Ternana-Perugia, derby rovinato da un gol non voluto

La Ternana 1991-92. Al centro tra i giocatori accosciati l'autore del gol, D'Ermilio
La Ternana 1991-92. Al centro tra i giocatori accosciati l’autore del gol del derby, D’Ermilio

«Deteve ‘n bacittu», urlò con quanto fiato aveva in gola un tifoso dalla tribuna “A”, quella proprio vicino a quel gallinaio dove, allo stadio Liberati, si appollaiavano i giornalisti.Ternana e Perugia stavano portando a conclusione un derby alla “volemose bene”. In campo era tutta una serie di gentilezze: “Si accomodi, tiri lei”, “ma per carità, prima lei”. E quando qualcuno si decideva a dare un calcione più forte alla palla, ne usciva un tiraccio che passava ben lontano dai pali. D’altra parte lo 0 a 0 faceva tutti contenti: la Ternana restava in vetta alla classifica passando a 30 punti; il Perugia manteneva la seconda posizione a 29. I giocatori bene o male portavano a casa un risultato positivo, polizia e carabinieri potevano restarsene tranquilli. S’erano schierati in assetto “super” perché sempre un derby era. Vallo a stabilire prima che in campo sarebbe stato tutto uno scambio di cortesie e che i giocatori sarebbero sembrati frequentatori di un club di golf vicino Londra.
Unici scontenti erano i tifosi: a loro sarebbe piaciuto vederla giocare davvero quella partita. All’andata, a Perugia, i rossoverdi avevano vinto. Il campionato di serie C1 del 1991–92 la Ternana lo aveva iniziato con l’intento di andare in serie B. Ed era partita a razzo. Il Perugia era risalito proprio quell’anno dalla C2  e puntava soprattutto alla salvezza. Entrambe le società erano soddisfatte di come andavano le cose. Ci stavano, insomma, diversi motivi a favore del tacito accordo a non farsi male.
Le scommesse non erano state ancora legalizzate. I sogni di ricchezza erano semmai legati all’uno ics due del Totocalcio. E in effetti quella domenica 8 marzo 1992, in cui si giocava il derby di ritorno Ternana–Perugia, il montepremi Totocalcio superava i 34 miliardi di lire. Il derby umbro era tra le partite in schedina. 37 scommettitori realizzarono il 13 incassando la bellezza di quasi 460 milioni a testa; gli oltre mille 12 ebbero in premio quasi 17 milioni. Nonostante il pareggio nel derby umbro? Ma quale pareggio! Quando ti dice male…
La partita stava avviandosi alla fine. I ventimila tifosi presenti al Liberati davano fondo ad ogni energia nel ricoprire di fischi i ventidue giocatori in campo. Sarà stato per accontentare la platea, per offrire almeno un diversivo, che dopo una serie interminabile di tic e tac al centro del campo, ad un certo punto, il numero 10 della Ternana, D’Ermilio, si esibì in un tiro da lunghissima distanza, giusto uno paio di metri oltre il cerchio del calcio d’inizio: la palla si alzò, altissima… Ma ad un trattò s’avventò, sterzò leggermente abbasandosi e dirigendo verso l’incrocio dei pali della porta del Perugia. Il portiere dei Grifoni, Arisi, percepì il pericolo: scattò sulla sua destra, si allungò ben oltre l’inverosimile, ma arrivò un milionesimo di secondo dopo che la palla era passata, insaccandosi. Un boato scosse gli spalti, ma in campo erano rimasti tutti impietriti. Lo stupore si poteva cogliere con lo sguardo anche dalla tribuna più lontana. Toccava stare al gioco: i rossoverdi festeggiarono, ma poco poco; giusto un saltino. Mentre i giocatori del Perugia li guardavano con occhio perso e la mandibola penzoloni. Mancavano solo quattro minuti alla fine della partita. Quattro minuti di fuoco da parte perugina, con la difesa rossoverde che si apriva davanti agli attacchi degli avversari, ma quelli non riuscirono a segnare. O meglio: Rizzo un gol lo segnò ma il fuorigioco era così evidente che la rete fu annullata. Negli spogliatoi, al presidente del Perugia Gaucci battuto dalla squadra del suo ex dipendente Gelfusa, dovettero dare una damigiana di camomilla mista a ginseng.

 

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L’Arma di Urbano VIII sbriciolata da un Tir

L'arma di Urbano VIII andata distrutta
L’arma di Urbano VIII andata distrutta

Fu una battaglia lunga, per la sezione di Terni di Italia Nostra, quella condotta per il restauro dell’Arma di Urbano VIII. Un muro, tutto di mattoni, una specie di edicola, a sorreggere  una lapide marmorea con uno stemma: tre api su uno scudo. Lo stemma della famiglia fiorentina dei Barberini, quella del papa Urbano VIII.
Maffeo Barberini fu pontefice dal 1623 al 1644: era il periodo della guerra dei Trent’anni, del processo a Galileo Galilei ed ai giansenisti. Durante il papato di Urbano VIII si completò la costruzione della basilica di San Pietro che egli stesso inaugurò, e fu sempre lui, il papa Barberini, a dare un forte impulso al diffondersi dell’arte barocca a Roma. Alla sua iniziativa vanno ascritte opere oggi molto popolari e conosciute come la fontana di Piazza di Spagna (la Barcaccia) o quella del Tritone, oltre al baldacchino dell’altare di San Pietro, a fianco di opere di maggiori dimensioni e di altra importanza.
Maffeo Barberini fu tra il 1608 ed il 1610 arcivescovo di Spoleto. Percorse, perciò, molto spesso la strada Flaminia che lo conduceva a Roma. E’ dal fatto che egli sostava a Strettura per riposarsi durante questi viaggi che prese nome la stazione di posta che porta ancor oggi il nome di Palazzo del Papa. Poco lontano da lì, ancora in territorio di Strettura, Proprio lungo la vecchia Flaminia si trovava l’Arma. Ce la volle Fausto Poli, il cardinale di Usigni, segretario particolare e braccio destro di Urbano VIII che l’aveva preso sotto la sua protezione proprio durante il periodo in cui era stato arcivescovo di Spoleto. Un cardinale potente, quindi, Poli. Che mai dimenticò la sua terra di origine, la Valnerina, e le sue esigenze di sviluppo. Non a caso fu colui che beatificò Santa Rita da Cascia e fece progettare al Bernini una chiesa per il suo paesino di origine. E sempre lui volle la “Via del Ferro”,  una strada che collegava la Flaminia con Monteleone e Poggiodomo, Cascia e Norcia. A Monteleone di Spoleto erano già sfruttate le miniere di ferro: la nuova via di comunicazione permetteva un rapido collegamento, che consentì di realizzare veri e propri opifici, strategici per i rifornimenti di ferro dello Stato Pontificio. Nacquero così le ferriere di Monteleone di Spoleto e Scheggino, cui si aggiunse un secolo dopo quella di Terni.
Ad imperitura memoria, il cardinal Poli volle che a segnare la realizzazione di quell’opera ci fosse una lapide proprio lì, nel punto in cui la strada incrociava il tracciato della consolare Flaminia per poi inerpicarsi verso Montefranco, scendere sulla Valnerina, seguirla fino a Sant’Anatolia di Narco e poi risalire su, sui monti, verso Monteleone.
Intorno agli anni Settanta del secolo scorso, l’arma di Urbano VIII era in gravi condizioni. E nascosta alla vista.  La Flaminia,infatti,  col passare dei secoli, aveva subito interventi per motivi di sicurezza necessari nel caso di un’arteria di grande comunicazione. L’arma era venuta così a trovarsi lontano dalla carreggiata, e leggermente più bassa rispetto al piano stradale, dietro un guard rail.
La sezione ternana di  Italia Nostra, allora guidata da Emilio Sebastiani, annoverava tra i soci più attivi uno studioso sensibile come Gino Papuli, e consiglieri d’esperienza e di livello. Quell’associazione, senza padrini politici, più che di galline s’interessò di importanti tematiche ambientali e della conservazione di beni culturali in pericolo. Così come l’Arma di Urbano VIII, testimonianza di un periodo storico importante per la Valnerina, che andava proprio per questo recuperata e restaurata. Fu una battaglia lunga, anche perché fu difficile reperire i fondi necessari e sensibilizzare gli amministratori pubblici. Ma alla fine Italia Nostra ce la fece.
Ma la sorte volle che, pochi mesi dopo il restauro, un Tir finisse fuori strada proprio in quella curva, scavalcando il guard rail e frantumando ogni cosa. Dell’Arma di Urbano VIII resta solo una colonnetta di mattoni, aggredita dalla vegetazione. Ultima collocazione conosciuta dei rottami della lapide resta una non meglio precisata caserma dei Carabinieri, forse quella di Terni . In attesa di un nuovo recupero e di una nuova collocazione. E stavolta – magari – lontano dalla strada e da curve pericolose.
Sennò l’imperitura memoria va a farsi benedire!

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Sul cardinale Poli e Usigni vedi articolo correlato    

Terni, l’enigma della cattedrale

La suola si una scarpa scolpita sulla facciata del Duomo di Terni: un enigma storico.
La suola si una scarpa scolpita sulla facciata del Duomo di Terni: un enigma storico.

Un enigma irrisolto. Eppure ci si sono messi in parecchi a comparare testi e testimonianze, proporre deduzioni logiche. Niente. Ogni ipotesi resta valida pur se con punti deboli. L’enigma sta sulla facciata del duomo di Terni, vicino al portale principale, sul lato sinistro per chi si accinge ad entrare. Ad altezza d’occhio c’è, inciso nel marmo,il disegno di una scarpa: o meglio, della suola di una scarpa. Agli albori del ‘900, si decise di dare «una sistemata» alla facciata della chiesa di Santa Maria Assunta, la cattedrale di Terni. Si decise di riportare in vista il muro antico di pietra, che era stato ricoperto dall’intonaco. Fu il muratore il primo a strabuzzare gli occhi: che ci faceva lì quella forma scolpita che ricordava l’orma che si lascia passando su un terreno fangoso? Achi era venuto in mente di perdere tempo a scanalare il marmo per realizzare una forma tanto precisa?
Il primo ad interessarsene fu Luigi Lanzi, che era il direttore della biblioteca di Terni,ma anche un esperto archeologo e studioso di storia locale. Così la descrisse, con doverosa minuzia: «Apparve la impronta della pianta di un piede, anzi precisamente di una scarpa, graffita a semplice contorno, lunga 26 centimetri, divisa da due orizzontali in tre parti quasi eguali, e recante nella sezione centrale un solco regolare e profondo che occupa il centro della pianta e congiunge verticalmente le due divisioni, segnando un’altezza di 80 millimetri».
Otto centimetri di tacco. Roba da scarpe di indossatrici in passerella.O forse ottanta millimetri era lo spessore di tutta intera la parte sottostante il piede, una specie di rialzo?
Tra le ipotesi suggestive (ed azzardate) qualche studioso di storie ternane è successivamente arrivato ad una considerazione: quel segno fu fatto fare nella seconda metà del Quattrocento. Sembra che in quel periodo in cui si stava scendo dai secoli bui e austeri del medioevo si fosse cominciato a godersi per quanto possibile la vita. E vi fu, come si dice, un certo rilassamento dei costumi.Un po’ troppo, anzi, secondo la valutazione dei benpensanti. Lussi, bettole e meretricio. Somigliando la forma della scarpa più ad uno zoccolo, se ne dedusse che quella era la forma e la misura degli zoccoli di legno che si ordinò portassero ai piedi le meretrici, in modo che fosse facile individuarle, e nelle intenzioni dei moralizzatori, evitarle anche nelle ore buie perché gli zoccoli di legno, facendo rumore sul selciato, segnalavano il passaggio di «una di quelle». Per questo, anzi – secondo quelle ipotesi un po’ “suggestive” ma fantasiose – le meretrici vennero chiamate «zoccole».
Il dibattito tra dotti, così come lo riferisce Lanzi, arrivò a  conclusioni diverse. Era quella l’unità di misura ufficiale da adottare, il “piede ternano”, si azzardò.Ma il piede ternano era
lungo 355 millimetri per misurare fossati, 525 per misurare terreni, 335 per misurare muri e tavole. Non 260 millimetri come quella suola. «È la forma del piede di Sant’Anastasio, affermarono subito i più facili solutori», riferisce Lanzi. Ma Sant’Anastasio (uno dei protettori di Terni) sembra fosse un gigante ed i suoi piedoni non sarebbero entrati in quella scarpa. «È un voto», disse uno. «È lo scherzo di qualche vagabondo», dedussero altri.
Ma cos’era, davvero, quel “graffito”? Lanzi ne riferì sul Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria, nel 1906. Alla fine del 1444 per arginare il clima di bassa moralità che si stava diffondendo, l’arringo (il consiglio comunale dell’epoca) elaborò un regolamento che prevedeva particolari obblighi e divieti per le donne. Le quali non potevano partecipare a cortei funebri, né potevano spendere per gli abbigliamenti nuziali più di 66 ducati d’oro, né indossare drappi di seta, né maniche di velluto, né corona d’argento del peso di più di otto once e né calzare scarpe alte più di quattro dita (più o meno 80 millimetri). Anzi, per dar modo a tutti di avere un metro di paragone, la scarpa “d’ordinanza” andava scolpita su un muro della
cattedrale. Là dove oggi si trova, continuando a solleticare curiosità e varie fantasie.

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Triponzo e l’acqua del diavolo

Triponzo
Triponzo

Non potevano che odorare di zolfo le acque termali di Triponzo. Almeno se si dà retta alle leggende che vogliono i Monti Sibillini come dimora del diavolo. E già, perché le acque che sgorgano dalle viscere della terra in quel luogo della Valnerina che sta quasi al confine con Visso e, quindi, con le Marche potrebbero benissimo percorrere meandri sotterranei che partono proprio da lassù, dal gruppo montuoso del Vettore. D’altra parte, non sono forse sulfuree le acque termali che sgorgano sul versante marchigiano dello stesso massiccio montuoso, in provincia di Ascoli Piceno? Sì, vabbè, di là della montagna le terme sono quelle di Acquasanta, un nome che andrebbe a smentire in partenza qualunque «diavoleria», ma potrebbe trattarsi di un tentativo di esorcizzare la questione.
Le leggende che raccontano di presenze demoniache sui monti Sibillini sono arcinote. Sta lì l’antro della Sibilla che, si racconta da secoli,sarebbe stata condannata dal Padreterno a vivere segregata perché voleva essere madre del Redentore.Sempre lì si trova il «sentiero delle Fate»,ma non si pensi come modello alla Fata Turchina di Pinocchio né a qualche miss o a procaci star hollywoodiane. Le fate in questione sarebbero state, invece, le cortigiane della Sibilla, le quali dalla sommità delle montagne scendevano nei paesi vicini (soprattutto Castelluccio di Norcia, nel caso in ispecie) per sedurre i giovani pastori. Bellissime, erano però demoni, e se lo sguardo dei giovani pastori, non fosse stato principalmente attratto da altre cose, essi avrebbero potuto notarlo. Se solo avessero guardato anche i piedi delle bellissime fate si sarebbero accorti che era piedi di capra. Ecco: secondo la leggenda lo scalpitare continuo di quelle creature coi loro piedi caprini avrebbe tracciato il «sentiero delle Fate», sul fianco del Monte Vettore.

Lavori in corso alla Terme di Triponzo
Terme di Triponzo, lavori di ristrutturazione alle terme dell’ “acqua del diavolo”

Tant’è. Il discorso è un altro, però. E’ che le terme di acqua sulfurea di Triponzo, che ebbero una certa fortuna in epoca remota, restano lì, non valorizzate. Nonostante impegni, convegni, progetti, piani turistici di respiro regionale, ed un concorso europeo di project financing. Un sito che occupa un’area di quasi cinque ettari, con strutture di oltre 1500 metri quadrati, e che si sta cercando di rilanciare. Quelle terme, molto frequentate in epoca Romana, hanno avuto attrattiva fino alla fine dell’Ottocento, poi…
Lo zolfo oro del diavolo e i demoni dei monti Sibillini restano leggenda. Così come la tradizione che vuole che sgorghino dalla cavità di un vulcano. La spiegazione scientifica è che a dare odore e contenuto di zolfo all’acqua termale di Triponzo è che esse attraversano rocce porose di origine lavico-vulcanica. L’acqua esce dalle rocce a temperatura costante di trenta gradi.
Nei primi decenni del XX secolo l’attenzione, a Triponzo, si concentrò su altre acque: quelle del Vigi e del Corno che si gettano nel Nera proprio lì, tra quelle gole. Negli anni Trenta del ‘900, esse furono captate attraverso il canale Medio Nera che la società “Terni” costruì per portare l’acqua fino al lago di Piediluco ed alimentare le turbine della centrale idroelettrica di Galleto. Fu un grande investimento se si pensa che il canale, lungo quasi 50 chilometri, fu per la massima parte realizzato in galleria, con cinque ponti che scavalcano altrettante piccole vallate.Una galleria alta quattro metri e larga quasi altrettanto «in cui – riferivano le cronache del tempo – si potrebbero incontrare comodamente due automobili…». Negli anni Sessanta, il gruppo Finelettrica inserì nel suo programma di nuovi impianti «deliberato nel 1957 e che sarà completato – si annunciò – entro il 1963» la costruzione a Triponzo di una centrale della potenza di seimila kilowatt e dalla capacità produttiva pari a 54 milioni di kilowattora l’anno. Ma il 1963 è passato da più di mezzo secolo e quell’iniziativa è restata in sospeso.

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Triponzo e l’acqua del diavolo

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A Fornole il primo esperimento di voto elettronico

Fornole
Fornole

Si chiamava «Easy vote», voto facile. Ma certo, a Fornole, frazione di Amelia, nel 1992, non tutti a sentire quello strano “nome” si convinsero che davvero fosse un modo facile di votare per le elezioni. Oltretutto quello che s’er approntato era il primo esperimento in Italia. Si trattava di un sistema di votazione messo a punto dal Centro regionale umbro di elaborazione dati (il Crued), che a Fornole, frazione di Amelia, veniva utilizzato per la prima volta in assoluto. Soprattutto con lo scopo di testarlo. I vantaggi? «Diminuiscono i tempi del voto, i risultati si sanno subito, lo Stato risparmia decine di miliardi di lire perché le sezioni elettorali si possono ridurre della metà, non c’è possibilità di imbrogli», spiegarono i tecnici.
E siccome si trattava, appunto, di una novità che andava sperimentata, si decise di aspettare un appuntamento elettorale di tipo “minore” e non complicato, ad esempio, da un elenco infinito di liste di candidati. Un cosetta che potesse andar via liscia, insomma. Manco a farlo apposta capitò che a Fornole si dovesseroeleggere i componenti del comitato comunale per l’amministrazione dei beni di uso civico. Una faccenda che a dirla così sembrerebbe tutto meno che semplice semplice. Ma le elezioni si annunciavano abbordabili: due sole le liste contrapposte.
E allora, vai! Non senza emozione si approntò tutto il necessario perché si votasse alla nuova maniera. Niente scheda, ma uno schermo televisivo su cui la scheda compariva in video, come fosse l’annuncio dell’inizio dei programmi della televisione. Usando uno stiletto di plastica, una specie di grosso stuzzicadenti, si tracciava il segno della ics sul quadrato corrispondente alla lista scelta dall’elettore. E se uno voleva votare scheda bianca? Niente paura: c’era, a fianco ai primi due, un terzo quadrato. Si faceva la solita ics lì sopra e significava che vi votava “bianco”. Insomma, il voto lo si dava, ma era come se non si fosse dato. Semplicissimo, no?
Essendo la prima volta che si utilizzava il “voto all’americana” era chiaro che agli scrutatori ci sarebbe voluto qualche minuto per spiegare agli elettori come avrebbero dovuto fare.
«Ma non è stato difficile pe’ gnende», spiegò Italo, pensionato di 88 anni, che fu tra i primi a presentarsi al seggio. Un po’ perché era abituato ad alzarsi di buonora, un po’ perché una volta votato non ci avrebbe dovuto stare più a pensare, e parecchio perché incuriosito. Voleva vedere come funzionava questo sistema rivoluzionario di cui si parlava tanto. «Certo che tutte ‘ste novità… –
aggiunse all’uscita dal seggio –  E chi se l’aspettava che se dovesse da usa’ ‘na penna che non scrive! Ricordo che quanno votai pe’ la Repubblica, nel ’46… Ce feci ‘na croce cucì grossa… Ma quella matita llì scriveva, però».
Certo, stavolta la matita copiativa, nella cabina, Italo non ce l’aveva trovata, né c’era la scheda di carta, dove uno convinto delle sue idee…Zac! Zac!  tracciava due solchi che un voto quasi ne valeva due. Adesso invece c’era il touch screen: un colpettino sopra al quadratino scelto con la matita di plastica e un bip segnalava che il voto era stato registrato. E buonanotte.
Gli aventi diritto al voto, a Fornole, erano, in quell’occasione, quasi milletrecento, ma al seggio si presentò solo il 31 per cento di essi. Ogni voto, appena dopo il bip, finiva in una memoria segreta che il presidente di seggio poteva leggere solo una volta che le operazioni elettorali fossero concluse.
E  pochi secondi dopo la chiusura dell’urna elettronica, come promesso e previsto, arrivarono i risultati: 48 voti alla lista uno, 322 alla lista due, 24 schede bianche.
A Fornole per l’esperimento di voto elettronico si mobilitarono gli inviati dei grandi quotidiani, per raccontare quello che – dicevano –  poteva essere il giorno in cui cambiava un’epoca. Voto rapido e veloce, soldi risparmiati, brogli ed aggiustamenti impossibili.
Il progetto del Crued, finì in un cassetto: seppure su un dischetto rigido e  non raccolto in un faldone con i nastri di tela. Messo in memoria. E, per la legge del contrappasso, se lo sono del tutto dimenticato.

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Usigni, due abitanti e una chiesa del Bernini

La piazzetta di Usigni e, in fondo, la chiesa di San Salvatore, opera di Bernini
La piazzetta di Usigni e, in fondo, la chiesa di San Salvatore, opera di Bernini

«Qui,d’inverno, abitanti uno». Come uno? Fino all’anno scorso erano due, madre e figlia. «Sì ma ‘ntanto la fija ha trovato lavoro fori…». Bene informato, il romano. Lui, la moglie, un figlio di una trentina d’anni e la suocera. Sono le uniche persone che incontri a Usigni, di domenica mattina. Un paesino sui monti della Valnerina. E’ frazione di Poggiodomo. Le case tutte tirate a lucido, ristrutturate. Intonaco fresco, facciate vivaci: arancioni o rosa. Poi le antiche costruzioni, in pietra. Anch’esse tenute benissimo. Vicino al campanello delle porte d’ingresso, ceramiche portano il nome della famiglia che ci abita. Però è tutto chiuso.Un paese fantasma, sembra. Fortuna i due gatti rossi che s’aggirano sulla piazzetta. Vicino all’unica casa che sembra abitata: c’è fuori una bombola del gas; c’è la legna accatastata;un vecchio coltello è infilato nella terra di un vaso di fiori. Le ante delle finestre sono spalancate e sul davanzale c’è un barattolo che forse contiene miele. Al din don del campanello, però, non risponde nessuno.
Quella è casa di Antonia Giovannetti, l’unica abitante di Usigni che di abitanti, nel 1971 ne aveva 33 e nel 2001 21. «Da oggi siamo di nuovo in due – dice il giorno dopo al telefono Sara Marini, la figlia di Antonia – avevo trovato lavoro a Leonessa, ma da oggi torno ad aiutare mia madre nell’allevamento dei bovini». Nessuno ha aperto la porta, la domenica, non per scarsa fiducia.  «Se lei fosse sceso giù, sotto al paese, fino alla stalla, avrebbe trovato mia madre. Io sono arrivata nel pomeriggio…». Che effetto farà vivere, due donne sole, in un paese deserto?
«Mah – dice Sara -. Noi ci stiamo bene. Ci piace continuare l’attività di papà, scomparso otto anni fa. La sera? La sera si sta qui…Per la spesa, il medico e tutto il resto andiamo a Poggiodomo o a Monteleone. Pochi chilometri. Dopo la nevicata siamo rimaste sette giorni isolate. Nemmeno la televisione… Il digitale terrestre non mandava segnale».
Sara ha 28 anni, Antonia 60. Antonia è consigliera Comunale a Poggiodomo. «Una donna attiva. Sa fare tutto – testimonia la figlia -. Infaticabile. Anche adesso è giù, alla stalla.Sa’, l’allevamento di bovini è quel che ci dà da vivere, anche se non è che ci sia da scialare». Giovane,ma attaccata alle sue radici, Sara. Orgogliosa. «Lo sa no, che qui è nato il cardinal Poli. Che è colui che ha beatificato Santa Rita. Che era importante ai tempi di papa Urbano VIII. E lo sa che c’è qui una chiesa del Bernini?».
E come no? È la chiesa di San Salvatore che proprio Fausto Poli, cardinale molto potente ai tempi di Urbano VIII, fece ricostruire nel XVII secolo. Certo, un intervento del Bernini di quelli fatti un po’ di corsa, semplici. Sembra più opera di un suo allievo o di un suo borgomastro, quella chiesa. Ma la firma è di Bernini. Il cardinal Poli utilizzò a piene mani coloro che  lavoravano alla fabbrica di San Pietro sotto Urbano VIII. Lo fece anche per interventi importanti a Cascia. Fu lui, Fausto Poli, a volere la via del Ferro per far sì che si sfruttassero le miniere di Monteleone di Spoleto. Fu ancora lui a voler  abbellito il suo paese d’origine, Usigni, appunto. Lì sta il palazzo della sua famiglia.
Anche il romano è orgoglioso: «Vede? Quella è ‘a chiesa del Bernini. Mo’ come famo a aprì? Chissà chi c’avrà le chiavi?». Se non ce l’ha Antonia c’è poco da fare. Ma Antonia sta giù alla stalla a lavorare.«D’inverno abbitanti uno – specifica il romano -ma d’estate se ritrovamo in parecchi qqui. È tutta ‘n’artra cosa. Oggi semo venuti su co’ mi’ socera che è nativa de Usigni pe’ dda’ ‘n’occhiata a la casa. Ma lo ggiri er paese, me dia retta. È piccolo ma bbello, curato, tenuto proprio bbene».
Usigni, febbraio 2013
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Tutti alla stazione, passa Papa Giovanni

La stazione di Terni affollata per il passaggio di Papa Giovanni XXIII
La stazione di Terni affollata al passaggio del treno con Papa Giovanni XXIII

“Passa il papa”, e via, a Terni iniziò la corsa verso la stazione ferroviaria. Che era affollata fino all’inverosimile. E’ passato più di mezzo secolo da quella mattina del 4 ottobre 1962. Giovanni XXIII era affacciato al finestrino. Il treno si fermò solo per un attimo, giusto il tempo perché benedicesse la folla, entusiasta. Continua a leggere Tutti alla stazione, passa Papa Giovanni

“Ferrovieri, prendete la patente per guidare l’autobus”

La stazione S.Anatolia di Narco-Castel San Felice della Spoleto Norcia in una vecchia cartolina
La stazione S.Anatolia di Narco-Castel San Felice della Spoleto Norcia in una vecchia cartolina

Che la ferrovia Spoleto-Norcia ormai era definitivamente condannata alla soppressione, lo si capì quando la direzione consegnò ai dipendenti una circolare interna che conteneva un consiglio: prendetevi la patente. Continua a leggere “Ferrovieri, prendete la patente per guidare l’autobus”

Domenico Mustafà, l’ultimo soprano

Solo insospettate doti di scattista consentirono al maturo genitore di sfuggire al figlio che lo inseguiva imbracciando una doppietta. I rapporti tra i due non erano per niente idilliaci. Da sempre. O almeno da quando Domenico Mustafà cominciò ad avere l’età della ragione. Quel giorno, la lite aveva preso una piega proprio brutta. Domenico nacque a Sellano, il 16 aprile del 1829, ed era un bambinetto quando il padre gli combinò il tiro mancino per cui Domenico lo odiò per tutta la vita. Continua a leggere Domenico Mustafà, l’ultimo soprano

Uno schiaffone all’amico Maggiore e finisce in duello

Bastò un “niente” e un’amicizia granitica si trasformò in un rapporto così turbolento da richiedere l’intervento del Tribunale militare. Ingiurie, lettere denigratorie e calunniose, schiaffoni a mano piena, un duello alla spada. E pensare che solo poche settimane prima, il Natale del 1907, i due ufficiali in servizio alla Fabbrica d’Armi di Terni lo avevano festeggiato insieme. Erano come due fratelli. Continua a leggere Uno schiaffone all’amico Maggiore e finisce in duello

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Curiosità da Terni, l'Umbria, e l'Italia centrale: fatti, persone, tesori nascosti

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