Bastardo, i misteri di Ponte del Diavolo

Bastardo, Giano dell'Umbria

Ponte del Diavolo, antico ponte Romano sulla Flaminia vicino Bastardo

“Ponte der diavulu? Sta propiu qqui sotto… vai cendo metri più avandi po’ jiri jù dentro quillu depositu de mattoni, ferri, cimendu… Ma è ‘n pondicellu, picculu”. Eh, piccolo! La signora – sull’ottantina – che a Bastardo, popolosa frazione di Giano dell’Umbria, abita proprio vicino a quel ponte, evidentemente fa il paragone con i moderni viadotti, quelli che si vedono in televisione ogni tanto magari, com’è successo poco tempo fa, perché è quasi venuto giù un pilone di sostegno. Al Ponte del Diavolo, una cosa del genere, non è successa mai. Continua a leggere

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Acqualoreto, una lapide col singhiozzo

Remo Pascucci

La lapide a ricordo di Fratel Remo

Troppo piccola la pietra che ci avevano lì, disponibile. Però per una lapide poteva andare bene: marmo di quello buono, che a scalpellarlo per incidere le singole lettere non si spacca di sicuro. Un marmo che resta levigato, bello bianco, anche se esposto per anni alle intemperie. Insomma, da farci una bella figura. Sì, poche decine di centimetri quadrati, ma comunque ben visibile, pure da una certa lontananzza. E poi alla fine, su una ,lapide, che devi sciverci? Un poema? Continua a leggere

Primo viaggio per il treno della Centrale Umbra

Una cerimonia semplice, a Perugia, e il 12 luglio 1915 la Ferrovia Centrale Umbra diventava una realtà. Una festa contenuta, Continua a leggere

Madonna delle Sbarre in abbandono

Capitone Narni

Capitone la chiesa della Madonna delle Sbarre

Venticinque anni fa era ancora intatta, seppur utilizzata solo raramente per dirvi messa. Ma quella chiesa lungo la strada per Amelia, nei pressi di Capitone – frazione di Narni – al momento è in totale stato di abbandono. E l’incuria, sia sa, provoca in poco tempo danni sempre maggiori fino a che diventano irreparabili. Continua a leggere

“Lascia o raddoppia?”, ternano fuori per un lapsus

Primo novembre 1956, giorno di Ognissanti. Festivo. A Terni, la sera, tutti davanti alla televisione, coloro che ce l’avevano. Chi non ce l’aveva, allora era un lusso, andò da qualche vicino o al bar. Era di giovedì, la serata del quiz: in Tv  c’era “Lascia o Raddoppia?” e un concorrente di Terni che sembrava marciare spedito e sicuro verso la vincita massima: cinque milioni di lire, roba da potersene comprare una trentina di apparecchi televisivi. Continua a leggere

Il caricaturista "caricaturato"

Tra centinaia di caricature la sua non c’era. Ovvio, visto che il caricaturista era lui. Così si sono attrezzati: pochi tratti decisi: i capelli con la riga a sinistra, il naso adunco, la bocca sottile atteggiata a un sorriso, un paio di occhialoni da vista. La caricatura di Vincenzo De Angelis era bell’e pronta per la copertina del libro che, a sei anni dalla scomparsa, hanno voluto dedicargli. A Scafati, sua città di origine, laddove “ha lasciato un segno indelebile”, come sottolinea Francesco Donnarumma che quel libro ha curato. La città che lasciò nel 1962 per trasferirsi in Umbria, prima a Narni e poi a Terni dove è rimasto per tutto il resto della vita. Arrivò per “colpa” di una delle sue grandi passioni, la politica. Che per lui era prima di tutto militanza, dare più che avere, onestà, coerenza. Atteggiamenti che a tanti, al giorno d’oggi, forse sembrano inconcepibili: “Tolleranza, ascolto, comprensione, magari anche scontri verbali, ma sempre conditi di amichevole ironia, era questo il metodo politico di Vincenzo”, racconta il fratello Antonio. Una serie di valori in cui credere e da rispettare. E’ stato questo il suo esempio, insieme alla modestia che nasce dalla consapevolezza delle proprie capacità, che Vincenzo aveva affinato attraverso un impegno costante nell’apprendimento che gli consentiva, tanto per dire, di tradurre all’impronta i classici latini. Il sapere come ossigeno e strumento per esercitare le grandi passioni della sua vita, al di là dell’impegno sociale: l’arte, il giornalismo, lo sport. Che ha “frequentato” con grande dignità, sentendosi appagato nel ricevere in cambio la grande ricchezza costituita dall’apertura della mente e del cuore. Caratteristiche che è stato capace di utilizzare anche in politica, pronto a dare un contributo di idee, a volte attraverso interventi accalorati e “coloriti” di cui non tutti sapevano cogliere l’essenza, e prodigo di consigli, chioccia per tanti giovani che sul finire degli anni Sessanta si avvicinavano alla politica attiva.
A Scafati hanno voluto perpetuarne il ricordo raccogliendo opere grafiche e pittoriche, ricordi e testimonianze, i racconti di gente che gli ha voluto bene. Ma d’altra parte è impresa impossibile trovare qualcuno che a Vincenzo abbia potuto non volergliene.

Francesco Donnarumma, “Omaggio a Vincenzo De Angelis”. Ed. Scafati 2015

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Lusso e lussuria nella Terni del '400

Alla metà del 1400 Terni aveva tra i sei e i settemila abitanti. Ed era una città ricca grazie ad un capitalismo che stava nascendo sulla spinta di fiorenti commerci e di una crescente attività manifatturiera. Di pari passo era cresciuta, fino a diventare consistente, una borghesia che non nascondeva la propria ricchezza, ma anzi la ostentava in ogni occasione, senza curarsi troppo neanche dei limiti imposti da un minimo di moralità. Senza contare che Terni non disdegnava di entrare in conflitto col governo pontificio, né con i centri confinanti, Spoleto, Narni, Todi, prime fra tutti.
L’insieme di tali faccende provocò, almeno ufficialmente, la reazione del papa. In realtà, però, pesarono molto nella decisione del papa le sollecitazioni da parte dell’aristocrazia ternana, la quale cominciava a constatare che nella scala del potere cittadino contava ogni giorno di più la disponibilità economica della borghesia invece che il censo. Nominò, il papa, un governatore cui s’ordinò di imporre una riforma che correggesse l’andazzo. Prima di tutto si fissarono i confini territoriali di Terni, ad evitare conflitti con le città confinanti. Quindi si dette mano alla moralizzazione dei costumi, fissando rigide regole in materia di lussi, gioco d’azzardo, prostituzione, bestemmie e, non ultimo, usura. L’attività mercantile e manifatturiera di Terni s’era, infatti, sviluppata anche grazie a una consistente disponibilità di credito, assicurata da una comunità ebrea numerosa e danarosa. Accadeva, però, che qualcuno, esagerando nelle spese e nell’esibizione, compisse il passo più lungo della gamba, finendo nelle mani di altri “finanziatori”.
Un bel giro di vite che trovò la fiera, ma quasi vana, opposizione del governo comunale. Ci si adeguò, quindi, a norme che non tralasciavano alcun aspetto della vita quotidiana, arrivando a regolare perfino specifici e particolari aspetti. Fu dichiarata guerra al lusso, a cominciare dall’abbigliamento femminile, e continuando con avvenimenti familiari come nozze e funerali, occasioni in cui i ternani ostentavano senza ritegno il proprio livello di benessere come mezzo per affermare ognuno la propria superiorità economica. Senza badare a spese, e anzi a volte andando oltre le possibilità. Non a caso si sostenne che quel giro di vite servisse non solo a ristabilire un minimo di moralità, ma ad evitare che si dilapidassero fortune o interi patrimoni in spese superflue.
Ed ecco allora stabilito che le donne non dovevano indossare abiti di tessuto pregiato: al massimo potevano foderare le maniche con la seta, mentre il velluto era limitato ai manicotti; indicazioni precise si dettavano pe la profondità delle scollature e per l’altezza dei tacchi. profilo-rinascimento 1Severamente vietati abiti dalla foggia “ammiccante”. Gioielli e acconciature non potevano costare o valere più di tre ducati, le coroncine da porre tra i capelli non potevano essere d’oro o d’argento, nemmeno in occasione del matrimonio. Che doveva essere “contenuto”. Al banchetto nuziale, ad esempio, potevano partecipare non più di otto persone, cui potevano aggiungersi due e solo due, tra i parenti degli sposi.
I funerali? Inutile parlarne: niente pompposità, né marce funebri, E abiti dimessi, ovvio.
Regole ferree e, come spesso accade, proprio per questo non rispettate: trent’anni dopo fu necessario rimetterci le mani,e richiamare tutti all’ordine. Il papa non poteva sopportare che, come accadde nel 1488, il consiglio comunale fosse costretto a intervenire con fermezza e far finire la storia dei continui incontri galanti nei conventi di clausura. Però vent’anni prima, s’era proceduto all’abbellimento dei locali che ospitavano le meretrici, previo aumento del canone di affitto che esse versavano al proprietario di quelle stanze le quali – guarda un po’?- erano negli scantinati del palazzo del governatore.

Motogiro d'Italia: da Venturi a Bonanomi

Motogiro d'Italia 2015

Marco Bonanomi sulla MV 175 del 1955

Proprio uguale uguale non è, ma la motocicletta con cui Marco Bonanomi ha vinto l’edizione 2015 della rievocazione storica del Motogiro d’Italia, è comunque una MV 175, una strettissima parente di quella con cui Remo venturi vinse nel 1957 l’ultima edizione di una delle più affascinanti gare motoristiche del mondo. La MV di Venturi, infatti, aveva un “qualcosa” in più, non solo perché quello di Bonanomi è un modello del 1955, ma anche perché la casa di Cascina Costa, pur non partecipando ufficialmente alla gara, nel 1957 aveva affidato si suoi piloti ufficiali (Venturi e Gilberto Milani) quella che in pratica era una moto da gran premio, limitata per rispettare il regolamento: via la carenatura, rimaneva però il motore bialbero molto potente nonostante la limitazione dovuta alla strozzatura del condotto d’immissione che era di diametro limitato, sempre per rientrare nei termini del regolamento. Per il resto Venturi ci mise del suo, sfruttando le doti di guida che ne facevano probabilmente il più esperto dei piloti stradisti del momento.

Motogiro d'Italia

Venturi e Milani, primo e secondo nel 1957 col patron Mv, conte Agusta

Ecco:  la moto di Bonanomi era una MV simile a quella, molto più stradale e ormai certo molto più anziana essendo ormai arrivata alla sessantina. Ma d’altra parte, il motogiro di oggi non è una gara di velocità, bensì di abilità e di resistenza. Per vincere è necessario essere in possesso di un mezzo e di un fisico che nonostante gli acciacchi – anche i piloti, almeno quelli più esperti, hanno un’età “matura”, mica solo le motociclette – reggano ad una kermesse che quest’anno, tanto per esempio, si è svolta in sei tappe su un percorso di 1700 chilometri, per la metà sotto la pioggia: complessivamente più di quaranta ore in moto, su quelle motociclette che non possono certo assicurare il confort di viaggio e di guida di certi mezzi di oggi.
Eppure anche quest’anno erano 102 gli iscritti, e pure quest’anno provenienti da ogni parte del mondo. La parte del leone l’hanno fatta gli italiani, che hanno fatto incetta di vittorie. Bonanomi primo nella gara classica, quella riservata alle moto di 175 cc costruite fra il 1953 e il 1957, ovvero gli anni in cui si è corso il Motogiro agonistico, prima dell’abolizione di tutte le corse su strade aperte al traffico in seguito alla tragedia di De Portago nella Mille Miglia. Nelle altre tre categorie si sono imposti il tedesco Michael Cassel (Moto Morini 3 1/2 VS) nella Classic, il bolognese Silvano Fabbri (Morini Sbarazzino 98) nella Vintage e il marchigiano Marino Lino (LML Star 4T) nella Motogiro turismo. Tutta gente esperta che col cronometro e i decimi di secondo va a nozze. La gara consiste, infatti, in una serie di controlli a tempo e, soprattutto, in prove speciali, tratti brevissimi, da percorrere in tempi imposti che sono di solito di alcuni secondi e decimi di secondo, il tutto “aggravato” da slalom, fermate, ripartenze e quando di più “fantasioso” sappiano arzigogolare coloro che allestiscono quelle prove.
Si è conclusa, così, la XXIV edizione della rievocazione storica – organizzata dal Moto club Terni “Liberati Pileri”- di una gara che, specialmente in quelle cinque edizioni degli anni Cinquanta del secolo scorso, ha catalizzato l’attenzione dell’Italia sportiva. Organizzata per promuovere, così come accadeva con la Mille Miglia per le auto, l’uso della moto, e quindi sostenerne le vendite. Una gara che vide schierarsi al via tutte le principali case costruttrici, che vide impegnati piloti di tutto rispetto e molti fuoriclasse. Non a caso tra i vincitori figura gente come Tarquinio Provini, Emilio Mendogni, e lo stesso Remo Venturi, che con la MV corse anche nel campionato mondiale della classe 500 quale coéquipier di John Surtees, vincendo un entusiasmante gran premio d’Olanda ad Assen. E lo steso Venturi, ormai avanti con gli anni ma sempre determinato e appassionato si è schierato al via in quasi tutte le edizioni della rievocazione storica, raccogliendo applausi nelle diverse parti d’Italia dove si ricordano ancora le sue performance al Motogiro e la vittoria della Milano – Taranto, un’altra gara che fece epoca.

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Vedi anche: Gli anni eroici del Motogiro

 

Brugnami, da Corciano allo Stelvio

Giro d’Italia del 1961, un’edizione speciale che celebrava i cent’anni dall’Unità d’Italia. L’ultima tappa, come spesso accade nei grandi giri, si concluse con un volatone finale e la vittoria di Miguel Poblet, velocista spagnolo. Il Giro del Centenario fu vinto da un corridore italiano, Arnaldo Pambianco. Nono nella classifica generale fu un giovanotto con la maglia bianca e azzurra della Torpado: Carlo Brugnami, classe 1938, di Corciano. Continua a leggere

Pio VII benedice i ternani dal balcone dei Gazzoli

Fu una serata speciale quella del 22 maggio 1814. I ternani affollarono la piazzetta antistante Palazzo Gazzoli, perché, si era fermato per la sosta di una notte, il Papa. Pio VII, affacciatosi, “faceva amorevolmente mostra di sua S. Persona dal ben addobbato balcone, e con anima commossa benediva la popolazione Interamnate anelante, stipata a riverente tripudio”.
Pio VII due giorni dopo, il 24 maggio, avrebbe fatto il proprio ingresso a Roma. Era passata la buriana napoleonica, quella che aveva visto il papa protagonista di un braccio di ferro estenuante con l’imperatore. Pio VII da Roma mancava ormai da cinque anni, dal luglio 1809, da quando cioè fu arrestato dai francesi e dopo che Napoleone aveva dichiarato finito il potere temporale dei papi. Nello stesso tempo, Terni e l’Umbria, erano stati annessi al Regno d’Italia il quale, successivamente, fu a sua volta dichiarato parte del territorio dell’Impero di Francia. Se l’era passata grigia, in sostanza, il papa nonostante fosse stato proprio lui, Pio VII, a posare sul capo di Napoleone la corona di imperatore.
Nell’aprile 1814 Napoleone, sconfitto, fu costretto all’abdicazione. Il papa, il mese prima era stato liberato e poteva ritornare a Roma. Se la prese comoda, però: messosi in viaggio  a marzo, da Savona dove aveva passato l’ultimo periodo da recluso, si recò prima in Piemonte, ad Acqui e Alessandria, poi a Bologna, Cesena – la sua città di origine – e Loreto. Da qui in viaggio per Roma con soste a Foligno e, appunto, Terni. Nel palazzo dei Gazzoli, famiglia facoltosa che si era arricchita con i commerci e successivamente con la gestione della ferriera pontificia in società coi marchesi Sciamanna. I Gazzoli non erano nobili, ma in famiglia avevano avuto un cardinale, Luigi Gazzoli, che era diventato porporato proprio a nomina dello stesso Pio VII. I rapporti tra il papa e la famiglia Gazzoli, in sostanza, erano piuttosto stretti.  Il Palazzo, nel 1814, era nuovissimo dato che la sua realizzazione era stata promossa nemmeno dieci anni prima dallo stesso Luigi, non ancora cardinale ma al tempo governatore pontificio ad Ancona. S’era utilizzata una vasta e consistente proprietà fondiaria della famiglia, vicino l’attuale via Roma, procedendo ad una profonda risistemazione di una serie di costruzioni esistenti.

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