Ottantamila lire e Piermatteo finì in America

L'Annunciazione di Piermatteo d'Amelia
L’Annunciazione di Piermatteo d’Amelia

Ottantamila lire. Tanto incassarono i frati in cambio di un’opera d’arte ammirata da critici e studiosi di tutto il mondo i quali si sono scervellati per decenni alla ricerca di scoprire l’autore di tanta meraviglia. Una faccenda tanto complicata per cui per lungo tempo si limitarono ad appellarne l’autore come il “Maestro dell’Annunciazione Gardner”. Vabbè che negli anni a cavallo tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 si trattava di una discreta somma, ma – certo – ottantamila lire, anche di allora, erano una miseria per un’opera d’arte come quella. Ormai si sa quasi tutto su quella Annunciazione dipinta alla fine del‘400 da un artista dell’Umbria meridionale. Si sa, cioè, che l’autore è Piermatteo Lauro de’ Manfredi, più sbrigativamente chiamato Piermatteo d’Amelia. Tutto è noto: sulle particolarità artistiche dell’opera; su come grazie alla possibilità di accertare la paternità del polittico di Terni si fu in grado di stabilire che essa era stata realizzata da Piermatteo; su come si fu in grado, così, di accertare che sue erano altre opere presenti nell’Umbria meridionale e che fino ad allora erano state attribuite – appunto – al “Maestro dell’Annunciazione Gardner”.
Un po’ meno si sa, invece, su come sia stato possibile sottovalutare il valore artistico, ma anche quello più materiale dell’opera. Delle ottantamila lire riferì Federico Zeri – uno che su quella Annunciazione e su Piermatteo lavorò molto e con passione – più di 25 anni fa nel corso di un convegno che si tenne a Narni,ad iniziativa della Provincia di Terni: “Dall’Albornoz all’età dei Borgia. Questioni di cultura figurativa nell’Umbria meridionale”, era il tema.
Quelle ottantamila lire – è il succo del racconto di Zeri – furono incassate dai frati di Santa Maria degli Angeli i quali avevano avanzato formale richiesta del permesso di vendere quella pala, che era – spiegarono – in cattivo stato di conservazione e che era in definitiva un “oggetto inutile”.
L’Annunciazione era stata realizzata da Pier Matteo per il convento della Santissima Annunziata di Amelia,ma da qui era finita a Santa Maria degli Angeli dove era appesa ad una delle pareti esterne della Porziuncola.Lì è restata per secoli e v’era ancora quando,nel 1875, seguendo le “nuove tecniche” di riproduzione di immagini, uno studio fotografico di Roma, la fissò su lastra.
La vendita, da parte dei frati, avvenne poco tempo dopo tra il 1880 ed il 1900. Le ottantamila lire le sborsò un antiquario londinese socio di Bernard Berenson, critico d’arte americano. “Il” critico d’arte, a quei tempi: bastavano due righe scritte da lui e il dipinto era considerato sicuramente originale e dell’autore cui egli lo attribuiva.
Nel caso in ispecie, comunque, si sbagliò: la paternità dell’opera secondo lui era di Fiorenzo Di Lorenzo, anch’egli pittore umbro del Quattrocento, perugino. Non sbagliò, però Berenson, nello stimarne il valore e nel consigliarne l’acquisto alla collezionista americana che era stata la sua mecenate,avendogli pagato gli studi ad Harvard: Isabella Stewart Gardner. La signora acquistò la pala, la fece restaurare e la espose nel suo museo, il Museo Gardner appunto, a Boston.
Allora erano parecchie le opere d’arte italiane – e non solo – che acquistate per quattro soldi venivano rivendute dagli antiquari ai collezionisti americani a cifre moltiplicate per decine di volte rispetto a quella di acquisto. Se ne crucciava, Berenson, ma le sue erano lacrime di coccodrillo. Intanto perché realizzava forti guadagni; poi perché comunque s’era creato un’autogiustificazione morale, sostenendo – come scrisse in una lettera alla Gardner – che egli rendeva «uno straordinario servizio all’America per mezzo dell’arte» e contemporaneamente salvava «i capolavori che portava clandestinamente fuori dall’Italia dall’incuria e dai saccheggi degli italiani».
Tra questi capolavori “salvati” c’era quell’Annunciazione che Isabella Gardner acquistò. Lei era innamoratissima dell’arte italiana, dell’Italia e specialmente di Venezia. Una riprova? Fece portare a Boston le pietre di un palazzo veneziano per utilizzarle nella costruzione di quello che oggi è il museo Gardner e che per un breve periodo fu la dimora di quella eccentrica e ricchissima signora. La quale salvò, forse, dall’incuria l’Annunciazione di Piermatteo, ma nel contempo alimentò non poco il commercio clandestino di opere d’arte che ha arricchito parecchi personaggi senza scrupoli, impoverendo l’Italia.
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Isabella Stewart Gardner e, a sin., il museo da lei fondato
Isabella Stewart Gardner e, a sin., il museo da lei fondato
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“Mille lire al mese”, un successo made in Monteleone

Lo spartito di Mille Lire al mese. Nel riquadro: Carlo Innocenti con Claudio Villa
Lo spartito di Mille Lire al mese. Nel riquadro: Carlo Innocenzi con Claudio Villa

«Se potessi avere mille lire al mese, senza esagerare, sarei certo di trovare tutta la felicità». La canzone divenne famosissima verso la fine degli anni Trenta del ‘900. Mille lire al mese, un sogno. Negli anni successivi alla guerra, però, con mille lire al mese si poteva fare ben poco. Chissà, forse per questo divenne popolare un’altra canzone: «Addio sogni di gloria, addio castelli in aria»., recitava il ritornello. Due grandi successi. Entrambi scritti da un umbro, Carlo Innocenzi di Monteleone di Spoleto. «La famiglia sua abitava proprio qui dietro, in via del Carmine, vicino a casa mia», dice Angelo Vannicelli, seduto sotto la torre dell’Orologio, il centro del centro di Monteleone di Spoleto,un paese piccolo, ma ricco di storia e di bellezze artistiche e naturali, in cima ad un colle a sbalzo sulla vallata del fiume Corno.
Carlo Innocenzi con la sua musica diventò famoso e ricco. Tante le sue canzoni, incise ed intepretate dai cantanti più in voga: Claudio Villa, prima di tutto, ma anche Luciano Tajoli, Giorgio Consolini, Gino Latilla, Luciano Virgili. Dischi per la Cetra e la Parlophon.In più scrisse le musiche per quasi duecento film, da gente come Totò e Peppino De Filippo, Tina Pica, Delia Scala e Maurizio Arena, Steve Reeves e Chelo Alonso, Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Aldo Fabrizi… e via dicendo.
Fu compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra.
La musica, a Monteleone, ce l’hanno nel dna. Tanto per dirne una: a Monteleone la banda musicale ce l’hanno dalla seconda metà dell’Ottocento. E lì dentro, ci sono passati quasi tutti i monteleonesi. «Qui de la musica siamo stati sempre appassionati: pensi che anche mi’ nonno e gli amici suoi annavano sempre a suonare, se riunivano pe’ sona’. Certo poi mi’ zio… Beh, lui è stato un genio; un vero e proprio genio». Teresa Giovannetti è la nipote di Carlo Innocenzi: «Lui e mia madre erano fiji di du’ sorelle». «A Monteleone? Lui ci ha vissuto fino a quando c’aveva 16 o 17 anni. Poi la famija s’è trasferita a Roma. E lui è andato via. Io no lo so che studi ha fatti, so ssolo che a ‘n certo punto lavorava co’ le ferrovie: faceva il disegnatore. Ma studiava pure musica, però. Perché quella era la passione sua».
Il successo per Innocenzi arrivò proprio con “Mille lire al mese”. Era il 1938 e lui, nato a Monteleone di Spoleto il 29 maggio 1899, era già un uomo maturo, con una lunga gavetta alle spalle. Col successo arrivò la possibilità di campare la vita senza dover più andare a lavorare al Ministero dei Trasporti, dove si interessava appunto di strade ferrate.
S’era sposato con una ragazza russa, Sonia Pearlswig, più conosciuta all’epoca con lo pseudonimo di Marcella Rivi: erano suoi molti dei testi delle canzoni di cui il marito aveva scritto la musica. «Una donna deliziosa sotto tutti i punti di vista», testimonia la signora Teresa. Un sodalizio artistico, oltre che di vita.
E di Monteleone, Innocenzi, si era dimenticato? «Nooo – dice la signora Teresa – ji’ha pure dedicato una canzone che ebbe successo: Un saluto al mio paese, se chiama. Poi aveva comprato una casa, proprio qui poco lontano dal negozio mio, sulla strada principale di Monteleone. Veniva spesso. Oh, intendiamoci: un genio, ma pure un tipo ‘n po’ strano eh. Pensi, quando veniva se faceva lascia’ dall’autista giù l’incrocio de Ruscio. E veniva su a piedi». Una bella camminata, circa tre chilometri di
strada in salita. «Adesso ci sentiamo spesso con le figlie, Dorotea e Ester che abitano a Roma a via Frattina. La casa di Monteleone la lasciò in eredità al fratello Ezio…e ormai è stata venduta. E poi ha voluto esse’ sepolto qui, a Monteleone».
Quando morì, Carlo Innocenzi, aveva 63 anni. Era il 24 marzo del 1962. Monteleone di Spoleto ha dato il suo nome alla banda musicale, una delle cose di cui i monteleonesi vanno più fieri, e alla piazzetta antistante Porta Spoletina, l’ingresso principale al centro storico. Una carriera piena di soddisfazione: a parte le due canzoni più famose e popolari Innocenzi ha scritto brani che hanno partecipato ai festival di Sanremo e di Napoli, e che sono stati ripresi in tanti film di successo e trasmissioni televisive andate in onda dopo la sua scomparsa. In totale egli ha lasciato 740 composizioni musicali.
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E Mussolini ordinò: “Buttatevi a destra”

Sul muro di una casa lungo la strada provinciale resiste la scritta "I veicoli tengano la destra"
Sul muro di una casa lungo la strada provinciale resiste la scritta “I veicoli tengano la destra”

Sinistra o destra? Il busillis coinvolse a lungo quelle che allora – più che oggi – si definivano «le autorità». D’altra parte la scelta aveva implicazioni non di poco conto. Per esempio da quale parte posizionare il volante? Ed ancora: come e dove piazzare la segnaletica stradale. Già, perché la scelta da compiere aveva proprio questo come oggetto: i veicoli sulla strada avrebbero dovuto tenere la mano destra o la mano sinistra?
Il problema che mai prima si era posto con tanta urgenza cominciò a diventare spinoso quando,agli inizi degli anni Venti del Novecento, le automobili in circolazione cominciarono a diventare numerose. Fino ad allora si era andati avanti un po’ «ad capocchiam». Poi all’inizio del secolo, il governo sabaudo, ritenendo di avere cose più importanti da prendersi di petto, stabilì che decidessero loro, le singole province: Ma sì, che facessero un po’ come gli pareva e tanti saluti. La Provincia di Perugia – che allora come noto comprendeva anche i territori che successivamente furono delle province
di Terni e di Rieti – la propria scelta la fece in quattro e quattr’otto: i veicoli debbono tenere la destra. Ma forse non tutti coloro che percorrevano le varie strade ci ponevano mente se ancora adesso, quasi un secolo dopo, ci sono delle scritte belle grosse, vergate in nero su fondo bianco, sui muri esterni di alcune abitazioni, specie – chissà perché – nel tratto della provinciale, ormai poco usata, che unisce Terni con il lago del Turano. Scritte cubitali, seppure parzialmente erose dagli anni, ma che mantengono un che di perentorio: “I veicoli tengano la destra”.
La scelta definitiva e generale della destra fu fatta dal capo del governo Benito Mussolini in persona, alla fine del 1922. Vale a dire che si trattò di uno dei primi decreti varati dopo la presa del potere. Segno che la questione s’era fatta urgente. E certo, che era così! Il Regio Decreto in vigore risaliva al 1901 ed era appunto quello che stabiliva che ogni provincia poteva decidere autonomamente se lungo le strade di propria competenza i veicoli dovessero obbligatoriamente circolare alla destra o alla sinistra della carreggiata. Si era creata una situazione paradossale. Ad esempio, mentre in Umbria si marciava a destra, a Roma si teneva la mano sinistra, mentre per il resto del Lazio era solo consigliato tenere la destra, ma – volendo – si poteva restare anche a sinistra. Da che cosa capire poi, in quale provincia ci si trovava nel corso del viaggio, è rimasto un mistero.
Il massimo del caos si raggiunse però durante la prima guerra mondiale quando il movimento di automezzi divenne,
nelle zone operative, piuttosto fitto. E si racconta che proprio in occasione di Caporetto si sia verificato un qualcosa di paradossale. Ossia che mentre le truppe che ripiegavano, rispettando le direttive dell’Esercito, percorrevano le strade tenendo la mano sinistra, gli aiuti e i rinforzi che arrivavano rispettando la normativa decisa dalle province venete marciavano sulla destra. Un ingorgo sconvolgente. Non è certo dipeso da questo che ci fu appunto Caporetto, però tutto fa, diceva quello che stava in piedi sulla battigia.
Tra destra e sinistra, nell’incertezza, chi ci andava di mezzo erano i viaggiatori, ovviamente. E l’Umbria – ossia la Provincia di Perugia – rappresentava da questo punto di vista il caso maggiormente dolente: sembra che proprio in Provincia di Perugia, infatti, si registrasse il più alto tasso di mortalità per incidenti stradali. Che avvenivano non tanto per incidenti tra veicoli a motore, ma tra questi e i mezzi a trazione animale, che restavano i più numerosi.
I conducenti dei carri agricoli tenevano la mano destra, ma le strade, non asfaltate, erano per lo più «a schiena d’asino», cosicché quando sopraggiungeva un mezzo a motore per evitare – si spiegò – che gli animali, spaventandosi, sconfinassero al di là della cunetta, i conducenti tendevano a spostarsi verso il centro della strada. Era proprio la stessa scelta che incuranti di tutto compivano sovente anche i “piloti” di autoveicoli. E patatrac.
Delle prescrizioni di stare a destra (o a sinistra), a quanto pare non si preoccupava proprio nessuno, Tanto che il prefetto di Perugia, chiamato probabilmente a spiegare i motivi del record negativo, in una nota ufficiale si lamentò del «misoneismo» della popolazione umbra e della caparbietà dei conducenti dei mezzi a trazione animale che restavano legati alle loro abitudini contadine. Il fatto è che la situazione non cambiò, soprattutto perché in pochissimi capirono che cos’era ‘sto misoneismo. Quella umbra, a volte, è gente paciosa. Nessuno andò a fondo. In parecchi avranno fatto spallucce tirando a campare; qualcun altro probabilmente si ripromise di sfidare a duello il prefetto, ma solo dopo che fosse stato accertato il significato di quella parola strana e stabilire il grado dell’offesa. Poi, saputo che misoneista è chi rifiuta le novità e le modernità, si sarà limitato ad un vecchio, tradizionale e facilmente comprensibile vaffa.
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Terni, un'auto percorre Corso Tacito, marciando alla sinistra della carreggiata
Terni, un’auto percorre Corso Tacito, marciando alla sinistra della carreggiata

“C’è la peste”: il vescovo sale in cima a Torre Barbarasa

“C’è la peste!”, e subito corse il terrore in città. A Terni la notizia arrivò nel mese di gennaio del 1656. E immediatamente si diffuse, passando di bocca in bocca. Anche se non s’erano ancora registrati casi in città, era necessario correre ai ripari. Subito. Il consiglio cittadino si riunì d’urgenza e nominò una commissione sanitaria composta di dodici cittadini, due per ogni rione. Loro compito era sorvegliare, con soldati armati, Porta Romana e Porta Spoletina, i due ingressi principali alla città, per impedire il passaggio a persone che provenissero dai territori in cui la peste si era già diffusa. Il primo focolaio della malattia, sembra fosse a Napoli.
Non solo la vigilanza, comunque: immancabile, a quei tempi, il ricorso alle funzioni religiose espiatorie. Le celebrazioni si susseguivano a ritmo serrato in Duomo e nelle chiese dedicate ai due santi protettori di Terni, San Valentino e San Procolo. In aggiunta, comunque, si dichiarò lo stato di allerta delle congregazioni sanitarie le quali stabilirono, per prima cosa, l’apertura di un lazzaretto la cui sede fu individuata presso il santuario francescano delle Grazie, allora fuori città. Li venivano condotti tutti i viaggiatori provenienti dalle zone sospette. Tutto pagato con denaro pubblico.
La città intera fu posta sotto stretta sorveglianza: furono chiusi le osterie e gli altri luoghi di ritrovo; per vagabondi ed accattoni fu posto il divieto di girovagare.
Però tutto ciò non bastò: i primi casi di peste furono registrati all’inizio dell’estate nel quartiere del Duomo. Un anno dopo, nel giugno del1657, il vescovo, Sebastiano Gentili, vista la situazione, organizzò una grande processione per le strade cittadine ed a conclusione salì sulla torre Barbarasa, l’edificio più alto di Terni, portando con sé la reliquia del Preziosissimo sangue. Da lì invoco protezione divina e benedisse la città. Dall’alto, per essere, evidentemente, più vicino al “destinatario” della supplica e, nello stesso tempo, nel rendere plateale la sua azione, trasmettere un barlume di fiducia in più ai fedeli. A ricordo di questo atto fu incisa una Lapide, posta sulla torre Barbarasa. E’ da tempo illeggibile. Il testo è stato però riportato Elia Rossi Passavanti nel suo libro «Terni nell’età moderna», dove si narra, in sostanza l’episodio, ed in più si specifica che l’iniziativa di porre quella pietra «ad imperitura memoria» fu di Felix Barbarasius, Felice Barbarasa. Illeggibile è anche l’altra lapide, gemella della prima, che nel 1658 fu posta a Porta Romana. Difficile decifrarla, ma s’è quasi sicuri che vi sia scritto: «Essendo Papa Alessandro VII, al tempo del contagio il muro collassò a causa delle vetustà. I ternani per restituire decoro, con denaro pubblico, eressero le mura». Insomma ripararono le mura cittadine di Terni, crollate perché troppo vecchie. Questione di decoro, certamente, ma anche misura adatta ad evitare che qualcuno che non doveva entrasse in città approfittando di quella breccia.
Entrambe le lapidi sono da secoli abbandonate all’incuria. Reclamano un intervento di restauro, che non renderebbe certo esangui le casse comunali.

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Il frate vende tre preziose tele della Madonna di Loreto

La cappelletta all'interno della chiesa della Madonna di Loreto a Spoleto
La cappelletta all’interno della chiesa della Madonna di Loreto a Spoleto

Quel frate cappuccino di Spoleto non era certo un’aquila. Uno che per quattro soldi si vende tre tele del Seicento, sicuramente non è un furbacchione, anche se le tele non sono le sue, ma si trovano nella chiesa della Madonna di Loreto, a Spoleto. La chiesa, ora Santuario, è quella che sorge alla fine del lungo portico dell’ospedale. Un luogo sacro, che ha avuto un’esistenza travagliata, tanto che chissà come mai quei tre dipinti s’erano salvati. Edificata nella seconda metà del XVI secolo su progetto dell’architetto fiorentino Annibale de’ Lippi, nel 1860 fu requisita dal goverso sabaudo e trasformata in caserma. Tale fu per più di sessant’anni, quando tornò in possesso della curia. Ma era destino che fosse “terra di conquista” di armati. Nel 1944 eccola usata come alloggiamento delle truppe alleate che stavano risalendo l’Italia. Finita la seconda guerra mondiale la chiesa restò in abbandono.
“Passaggi” non indolori. Ma qualcosa s’era salvato. Quel poco “ispirò” un frate cappuccino il quale pensò di trarne qualche vantaggio personale. Era un cappuccino di cinquantina d’anni che prestava assistenza, così come altri confratelli, in ospedale. Non si sa dove né come conobbe un antiquario perugino il quale, una parola tira l’altra, gli prospettò l’affare: in fondo quella roba era come stata buttata via, invece loro due potevano tirarci su un po’ di soldi. E così arrivò il momento in cui il cappuccino introdusse in chiesa l’antiquario. Le tre tele finirono così nel portabagagli dell’auto del perugino che, per sovrappiù, aggiunse un paliotto ed una cornice del ‘600. Lui l’aveva visto subito che i dipinti erano di valore. Certo, non lo disse al suo “compare” ma gli promise che mai si sarebbe permesso di non compensare con una giusta mancia l’amico che gli aveva aperto la porta della chiesa. La dimostrazione fu che gli consegnò lì, su due piedi, una “lauta” ricompensa. Ben quarantamila lire. Con quella cifra pagò un quadro di fattura scadente opera di un anonimo di scuola romana del Seicento, ma anche due dipinti di Giovanni Baglione, pittore romano del XVII secolo che si ispirava al Caravaggio: “L’adorazione dei magi” e la “Visitazione” che facevano parte di un serie di tre opere che in origine avevano sede nella cappelletta votiva dedicata alla Madonna di Loreto, attorno alla quale era stata costruita la chiesa.
Quella cappelletta, che si trovava appena fuori le mura cittadine di Spoleto, fu meta di venerazione e di pellegrinaggio, specie dopo che gli spoletini s’erano convinti che le immagini sacre in essa contenute avevano la virtù di liberare da Satana gli indemoniati. Alla cappelletta nel suo insieme si attribuiva anche la protezione della città dai frequenti terremoti. Un luogo del genere meritava un edificio sacro di ben altre dimensioni. E nacque la chiesa.
L’allarme per l’avvenuto furto fu dato il 17 febbraio 1950. Il frate, fu subito individuato. Raccontò tutto agli inquirenti che, una settimana dopo, trovarono la refurtiva a casa dell’antiquario, a Perugia in via dei Priori. “Che c’entro io?” domandò, ingenuo, l’antiquario. “Io ho solo comprato della roba da un frate, come se l’è procurata sono fatti suoi”. E riferì che aveva incontrato il frate per caso e che era stato proprio lui a proporgli l’affare. Lui, l’antiquario, non era nemmeno stato sfiorato dall’idea, fino a quel momento.
Fattostà che per il giovedì 15 febbraio, alle 20, s’erano dati appuntamento nella camera mortuaria dell’ospedale e da questa erano transitati in  chiesa. Prese le opere d’arte le aveva caricate nel bagagliaio della sua Fiat 1100 e se le era portate a Perugia.
Eh già, poveretto. Come poteva immaginare che quelle tele e tutto il resto non fossero di proprietà del cappuccino? Non gli credettero, però.

 

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Il sindaco Creonti: mano al portafogli e bilancio risanato

Ferdinando Crenti sindaco di Acquasparta
Ferdinando Crenti sindaco di Acquasparta

«Cento milioni? Ci penso io». Ferdinando Creonti, sindaco di Acquasparta, decise che per quell’anno, il 1974, il Comune non avrebbe avuto bisogno di chiedere un mutuo per ripianare il deficit. Nei primi anni Settanta del secolo scorso i Comuni italiani erano tutti in difficoltà finanziarie, tanto che un decreto stabilì che avrebbero potuto chiedere un mutuo per non chiudere il bilancio in passivo. Nel 1973 Acquasparta chiese 70 milioni di lire; nel ’74 ne servivano cento. Ci pensò appunto il sindaco Creonti. Che così chiudeva in bellezza la sua esperienza di amministratore. Alle elezioni del 1975 non si sarebbe candidato. Aveva già deciso.
Romano, classe 1907, Ferdinando Creonti si laureò in ingegneria. Scoppiata la guerra fu arruolato: colonnello di artiglieria. Era in servizio a Torino quando, nel 1943, fu firmato l’armistizio dell’8 settembre. Il giorno dopo si mise a disposizione del Comitato di Liberazione Nazionale del Piemonte. Badoglio gli affidò l’incarico di organizzare le formazioni partigiane del nord Italia e di essere l’ufficiale di collegamento tra queste e gli angloamericani. Fu proprio grazie all’intervento di Creonti che da parte dell’aviazione “Alleata” furono evitati massicci bombardamenti a Torino, il che consentì di salvare gran parte delle fabbriche, oltreché numerose vite. Sempre lui coordinò le azioni di guerra che portarono alla liberazione del Piemonte e fu personalmente in prima fila nelle operazioni per la liberazione di Torino. Avrebbe avuto l’opportunità di un avvenire politico,ma preferì diventare imprenditore. E fu un imprenditore di successo. Diventato titolare di diverse società, fu tra coloro che costruirono l’autostrada del Sole.
Aveva due passioni nel cuore Creonti: una dovuta al fatto da ragazzino aveva passato diverse estati a Casteldelmonte, piccolo centro sui monti Martani, sopra Acquasparta, dove quando per tutti era diventato “il miliardario Creonti” acquistò il castello trasformandolo in propria residenza per le vacanze. Casteldemonte gli faceva rivivere la spensieratezza dell’infanzia e dell’adolescenza. E per Casteldemonte fece molto, finanziando di tasca sua una serie di opere pubbliche che migliorarono la frazione. Per Casteldemonte ed Acquasparta dimenticò anche la propria decisione di non occuparsi della politica, nel modo in cui si occupa di politica un amministratore di un  piccolo Comune. Ed ecco allora “il miliardario Creonti” – come lo chiamavano – spesso in senso dispregiativo – gli oppositori in consiglio comunale, liberale, alla guida di una maggioranza che comprendeva democristiani e socialisti. All’opposizione rimaneva il solo Pci il quale, ovviamente, al sindaco miliardario non ne lasciava passare una, fino al punto che, pur annunciando voto favorevole  all’accettazione della donazione di cento milioni, specificò che riteneva comunque quell’operazione «un’elemosina sulla quale non si può basare l’operato di un’amministrazione». Fatto sta che quei soldi servirono per la costruzione del metanodotto, il recupero della vecchia sede municipale, il completamento del mattatoio, la rete dell’illuminazione pubblica, l’acquisto del terreno per il campo sportivo.
La sua seconda passione era il calcio. Fu per anni dirigente del Torino, ma poi sclse la Ternana di cui divenne il presidente-mecenate. Con lui i rossoverdi conquistarono la serie B. Quando furono promossi in serie A, nel 1973, il presidente non era più lui, ma Giorgio Taddei. Il portafogli di riferimento era però ancora quello di Creonti, che restava dietro le quinte.
A Terni ebbe molti consensi, per questo suo ruolo di mecenate della squadra rossoverde. Ad Acquasparta aveva amici e nemici. Scomparve nel 1997. A suo nome non c’è nemmeno una strada del capoluogo. Gli hanno intitolato – ma era il minimo – la piazzetta di Casteldelmonte. Lui, invece, ad Acquasparta continua a voler bene: la Fondazione Creonti continua a donare al Comune una cifra che s’aggira attorno ai 250 mila euro l’anno.

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San Mamiliano, borgo di Templari e siciliani

La piazzetta con la colonna di Jacopo Siculo
La piazzetta con la colonna di Jacopo Siculo


A San Mamiliano si arriva
dalla strada statale Valnerina, voltando per Montefranco. Superato il paese e dirigendosi verso la Flaminia che porta a Spoleto, si trova, sulla destra, l’indicazione: San Mamiliano 5 km. Un “castello di poggio medievale” – viene definito nelle guide turistiche – il cui pregio più importante è aver mantenuto quasi intatta la sua tipologia. Tra i monti, ad oltre 600 metri di altezza, è frazione di Ferentillo: ai tempi, fu una rocca, baluardo a difesa dell’abbazia di San Pietro in Valle.
Arrivando, è necessario fermarsi fuori porta. Un piazzale, un muretto di protezione. Un paio di automobili parcheggiate. Un signore coi capelli bianchi si gode un raggio di sole autunnale. «Se sse sta bbene qui? Ah, la tranquillità nun manca – esordisce – saremo ‘na ventina d’abbitanti. Io so’ tornato che sso’ quasi tre anni… Lavoravo a Roma. C’avevo casa qui… Devo da dì la verità? Non vedo l’ora d’annammene».
Un piccolo borgo. Nessun negozio. Solo muri seppur antichi. Evidenti i segni di una ristrutturazione generalizzata delle case, e dei vicoli acciottolati o a scalette.
Da un po’ di tempo si parla di San Mamiliano. «Ah sì? E cche dicono?». Dicono che qui c’è un tesoro, un tesoro dei Templari. «Boooh… Sì, dentro a la chiesa c’è quarcosa de valore… ‘n calice d’oro… ‘N ber dipinto… ‘Na vorta, forse c’era de ppiù, ma è sparita parecchia robba». L’uomo, anziano, abita a San Mamiliano. Da Roma è tornato “ar paesello” dopo il pensionamento.
Di quella roba mancata misteriosamente dalla chiesa si parlò parecchio. Una quarantina di anni fa un parroco venne a trovarsi nei guai per la vendita di qualcosa che faceva gola a qualche “nuovo ricco” romano. A lui, invece, serviva di trovare i soldi necessari a fare i lavori per tenere in piedi proprio quella chiesa, ché minacciava di venir giù.
E’ la chiesa di San Biagio. Eretta nel 1431, c’è scolpito sull’architrave del portale d’ingresso; proprio in cima all’abitato, sulle strutture portanti dell’antica fortezza. «Ce vada – raccomanda l’ex romano – C’è dda fa’ ‘n po’ de salita, ma si ttrova la porta aperta ne vale la pena».
E via allora, in salita, lungo i vicoli. Le case sono tutte ristrutturate, ma chiuse. Dove saranno quei venti abitanti? Una signora, giovane, occhia dalla finestra, e chiude subito. Si sale, col fiatone. Al limite dell’abitato le case sono state lasciate crollare. Qualcuna si ostina a reggersi nonostante sia evidente il bisogno di interventi. “Vota per”: la scritta si intravede su un muro bianco, ma cogli anni la sigla del partito si è (o è stata) sbiancata. La porta di una di quelle case mezze dirute è stata sbarrata con una tavola inchiodata di traverso e sopra c’è un cartello arancione: “Vendesi”. Ancora due passi e si arriva ad una piazzetta-gioiello. Ben ristrutturata. E’ dedicata a Jacopo Siculo. Pochi metri quadrati. In mezzo un pozzo con una colonna. E’ importante quella colonna, perché c’è scolpito il primo stemma di Ferentillo, quello delle origini. Una striscia diagonale (il fiume Nera), un giglio per ricordare (forse) i legami dei signori ferentillesi, i Cybo, con Firenze; le chiavi, a significare che lì, comunque, ormai chi comandava era il papa. Ma anche una croce patente, che poi sarebbe quella che i Templari portavano ricamata in rosso sulla tunica bianca che indossavano a ricoprire la maglia di ferro da guerrieri. E poi, sempre scolpita sulla colonna, la testa di un saraceno.
Da lì forse l’aggancio per chi sostiene che i Templari in questa zona erano praticamente di casa. Ma di leggende sui Templari ce ne sono… C’è anche chi li ha “portati” in Valnerina alla ricerca del Santo Graal…
Jacopo Siculo, comunque, a San Mamiliano c’è stato davvero. E’ suo il dipinto di valore che sta nella chiesa: «Lo stanno a restaura’», spiega l’ex romano. Per arrivare alla chiesa dalla piazzetta c’è una scalinata stretta tra due muri. Così ripida che il fiatone viene già solo a guardarla. Su, però, c’è il sagrato, un terrazzone da cui si vede mezza Valnerina. Vale la pena sacrificarsi un po’.
E Jacopo Siculo com’è capitato qui? Intanto visse a Spoleto e lavorò ad Arrone e Ferentillo. Poi il suo vero nome era Giacomo Santoro, di Giuliana, vicino Palermo. E di Palermo era anche San Mamiliano che in Valnerina però non ci stette mai, tanto meno nel paesetto che oggi porta il suo nome. San Mamiliano: il santo morto all’isola di Montecristo. Forse Jacopo Siculo, che ne conosceva origini e storia, volle rendere omaggio ad un suo conterraneo.

Ottobre 2012

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Leonov, astronauta russo a Terni: città in festa

L'Astronauta russo Alexiei Leonov accolto a Terni da una folla entuiasta
L’Astronauta russo Alexiei Leonov accolto a Terni da una folla entuiasta

Secondo i piani dell’agenzia spaziale sovietica avrebbe dovuto essere lui, il colonnello Alexei Leonov, il primo uomo a mettervi il piede. Ma nella guerra – tutta propagandistica – della conquista della Luna vinsero gli americani. Ed i russi rinunciarono. Roba di poche settimane, sembra, però toccò a Neil Armstrong di passare alla storia come il primo terrestre a lasciare l’impronta del proprio stivale sulla Luna e non ad un astronauta sovietico. Come la prese Leonov non si sa, ma certo che l’Urss ci aveva perso di prestigio. Anche se lui, Leonov, ebbe le sue belle soddisfazioni, specilamente dopo che divenne il primo “pedone dello spazio”, il primo uomo ad uscire da un’astronave mentre era in orbita, dimostrando così che era possibile sopravvivere, ovviamente coi dovuti “accorgimenti” all’esterno di un modulo spaziale. Leonov, nel marzo 1965, uscì dall’astronave russa “Voskhod 2” mentre era in orbita e fece una “passeggiata” nello spazio: 12 minuti e 9 secondi. Ed White e la “Gemini 4”, l’impresa la ripettero, ma tre mesi dopo.
L’Urss, impegnata nella corsa alla conquista dello spazio, pensò bene di valorizzare e sfruttare la condizione di temporaneo vantaggio sugli americani della Nasa, mandando in giro per il mondo – laddove era possibile – i suoi astronauti di maggiore “appeal”.
Fu così che alla fine di ottobre del 1967 Terni si mise in ghingheri e piattini per ricevere e festeggiare un grande della cosmonautica targata Cccp. Quel giorno – il 29 ottobre – a Terni arrivava proprio Alexei Leonov il quale, in attesa di mettere il piede sulla luna lo metteva, intanto, a piazza del Popolo, come si chiamava allora l’odierna piazza della Repubblica. Ma siccome però a Terni arrivava con mezzi terrestri – l’automobile – dovette fare i conti col traffico ed hai voglia ad aspettare! Atteso alle 10 e mezza al Teatro Verdi per essere ricevuto davanti ad una platea affollata e pronta ad osannarlo, arrivò intorno all’una, insieme alla moglie e ad un personaggio dall’aria cupa che nascondeva il taglio degli occhi dietro un paio di lenti scurissime. Attentissimo, si faceva tradurre da due interpreti tutto ciò che si diceva. Chi fosse non si sa, visto che nelle cronache del tempo non viene nemmeno menzionato.
Ad attendere Leonov c’erano, nonostante la lunga attesa, il sorriso a quarantaquattro denti degli amministratori comunali e provinciali, il prefetto, il provveditore agli studi… Ed ovviamente la folla di cittadini, i quali s’erano nel frattempo trasferiti dal Verdi alla piazza, sotto la pioggia. Leonov, fu accompagnato, per la cerimonia ufficiale, nell’aula del consiglio comunale, la cui sede era la Sala Farini dell’odierna biblioteca comunale.
Il sindaco Ezio Ottaviani «ha porto il saluto della città esaltando l’impresa pacifica del colonnello Leonov e formulando l’augurio di sempre nuove conquiste per il benessere e la pace dei popoli». Il discorso più appassionato fu quello di Dante Sotgiu, che di lì a poco sarebbe diventato sindaco al posto di Ottaviani, nelle vesti di presidente del comitato provinciale dell’associazione Italia-Urss, che aveva ufficialmente promosso l’incontro. Sotgiu esaltò il «rinnovato impulso che alla cultura ed alla scienza è derivato dalla Rivoluzione Sovietica… con la quale si è operata una radicale trasformazione che ha segnato l’inizio di un’epoca nuova e apre prospettive di sempre più esaltanti imprese, di nuovi trionfi, non sui campi di battaglia, ma nei campi della scienza e del sapere».
Anche l’astronauta disse alcune parole, ricordando i successi dell’Unione Sovietica, di cui quelli relativi all’attività spaziale erano solo una piccola parte; parlò della pace, del rispetto e della simoatia dell’»Urss per i popoli in lotta per la libertà e concluse con una “tirata” che finì con la frase “giù le mani dal Vietnam”
Sicuramente dietro le spesse lenti scure del funzionario sovietico “di scorta” sarà spuntata qualche lacrimuccia. Leonov ringraziò per gli applausi, strinse calorosamente la mano agli oratori che lo avevano preceduto. Poi i doni e l’”affaccio” al balcone del palazzo municipale «accolto da ripetuti applausi dei cittadini in attesa». Quindi tutti a pranzo, offerto dall’amministrazione provinciale di Terni. Dopo pranzo la “classica” visita alla Cascata delle Marmore e quindi via per Spoleto. Anche lì Leonov era atteso con trepidazione. Altra cerimonia, altri discorsi, altri doni e strette di mano. E quindi a cena. Una faticaccia, per lui, quella tournée.
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Montecchio, Garibaldi sfratta la chiesa

La lapide che a Montecchio ricorda la chiesa demolita
La lapide che a Montecchio ricorda la chiesa demolita e, a sinistra, quella che riferisce perché era stata costruita.

Per fare la nuova piazza intitolata a Giuseppe Garibaldi e realizzare il Monumento ai Caduti, a Montecchio, in provincia di Terni, non ci hanno pensato manco un attimo e, senza esitazione, hanno buttato giù una chiesa vecchia di quattro secoli.
Vabbè che la chiesa era mal messa, ma forse si sarebbe potuto ricorrere a decisioni meno drastiche. Un’antica fontana che sorgeva proprio lì davanti fu almeno smontata pezzo per pezzo e “trasferita” in altro luogo. Della chiesa rimase sul posto, e si trova oggi appesa al muro di piazza Garibaldi in un angolo dirimpetto al municipio, la lapide che ricorda chi, a suo tempo, si dette in bel da fare perché fosse costruita.
E’ scritta in latino, ma la traduzione è agevole.. «La Comunità di Montecchio – vi si legge – con le elemosine della pia gente, eresse e ornò questo tempio in onore della Beata Vergine del Carmine (o del Carmelo che dir si voglia) con l’impegno e la diligenza di don Alessandro Mazzanera, parroco, e di Durante Pontani, nobile tuderte, priore della confraternita del Rosario».
La confraternita nacque dopo che, nel 1573, fu per la prima volta celebrata anche a Montecchio la festa della Madonna del Rosario, proclamata da papa Gregorio XIII il quale cambiava così il nome della Festa della Madonna della Vittoria, a sua volta istituita da papa Pio V per celebrare la battaglia di Lepanto e con essa la sconfitta dei Turchi ad opera dei Cristiani.
La confraternita decise di costruire una chiesa, la seconda del paese che aveva già una parrocchiale. Essa fu realizzata a Piazza del Prato, appena fuori le mura cittadine. La costruzione ebbe termine nel 1615: una chiesa piccola, ad una sola navata, con un campanile e due campane. Nel 1924, più di quattro secoli dopo, la chiesa non era in buonissime condizioni. Il paese, intanto, era cresciuto: nel 1920 il territorio di Montecchio contava circa millecinquecento abitanti, anche se non tutti, ovviamente, abitavano nel borgo. Piazza del Prato aveva cambiato nome da qualche decennio. Era diventata piazza Garibaldi ed era stata inglobata nel centro abitato; su di essa sorgeva il palazzo della Scuola, edificato intorno al 1870 ed oggi sede del municipio, lì trasferito nel 1962.
Una memoria storica andava irrimediabilmente perduta forse anche in ossequio a “direttive statali”, considerato che proprio in quell’epoca i montecchiesi stavano coronando la loro vecchia aspirazione di diventare Comune autonomo, essendo stati fino ad allora una frazione del Comune di Baschi.
Qualcuno, anni dopo, forse spinto da un minimo di rimorso, ha voluto rispolverare quella memoria storica, ricordando, almeno, com’era fatta quella chiesa voluta dalla “pia gente” quattro secoli prima. Ed ecco una nuova, piccola lapide quadrata, affissa a fianco di quella più antica, scritta in latino. «Così era la chiesa citata nella lapide [a fianco] demolita nel 1924 per erigere il monumento ed ingrandire la piazza», si legge. C’è anche, scolpita, la facciata della Madonna del Carmine, che era una chiesa semplice, con una piccola scalinata, due fineste rettangolari ai lati del portale d’ingresso, un piccolo campanile con due campane.
Il monumento citato, che si erge in mezzo alla piazza non è, comunque, il monumento di Giuseppe Garibaldi, ma quello che ricorda i Caduti in guerra.
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Il partigiano Gildo riabbraccia Telma, la moglie creduta morta

Partigiani della Brigata Gramsci a Norcia (Fototeca Anpi)

Gildo e Scardone. A Terni erano due trattorie dove si mangiava “come una volta”, “di campagna”, pur se alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso ormai erano alle porte di Terni. Scardone stava verso Borgo Rivo; Gildo a San Rocco, poco oltre la basilica di San Valentino, sulla strada per Stroncone. Scardone andò “di moda” più negli anni Ottanta. Ma allora, a cavalo del 1970, la tappa fissa per i giovani era da Gildo, il cui appeal _ si direbbe oggi _ non venne nemmeno scalfito quando alla stazione di Stroncone, poco lontano da San Rocco, aprirono una pizzeria-trattoria chiamata “lu Vietnam”. Da Gildo si andava per la “merennata”, quei pasti consumati tra amici, in allegria: salsicce secche, prosciutto casareccio, capocollo ben pepato, pecorino, una braciola cotta sul camino…. Quando arrivavano i primi caldi la serata passava con prosciutto, pecorino e scafi, le fave fresche, ovviamente raccolte nell’orto di Gildo.
I giovanotti che allora avevano vent’anni, erano nati nell’immediato e pochi sapevano chi era Gildo. Gildo Bartolucci, quell’uomo ormai anziano, piccolo di statura, col cappello, burbero a prima vista ma sempre pronto allo scherzo ed alla bonaria presa in giro, era stato un partigiano combattente nel 1944. Un personaggio importante della guerra di Liberazione. Prima comandante del battaglione “Manni” che ebbe diversi ed impegnativi scontri a fuoco con i tedeschi; poi vicecomandante e commissario politico della brigata “Gramsci”, la più grossa formazione partigiana che operava in tutta la zona del sud dell’Umbria, e, di là dei confini regionali, nelle province di Viterbo, Rieti, Macerata.
Fu la brigata Gramsci ad entrare a Terni insieme all’esercito alleato (in verità i partigiani hanno sempre sostenuto di essere arrivati prima loro).
Certo, quei giovanotti che della guerra, dei partigiani, dei nazisti sapevano solo quel che avevano sentito raccontare in casa, qualcuno avesse detto chi era stato Gildo, spalancato gli occhi per la sorpresa. Ma quegli occhi li avrebbero sicuramente “strabuzzati” se avessero saputo che Telma, la moglie di Gildo, quella donna che curava la cucina della trattoriola di San Rocco, non era stata da meno, su in montagna. Tanto che le era stata conferita una medaglia, per “il contributo dato alla costruzione della nuova Italia repubblicana ed antifascista”.
Telma Marcucci, nel 1944, era insieme al marito, nel battaglione “Manni”. Il 12 aprile 1944, lunedì di Pasqua, il battaglione “Manni”, che era sulle montagne di Vasciano al confine tra Umbria e Lazio, fu accerchiato da uomini della divisione Goering. 48 partigiani si trovarono a combattere contro centinaia di tedeschi. Due ore e mezzo durò la battaglia in mezzo ai boschi. Morirono i partigiani ternani Vincenzo Mauri e Alvise Fossatelli. I loro compagni riuscirono a sfuggire alla cattura. Ma da allora dovettero sempre stare sul chi vive perché i tedeschi cominciarono i rastrellamenti. Ci furono altri scontri a fuoco, altri giovani morirono.
Nel corso di una delle operazioni tedesche, l’11 maggio, Telma fu catturata e portata in carcere a Rieti, dove cominciarono ad interrogarla: «Mi promettevano _ raccontò anni dopo _ la libertà se io avessi riferito dove si trovavano mio marito Gildo e gli altri uomini del suo battaglione. Ma non parlai. Finché un giorno uno dei carcerieri aprì la porta della cella e annunciò che Telma Marcucci doveva farsi avanti. L’avrebbero liberata. Al posto mio si alzò in piedi una giovane incinta che così trovò il modo di uscire di galera».
Purtroppo era però un tranello, e quella ragazza fu fucilata a nome di Telma al tiro a segno di Rieti.
E così, qualche giorno dopo Gildo seppe che sua moglie Telma era stata passata per le armi. Tenendosi dentro un grande dolore, continuò a combattere. Fu proprio in quel periodo che ebbe affidato il nuovo incarico di vice comandante della brigata Gramsci. Partecipò a diverse azioni.
La vita in montagna la si portava avanti così come si poteva, cercando di sfuggire ai rastrellamenti, organizzando la guerriglia contro i nazifascisti, dandosi da fare per procurarsi il cibo, organizzando quello che era un vero e proprio esercito.
Il 14 giugno i partigiani della Gramsci entrarono a Terni; la guerra, quella combattuta col mitra in mano, era finita. C’era di che star contenti. Non Gildo cui mancava sua moglie. Come l’avrebbe spiegato alla loro bambina di pochi anni, rimasta a casa coi nonni?
Poi la sorpresa: Gildo pensò che i suoi occhi lo stessero gabbando, ma quella donna che gli correva incontro pareva proprio lei, Telma. Era proprio lei, sua che aveva pianto per morta era lì e lo abbracciava. Telma era arrivata a Terni proprio quel giorno da Rieti, dove tutti i prigionieri dei tedeschi erano riusciti a riconquistare la libertà. Aveva percorso 35 chilometri a piedi, ma era lì, col marito e la loro figlioletta.
Cominciò una nuova vita. In quella casa colonica di San Rocco dove Telma e Gildo aprirono la trattoria. Negli anni successivi dei loro trascorsi pochi sapevano tra i tanti che andavano in trattoria. Loro, Telma e Gildo li conoscevano perché da loro si stava bene, si mangiava meglio e si spendeva poco. E ai titolari della trattoria “Da Gildo”, bastava questo per essere sereni.
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Nella foto: Partigiani della Brigata Gramsci a Norcia (Fototeca Anpi)

 

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