenuto e l’arma, sempre più degradata, stava cominciando ad essere di difficile lettura.  Al momento, con la primavera inoltrata, è del tutto scomparsa in mezzo ai rovi. Nascosta alla vista. Fino a quando arriverà magari una ruspa a togliere quei rovi, per questioni di agibilità della strada e magari insieme ai rovi demolirà anche un pezzo di storia.

Gregorio XIII stemma papale

Lo stemma raffigurato sull’Arma

Perché sta proprio lì quell’Arma? Che significato ha? Che c’entra il papa che riformò il calendario, che tanto si impegnò per fare più bella Roma, che fondò l’accademia musicale di Santa Cecilia e che avviò la costruzione del palazzo del Quirinale – tra le tante altre cose – col ponte di un valico di montagna?
Il fatto è che la Flaminia “vera”, per secoli, in Umbria era stata quella che fu poi conosciuta col nome di “Flaminia Vetus”, ossia il diverticolo occidentale della strada consolare, quello che passava per Carsulae, Massa Martana, Bevagna prima di arrivare a San Giovanni Profiamma e poi inoltrarsi verso le Marche. Il tratto orientale che ormai a metà del XVI secolo stava diventando il più importante ed utilizzato, venne ammodernato e reso più facilmente agibile proprio ad opera di papa Gregorio XIII che nell’impresa investì risorse considerevoli. Non a caso, per un certo periodo la strada perse, nell’uso comune, il nome di Flaminia per diventare la “strada Gregoriana”.
A seguire i lavori- dopo averli, in verità, fortemente sollecitati – fu il cardinale Guido Ferrero, legato di Spoleto, che di papa Gregorio era amico fin dall’infanzia e che godeva della fiducia piena del santo padre.

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Somma, sotto i rovi l’Arma di Papa Gregorio

Perugia, i preti vendono altare Luigi XV a un antiquario

Pasqua  era passata giusto da una settimana. Per gli agenti del dazio il lavoro era finalmente un po’ calato, dopo che per alcuni giorni avevano avuto il loro da fare per registrare il transito di camion carichi di colombe dolci e uova di cioccolato, verdure e soprattutto abbacchi. Era il destino di chi prestava servizio in una gabella alle porte della grande città, quella che era nel punto in cui la strada Flaminia stava per entrare in Roma. Lì arrivarono, nel pomeriggio del 9 aprile 1959 due camion, OM, verde scuro. Il cassone era ricoperto da una spessa tela marrone. Alla gabella del dazio si pagava la tassa comunale, che variava, secondo le merci trasportate. «Che portate?», fu la domand di rito. «Tutta robba vecchia», rispose uno degli autisti. Bassino ma tarchiato, una quarantina d’anni, brizzolato. Il daziere fece un giro intorno ai camion e notò che una delle cordicelle che tenevano fermo il telone che ricopriva il cassone era sganciata: dall’apertura sporgeva un pezzo di un crocifisso. «E questo?», domandò. «Je l’ho ddetto, robba vecchia. De chiesa, ma sempre robba vecchia è». «Aprire tutto», ordinò il daziere.
La “robba vecchia” era, in pratica, un altare completo stile Luigi XV; candelabri e porta ceri d’argento; un  reliquario del Settecento che portava inciso il nome dell’artigiano che l’aveva cesellato; e tutta una serie di altri oggetti: da inginocchiatoi ad aspersori, da vasi di cristallo a statue di legno che raffiguravano angeli e santi : «Ah… robba vecchia? Qui ce sta ‘n tesoro! Artroché», esclamò il daziere. E cominciò un battibecco, fino a che il piccoletto brizzolato si dette una manata in fronte: «Mo’ che m’aricordo… C’ho ‘na lettera d’accompagno che m’hanno dato ar Domo de Peruggia. Mo la pijo».
La lettera, in effetti, era scritta su carta intestata con lo stemma del Capitolo del Duomo di Perugia, ed era fornita di tutti i timbri d’ordinanza. C’era spiegato che tutti quegli oggetti dovevano essere trasportati a Roma per essere sottoposti a restauro e che successivamente essi “dovevano ritornare a Perugia”.  «Se li preti hanno scritto che ‘ sta robba deve torna’ a Peruggia, è evidente che ci tornerà», conclusero insieme l’autista e il daziere. «Potete passare».
Finita la storia? No, perché comunque c’era chi s’era messo in allarme. Una macchina seguì i due camion nelle strade di Roma non si fermarono. Erano a Trastevere, davanti ad un negozio: “Arredamenti”, c’era scritto sull’insegna. Il titolare fu chiamato a fornire spiegazioni. «Ho acquistato tutta questa roba partecipando ad un’asta: ho presentato un’offerta in busta chiusa ed è risultato che ero quello che praticava le migliori condizioni. Quindi questa roba io l’ho regolarmente comprata». Nel 1959 era da poco nata la “moda” di arredare ville e case di campagna con mobili ed oggetti antichi. Si potevano così notare campanelle da sagrestia alla porta d’ingresso, mobili bar ricavati in un confessionale. Insomma, c’era mercato per quegli oggetti che si stavano consegnando al negozio di arredamenti di Trastevere.
A quel punto il piccoletto, raccontò. «Noi stavamo vicino Peruggia perché avevamo fatto ‘n trasporto – disse –. Stavamo a torna’ a Roma, era già sera. Ce fermò uno che disse de esse’ un omo de fiducia der signore che c’ha ‘sto negozio de Trastevere e che je serviva de porta’ a Roma n’po’ de robba che dovevamo carica’ su, al centro de Peruggia. Se semo accordati sul prezzo e semo annati a carica’».
In piazza del Duomo i due camion arrivarono a notte già avanzata.. Si aprì un portone e gli automezzi entrarono in un cortile. «Lì aspettammo quasi per tutta la notte». Alle cinque del mattino del 9 quando arrivarono – è il racconto degli autisti – due preti i quali, tra tanti oggetti indicavano quali erano da caricare sui camion». «Fate in fretta ma non fate rumore – si raccomandarono – perché la gente comincia a circolare e qui il comune è governato dalla sinistra. Potrebbe scapparci uno scandalo». Ma nessuno s’accorse di niente. «Du’ preti propio a mmodo – commentò il tarchiato – ‘gni vorta che passavono davanti all’altare s’inchinavono e se facevono ‘r segno d’a croce».
Il Capitolo spiegò, poi, che tutti quegli oggetti erano lasciti a favore di varie chiese che in qualche caso si trovavano ad avere problemi di spazio ed avevano perciò tutto inviato all’Arcivescovado, «che non sa che farci e quindi ha messo tutto in vendita».

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Terni, scontri per il centenario della Rivoluzione Francese

Terni porta garibaldi

Porta Garibaldi fu teatro degli scontri tra operai e soldati

Il giorno era il 5 maggio, anniversario della partenza da Quarto della spedizione dei Mille. In più quell’anno, il 1889, cadeva il centenario della Rivoluzione Francese, che fu ricordato con grandi manifestazioni soprattutto in Francia ma da chiunque, in Europa, avesse uno spirito democratico. A Terni, figurarsi. Si dice che fossero almeno ottocento, tra repubblicani e socialisti, coloro che si riunirono al parco delle Grazie. Fu una grande manifestazione che si tenne fuori dalle “mura cittadine”, anche perché non è che il governo guardasse tanto di buon occhio a certe manifestazioni “di facinorosi e sovversivi” e non guardava con favore alle manifestazione di celebrazione della Rivoluzione.
Finita la festa, una scampagnata, durata per tutto il pomeriggio, ormai all’imbrunire tutti tornarono in città, anche perché era scoppiato un temporale. In corteo. A Porta Garibaldi c’erano i soldati, schierati, a rinforzae il presidio dei carabieri. Non ci volle molto a far scattare la scintilla, e fu subito scontro, cruento. Con feriti ed una quarantina di arresti.
Le prime notizie, concitate, erano per forza di cose frammentarie ed imprecise. “Pare che ad un certo punto –riferirono le cronache giornalistiche – si siano sollevate grida sovversive. Intervennero la forza pubblica e picchetti di truppa. Siccome gli operai non obbedirono alle intimazioni avvenne una colluttazione. Si parla di numerosi feriti. Furono fatti circa cinquanta arresti”. Cronaca imprecisa e pure leggermente esagerata: notizie provenienti da ambienti ministeriali, il giorno dopo, furono più dettagliate. I feriti furono due: un capitsno di fanteria ed un maresciallo dei carabinieri, uno per una ferita da taglio (una coltellata ma niente di grave) e l’altro colpito da una sassata.
Gli arrestati furono 39 e furono incarcerati a Spoleto. Il loro trasferimento da Terni avvenne durante la notte stessa.
Ovvia la “coda” in Parlamento. Alla Camera dei Deputati furono presentate tre interrogazioni da altrettanti deputati della destra: Ruggiero Bonghi, Errico Ungaro ed Edoardo Pantano. I quali non solo sottolineavano la gravità del fatto, ma accusavano il governo (presidente e ministro degli interni era Francesco Crispi) di esserci andato con la mano troppo leggera: “Perché i soldati avevano cartucce a salve?” chiesero, infatti a Crispi. La replica fu che le cartucce non erano a salve, ma che i soldati avevano evitato di spargere sangue, e s’erano limitati a circondare la folla. Comunque – aggiunse Crispi – ciò non significa che il governo reagisca con debolezza, se fosse necessario le cartucce a palla i nostri soldati sapranno usarle. “Male – fu la replica degli interroganti – perché la cartucce vanno usate contro gli stranieri non contro i cittadini italiani”.
E’ trascorso più di un secolo, eppure certe volte pare che non sia passato nemmeno un giorno.

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Una bandiera rossa sul monte della Croce

Nel 1924 festeggiare il Primo Maggio per i lavoratori fu un atto di coraggio e di sfida al regime. Anzi, l’edizione clandestina de L’Unità salutava con entusiasmo il fatto che quel Primo Maggio del ’24 “per merito e per virtù del fascismo” era stato diverso rispetto a quelli che lo avevano preceduto, molto più simili ad una festa che ad “una giornata di manifestazione e di lotta”. Con l’avvento del fascismo, invece, pare che diventò una giornata di ben diverso e assai migliore significato”.
Il “ Quotidiano degli operai e dei contadini” – come recitava la sottotestata de l’Unità – raccontava i fatti più importanti: “Imponenti manifestazioni in Sicilia” con “Due comizi a Messina”. E poi le reclute che su un treno intonarono Bandiera Rossa; i Militi della Msvn che effetturaono un migliaio di arresti a Roma, un milite fascista reduce dalla libia che festeggiò anch’egli il Primo Maggio; gli industriali baresi che per vendetta proclamarono la serrata. Non manca Terni, su quella prima pagina: “Un’altra bandiera rossa a Terni” è il titolo della notizia. L’Unità riferisce, infatti, che a Terni l’astensione dal lavoro se non fu totale fu rilevante e che chi era stato costretto al lavoro aveva sottoscritto in favore dei giornali proletari. E grande fu lo stupore quando la mattina del Primo Maggio ci si accorse che sulla cima del Monte della Croce sventolava una grande bandiera rossa. “Si rese necessario – raccontò il cronista – l’intervento di tutto lo stato maggiore e dei militi della M.V. per la sicurezza nazionale per tentare, senza alcun risultato di scoprire l’autore di un sì grave attentato. Il fermento cessò – si concludeva la breve nota giornalistica – quando la bandiera rossa fu dai carabinieri tolta e riportata a Terni quale trofeo di vittoria”.

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Ternani, così colti e gentili. Nel 1828

corso vecchio Terni

Terni Corso Vittorio Emnanuele

I ternani? Eccoli com’erano nel 1828. «Terni è fecondissima di uomini d’ingegno elevato, di dolcissimo carattere, e di civili costumi, e tali da eseguire qualunque onorata, nobile ed ardita intrapresa, come lo provano largamente gli annali della patria loro. Frutto è questo del clima, della educazione, e del conversare continuo con colti e gentili viaggiatori».
Parola d’onore di Girolamo Eromeli, che così scrive in una lettera alla sua amica fiorentina Aspasia Talassi. Due nomi e due cognomi che appaiono più fasulli di una valigia di banconote fuori corso; pseudonimi. Chi mai saranno stati i due? Per quanto riguarda lei sembrerebbe trattarsi di una nobildonna fiorentina: il paragone con Aspasia di Mileto fa pensare ad una donna colta, capace di sostenere dotte disquisizioni, libera nei rapporti con l’altro sesso. Diciamo una donna avanti rispetto ai tempi. E lui? Chissà? Forse un marchigiano se si considera che, nel 1828, la lettera divenne un libro che fu stampato a Pesaro.
Girolamo Eromeli, così continua: «Fra i pregi degli abitanti di Terni contasi in particolar modo l’ospitalità che trovasi in grado sublime in ogni classe di questo popolo; anche Luciano Bonaparte _ sottolinea Eromeli _ nel suo poema “Carlo Magno” chiama la città ospitaliera».

piazza del Popolo Terni

Piazza Vittorio Emanuele

Appare strano? Eppure i ternani della prima metà dell’Ottocento sembra fossero proprio così: ospitali, gentili, colti, ardimentosi ed innovativi imprenditori.
Qualcuno dubita? Ecco cosa scriveva Francesco Angeloni alla metà del ’600: Terni «è fra le più celebri e illustri città d’Italia, per cagione di antichità, per dignità sua, per magistrati, per grandezza e nobiltà delle pubbliche fabbriche, per onori ricevuti e per grandi e prodi e santi uomini prodotti».
Francesco Angeloni _ si sa _ era mosso soprattutto dall’amore per la sua terra di origine. Ma Girolamo Eromeli, perché si sdilinquiva in tanti apprezzamenti dei ternani e soprattutto di Terni e le sue acque?
Il sospetto è che fosse “sponsorizzato”, o _ meglio _ che fosse una specie di agente pubblicitario per un’iniziativa economica, varata giusto un anno prima: i “Bagni Manni”, che egli decanta nella lettera alla misteriosa (o addirittura inesistente?) amica fiorentina. «I bagni _ riferiva _ sono situati all’interno della città nel luogo detto Camporeale, ove la sua situazione amena e deliziosa gareggia con la salubrità dell’aria. Un giardino ricco di fontane, adorno di belli viali, ripieno di spalliere, e di vasi simmetricamente disposti sempre carichi di frutta, ridondante di piante indigene ed esotiche, forma la ridente prospettiva allo stabilimento dei bagni».
Uno spot in favore di quello che sarà in seguito conosciuto come l’Albergo Manni: uno stabilimento termale. L’acqua del Nera vi arrivava attraverso uno dei tanti canali che percorrevano la città. «Le acque del Nera contengono carbonato di calce, magnesia e solfo, e sono perciò adoperate in una casa di bagni», raccontava una trentina d’anni dopo Anton Giulio Barilli, genovese, garibaldino, giunto a Terni al concentramento prima di una spedizione contro i papalini. E di Terni e dei ternani che dice Barilli? «C’è un visibilio di cose da vedere; e quindicimila abitanti rallegrano il luogo; ottima popolazione molto operosa» e, soprattutto, «una bella popolazione specie in materia di donne. Belle e savie donnine di Terni, così onestamente cortesi, voi ci avete fatto sentire ancora una volta che l’Italia è una, dall’Alpi al Lilibeo». E pensare che appena arrivato aveva scritto nel diario: «Terni, con tutte le sue grandi memorie, non mi fece a prima giunta un gran senso: gli edifici si levano troppo poco da terra e le vie non offrono alcuna veduta pittoresca». Poi si è ricreduto. Chissà come mai?

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Ternani, così colti e gentili.

C'è BB, a Spoleto e Piediluco occhi sgranati e caccia alla diva

Bardo a Piediluco

Brigitte Bardot al lago di Piediluco. Foto di Enrico Valentini

L’auto era davvero “un macchinone americano targato Usa”, come riferiva con gli occhi sgranati un cronista spoletino dell’Unità “sganciato” sul campo di battaglia? O una “potente Simca bicolore”, come riferivano invece i cronisti mondani degli altri giornali un po’ più smaliziati? Un fatto è certo: sul sedile posteriore c’era seduta Brigitte Bardot che da Fiumicino, dov’era atterrata con un aereo Alitalia, si recava a Spoleto. Nella città del Duomo si trattenne alcuni giorni, e mezza Umbria, quella del sud – almeno – fu messa a soqquadro. Stuoli di giornalisti e squadroni di “paparazzi”in caccia della diva. I più smaliziati, arrivati da Roma e da Milano, insieme ai “locali” che finalmente potevano tuffarsi nel tourbillon e togliersi la soddisfazione di provare a dare punti ai colleghi “sparoni”, come fece – tra gli altri – il ternano Enrico Valentini, uno con l’occhio pronto e il dito veloce che “beccò” la Bardot in bikini sul lago di Piediluco. Fu caccia alla diva. E lei, star consumata che sapeva come utilizzare al meglio fama ed avvenenza, che protestava ma solo per rispetto dei ruoli.
A Spoleto arrivò ai primi di agosto del 1961. Il Festival dei Due Mondi s’era concluso venti giorni prima: la scena era tutta per lei. Lei e naturalmente qualche altro personaggio impegnato nelle riprese del film “La vie privée”: Marcello Mastroianni, protagonista maschile, e il regista francese Louis Malle. “Grande è l’animazione in città – riferiva il cronista spoletino – Il movimento e l’affollamento fanno pensare ad un nuovo festival. Solo all’hotel dei Duchi sono state riservate una quarantina di camere per i componenti della troupe. Almeno un centinaio sono le persone al seguito della protagonista”.  Tutta la troupe a Spoleto, ma Brigitte Bardot non era con loro. “Per lei – aggiungeva il nostro – è stata sistemata una villetta alle falde di Monteluco, ricavata in un vecchio romitorio”. Immersa nel bosco, silenzio assoluto, pace.
Ma la Bardot resistette solo qualche ora. «La monacale severità del luogo – spiegava il cronista, stupefatto – non ha incontrato la simpatia della diva francese che è ripartita in tutta fretta. E’ stata vista dai paparazzi caricare di corsa un piccolo baule su una macchina e scendere precipitosamente in direzione di Spoleto. Ha trovato ospitalità in casa di Menotti, a piazza Duomo. BB ha confidato che l’aspetto monastico del luogo l’ha spaventata ed inoltre trova intollerabile l’assenza di acqua calda”.
Ed eccola a Spoleto. Come le è sembrata la città? Le chiesero. “Spoleto è un piccolo paradiso. Se non fosse per questi orribili fotografi”, rispose lei mentre quelli bruciavano i flash. Un rapporto odio–amore, stando alla cronaca del giornalista spoletino: “Brigitte ha dovuto vincere la sua opposizione per i fotografi – raccontò – ma l’ha fatto con garbo, sfoderando il suo più bel sorriso. Appariva in forma smagliante, indossava un paio di pantaloni a pois con una camicetta di tela bianca, abbondantemente scollata. Quando è apparsa sulla piazza del Duomo, così fragile, così bella, anche i paparazzi più incalliti apparivano scossi. Ma è stato un attimo: al primo lampo ne sono seguiti centinaia”. Sarà stato scapolo, il cronista, sennò a casa…
Nei giorni successivi, comunque, fu tutto un “fiorire” di foto di BB su giornali e riviste: lei a passeggio per Spoleto, lei al sole a Piediluco sul pontile, la zuffa tra i suoi “scudieri” e i paparazzi. Non mancò il gossip, specie quando si riferì di un incontro “segreto” in una trattoria di Perugia tra lei e l’attore Sami Frey, che – si leggeva sulle riviste patinate – era la causa della separazione tra BB e il marito.
E gli spoletini? “Sa’, al festival ne abbiamo viste tante che ora non ci si fa più caso. Guardi, io che abito qui, proprio sulla piazza dove girano il film, questa Brigitte Bardot non l’ho vista nemmeno!”, raccontava al cronista un non meglio precisato “notabile spoletino”. E fu con aria di sufficienza che un centinaio di “autorità cittadine” andarono al rinfresco offerto dalla casa di produzione. BB però s’inventò un’emicrania e non si fece manco vedere. Gli inviati raccontavano, però, di gente che faceva “capoccella” dietro le persiane, in piazza del Duomo, quando la Bardot era sul set. Almeno i ragazzini si piazzavano dietro gli angoli dei muri, senza porsi problemi. Se li vedevano… Pazienza!

Valentini e BB

Enrico Valentini fotoreporter ternano

Il momento più complicato per i fotoreporter fu quello finito con la zuffa di Piediluco. C’era pure Enrico Valentini: se la vide brutta ma “rubò” alcuni scatti di BB in bikini sul pontile.
Cinquant’anni dopo, una di quelle foto, è finita sul manifesto che pubblicizzava una mostra promossa dalla Fondazione Carit “Presenze. Gli scatti di Enrico Valentini 1959–2012”, era il titolo.

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