Todi, 85 operai a spasso: chiude il pastificio

pastificio cappelletti todi
L’ex pastificio Cappelletti a Todi Ponte Rio

Anni Sessanta: gli anni del boom economico italiano. Ma aTodi chiudeva una delle attività produttive più importanti e 85 tra operai ed impiegati furono licenziati. Tutta colpa di una banca sudamericana, la Banca Rio della Plata, se il Pastificio Cappelletti di Todi era costretto a serrare i battenti, sostennero in parlamento quattro deputati umbri: Alfio Caponi e Mario Angelucci (Pci), Vittorio Cecati e Dario Valori (Psi) chieserolumi al ministro dell’Industria e del Commercio, Emilio Colombo. Era il 2 maggio del 1961 quando il ministro rispose in aula alla loro interrogazione. Nel frattempo il pastificio di Todi aveva chiuso già dal settembre dell’anno prima. E’ passato più di mezzo secolo. La fabbrica c’è ancora: un bel complesso edilizio scolorito (era rosso); l’insegna a tutta facciata: “Molini & Pastificio S.p.A. Cappelletti”. In abbandono totale o quasi perché sporadicamente per qualcosa è utilizzato. Per esempio con estemporaneo palcoscenico in qualche edizione del Festival di Todi. Passato alla ditta Spazzoni, i proprietari ne hanno impedito la decadenza totale usandolo, seppur in piccola parte, come deposito di granaglie e sede di uffici, mantenendo al suo interno macchinari di grande valore storico, come testimoniato qualche anno fa, da un giovane ricercatore, Matteo Pacini, che vi trovò in buono stato, macchinari di legno che erano usati negli anni Cinquanta del ‘900, tra i quali alcune rare macchine granulatrici.
Che c’entrava, negli anni Sessanta, una banca sudamericana con la Molini & Pastificio S.p.A. Cappelletti? La risposta del ministro Colombo aiuta a far luce. La banca, in verità, era italiana. Il nome completo era «Credito veneziano e del Rio de la Plata». Aveva sede a Milano, ed era nata nel momento in cui il “Credito industriale di Venezia” aveva acquistato la filiazione italiana del “Banco d’Italia y Rio de la Plata”, una banca argentina fondata con capitali italiani nella seconda metà dell’Ottocento.
Da anni in grave crisi di liquidità, la Molini & Pastificio S.p.A. Cappelletti aveva dovuto depositare in favore dell’istituto di credito l’intero pacchetto azionario. E la banca, che di mulini e pastifici non sapeva che farsene decise di smettere l’attività. L’intenzione, per la verità, era di trovare un acquirente e quindi in un primo periodo, pur se la produzione era sospesa, si mantennero in servizio i dipendenti che ricevevano regolare stipendio. S’era dato da fare anche il ministero -riferì Colombo – favorendo l’acquisizione di una commessa per la lavorazione di 5100 quintali da parte dell’associazione nazionale mugnai, ma alla fine, il 12 settembre 1960,arrivò la comunicazione che da quel giorno la fabbrica era chiusa definitivamente.
I lavoratori risposero occupando lo stabilimento, ma dopo pochi giorni, non potettero far altro che prendere atto che erano stati tutti licenziati. «Ma alcuni – aggiunse il ministro – sono stati nel frattempo assunti da altre imprese locali», ed altri 55 sarebbero stati assorbiti per un anno da due cantieri che il ministero del Lavoro aveva avviato per la ricostruzione dell’Istituto Artigianelli Crispolti e per la sistemazione della strada Asproli-Porchiano.
Del pastificio di Todi rimase solo il grande edificio abbandonato, a far mostra di sé a tutti i viaggiatori della ferrovia  Centrale Umbra i cui treni si fermano alla stazione Todi–Ponte Rio che sta proprio davanti al piazzale del pastificio. Un fabbricato che fu considerato di pregio, quando, negli anni Venti del Novecento i fratelli Marzio e Colombo Cappelletti realizzarono il progetto dell’architetto perugino Dino Lilli. Avevano da poco rilevato lì, a Ponte Rio,un piccolo mulino proprio con la mira di trasformarlo in un’impresa più grande e moderna. E lo fecero procurando lavoro stabile per 120 persone. Nel terzo millennio il complesso è stato inserito nei programmo di riqualificazione urbana promossi anni addietro dal ministero dei lavori pubblici. Ma da allora non c’è stata alcuna novità. Tutto dimenticato, pare.

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Spaghetti “espressi”: idea geniale ma fu un naufragio

spaghettiL’idea sembrava davvero geniale e rivoluzionaria: un distributore automatico da piazzare agli angoli delle strade, nelle stazioni ferroviarie, magari negli uffici. Embé? – si dirà – ce ne sono a decine. La particolarità è, però, che quel distributore non dispensava caffè e cappuccini. E nemmeno bibite fresche. Spaghetti: bastava inserire una moneta, et voilà, in sessanta secondi ti trovavi in mano un piatto di spaghetti fumanti. Pigiando uno dei testi si poteva anche scegliere il tipo di condimento: pomodoro, amatriciana, cacio e pepe.
La macchina si chiamava «Quick spaghetti chef». L’idea era venuta ad un imprenditore ternano noto per l’intraprendenza e il coraggio, il quale era titolare, tra l’altro, di un’impresa di costruzioni e montaggi. Il mercato cui si guardava con maggiore interesse? Ma quello arabo ovviamente. Era il1985, e gli arabi erano considerati sempre e comunque tutti ricchi sfondati per via del petrolio.
Non si stette con le mani in mano. I contatti furono allacciati, seriamente. E -sembrava – anche con successo. Le previsioni erano perciò rosee. Già si era andati un bel pezzo avanti coll’allestimento della fabbrica delle macchinette distributrici del prodotto che nel mondo è sinonimo (a volte negativo) dell’Italia: gli spaghetti.
Le più rosee previsioni divennero concretezza quando un principe saudita, tal Khalid Yazid al Saud, atterrò col suo aereo personale all’aeroporto di Sant’Egidio. Arrivava proprio allo scopo di prendere contatti per la fornitura di macchinette: voleva vedere con i suoi occhi tanta meraviglia della tecnica. Era un’occasione per l’economia umbra. E non a caso a ricevere il principe si recarono a Sant’Egidio rappresentanti della giunta regionale e di altre istituzioni locali.
Il principe era, a suo volta, accompagnato da due ministri egiziani, da un ministro saudita e dal suo avvocato e consigliere economico. La delegazione araba, tra scorte e salamelecchi, raggiunse Acquasparta, per visitare la sede dello stabilimento che costruiva e assemblava i distributori di spaghetti, e quindi incontrò il sindaco di Terni. Il principe si disse così bene impressionato che, trascinato dall’entusiasmo, oltre alle macchinette per la pastasciutta ordinò anche prefabbricati per un valore di 700 miliardi di lire.
Esibitosi in un migliaio di strette di mano il principe, il consigliere economico ed i tre ministri che erano con lui, tornarono a Sant’Egidio e si imbarcarono per recarsi a Londra.
Come finì? «Ma quale principe? Ma quali ministri? Chissà da dove venivano quelli. I contatti proseguirono ma i contratti non si firmavano mai – raccontò anni dopo l’imprenditore ternano – finché mi dettero appuntamento a Londra in un grande albergo per perfezionare il tutto. Il cosiddetto principe mi salutò non appena varcai la porta d’ingresso, poi disse che doveva salire un attimo nella sua suite. Ci sedemmo nella hall ad aspettarlo. Dopo due ore decidemmo di salire pure noi. Gli era presa una sincope: era morto stecchito».
Addio sogni di gloria.
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Rinaldo Tinarelli, l’amerino “mago dei motori”

La passione per i motori ad Amelia è di lunga tradizione
La passione per i motori ad Amelia è di lunga tradizione

Ad Amelia, su una facciata vicino ai giardini pubblici di piazza XXI Settembre c’è una targa. Una scritta in caratteri bianchi su un fondo rosso vivo, il rosso Ferrari. E’ stata posta a ricordo di due piloti amerini, i fratelli Rinaldo e AlfredoTinarelli. Rosso Ferrari, ma le auto dipinte di rosso, agli albori delle corse automobilistiche, non era il segno distintivo dei bolidi di Maranello, tanto più che la scuderia Ferrari non esisteva ancora. Il rosso era il colore che per scelta delle associazioni internazionali indicava le vetture italiane, così come il blu lo era per le francesi, il verde per le inglesi.
Il rosso, quindi, come colore di chiunque, in Italia, viva nel mondo dell’automobilismo sportivo. Come Rinaldo Tinarelli, ad esempio, riconosciuto in tutta la nazione come “Il mago dei motori”.
Rinaldo, giovanissimo era emigrato in Francia dove aveva lavorato alla Peugeot, poi era tornato in Italia, a Milano, dove aprì la sua officina di meccanico in via Savonarola, in un locale–garage ricavato sotto le gradinate del velodromo Vigorelli, all’epoca tempio del ciclismo. Ma non di biciclette si occupava Tinarelli. Lui si dedicava alle auto, motori soprattutto, ma anche telai. Era specializzato per le Lancia, ma la sua clientela era la più varia. A Milano chiunque avesse un’auto sportiva o comunque un’auto di una certa levatura, era al “Tina” che si rivolgeva. Era suo cliente fisso, ad esempio, Antonio Maspes. Chi ha una certa età lo ricorderà certamente come uno dei più grandi sprinter mai esistiti, vincitore di sette titoli mondiali nella velocità su pista. Maspes,grande campione, era uno che non stava tanto a rimirare i (tanti) soldi che ogni anno incassava con le sue tournées in Giappone con la maglia iridata: in estremo Oriente il ciclismo su pista era sport popolarissimo anche per il circuito di scommesse che ruotava intorno ad esso. Maspes non si faceva mai mancare gli ultimi modelli delle auto sportive. Ed ogni volta, non appena ritirata la vettura dal concessionario, la portava al “Tina” che doveva elaborarne il motore, potenziarlo.
Quel lavoro di meccanico permetteva a Rinaldo Tinarelli di campare la famiglia dando sfogo alla sua passione per le auto, specie se da corsa. Meccanico esperto ed ovviamente pilota. In coppia con Franco Cornacchia fu al via della Mille Miglia del 1952, con una Ferrari 212 Export berlinetta Vignale della scuderia Guastalla. L’equipaggio amerino-milanese si classificò ventesimo nella graduatoria generale, ma ottenne in ottimo tero posto nella classifica della sua categoria, quella riservata alle vetture “Gran turismo internazionale classe oltre 2000 cmc”.

L’exploit per cui è più conosciuto, Rinaldo Tinarelli lo compì non da pilota, ma come meccanico-costruttore. Nel 1955 realizzò un esemplare unico di auto da competizione. Una vettura da corsa realizzato sulla base di una Lancia Aurelia B20. Ne accorciò il telaio di una ventina di centimetri e vi montò il motore di 2.500 cc che prelevò dal rottame della vettura con cui Luisa Rezzonico, una giovanissima milanese che correva in auto,ebbe l’incidente in cui perse la vita mentre disputava la Trento–Monte Bondone il 1. ottobre del 1954.
Telaio più corto, motore più potente e, ovviamente, un’altra carrozzeria che il “Tina” progettò e fece costruire a Torino. Dell’Aurelia, insomma, c’era ormai quasi niente. Era diventata una coupé (rossa) che si chiamò Tinarelli B20.
E Alfredo? Il fratello di Rinaldo fu anch’egli meccanico, ma rimase ad Amelia, titolare di un’officina e del distributore di benzina che fino a qualche anno fa, in piazza XXI Settembre, c’era ancora. Come meccanico non raggiunse la fama del fratello anche perché ad Amelia non capitavano certo le stesse opportunità che a Milano, al Vigorelli. Fu però appassionato pilota automobilistico e partecipò a quasi tutte le edizioni del giro dell’Umbria automobilistico–Coppa della Perugina che disputò con vetture sport di costruzione artigianale. Proprio lì, dove aveva sede l’officina di Alfredo è apposta la targa che ricorda i fratelli Tinarelli

 

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Villa del Settecento ingoiata dalla discarica a Pentima

Una foto che diventa testimonianza storica. L’ha scattata verso la fine degli anni Settanta- inizio anni Ottanta Carlo Angeletti, per lunghi anni fotoreporter per il Messaggero. Fu un’intuizione, la molla mossa dall’istinto di un cronista che ha fissato su pellicola uno scempio che si stava compiendo nell’indifferenza generale. Mostra un bene storico, comunque. Sparito ed in  malo modo: è finito sotto l’immondizia della discarica dei rifiuti urbani, a Pentima. Quella discarica che per anni ha consentito a Terni di incassare soldi dai Comuni vicini i quali pagavano per trasferire lì i loro rifiuti. Una discarica che era utilizzata, infatti, per l’immondizia prodotta a Terni, Acquasparta, San Gemini ed altri piccoli comuni vicini, ed a Rieti. Si tratta di ruderi, certo, ma a quel che sembra si tratta di ruderi che comprendevano anche un luogo che in qualche tempo passato è stato consacrato (si nota ancora una croce seppur penzolante davanti a quella che fu una finestra che dava luce alla piccola chiesa).
L’immondizia avanzava sempre più ed ora di quei ruderi, di quell’antica costruzione non c’è più traccia. Tutto giace sotto tonnellate di rifiuti in quella discarica andata “esaurita” ormai una ventina di anni fa.
Ma di che si tratta? Cosa abbiamo perso? Quale testimonianza della storia ternana è sparita così?
Vecchie mappe della città e del circondario (si parla di documenti del XVII-XVIII secolo) ponevano in quel luogo una Romita (tanto è vero che la strada è conosciuta proprio come strada della Romita) che viene nominata anche da Francesco Angeloni nella sua storia di Terni, quando parla della predicazione di San Francesco a Terni: «Fu questo gran santo canonizzato nel 1228 da Gregorio Nono in Assisi _ scrive l’Angeloni _ pregiandosi oltre modo la Città di Terni dello spirituale godimento, tratto da così evidenti effetti della sua Santità; e che sono poscia valuti per introdurre ne’ i cittadini una ben singolare divozione verso lui, e la Serafica Religione, in riguardo della quale sette chiese vi hanno edificato: cioè due de’ i minori, una dei Conventuali, una de’ Capuccini, con due monasteri di Monache, e un’altra Chiesa e Convento sopra di un monte dedicata alla Santissima Trinità col nome di Romita vecchia, e pure Capuccini vi dimorano; dove si ha tradizione, che tal fiata vi stanziasse San Francesco».
Una descrizione che ben si attaglia a quanto mostra la foto. Quella sparita sotto tonnellate di rifiuti, però, non è la “Romita”,è “solamente” una delle ville estive di proprietà di una delle facoltose famiglie ternane dei secoli scorsi, la famiglia dei conti Magalotti. La costruzione più vicina all’obbiettivo della macchina di Carlo Angeletti, invece, era la cappella privata. Non si tratta quindi di una testimonianza che ha lo stesso valore culturale della Romita, sparita in altro modo, ma possibile che nessuno si sia posto – a suo tempo – nemmeno il problema? Ricordare la fine di quella villa servirà, per lo meno, a rinverdire la questione del salvataggio di altre residenze dello stesso tipo e di più consistente valore, prima fra tutte Villa Palma?

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Le News di Umbria Sud

Sant’Agape, una torre con le brache

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Sant'Agape, una torre medioevale con le brache

Contadino guaritore con le erbe: denunciato dai medici

Casteldelmonte
Un santo, come sostenne il suo avvocato difensore? O un pericolo pubblico, come affermava l’accusa? Di certo – commentavano i giornali del 1936 – non era un cialtrone che speculava sul dolore della gente. Quel contadino di Poggio Mirteto, che una denuncia presentata da numerosi medici portò davanti al Tribunale di Rieti, non riceveva compensi per le sue «cure». Anzi, spiegò egli stesso ai giudici, «quelli di casa stanno ‘rrabbiati co’ me perché pe’ fa’ del bene alla gente che ha bisogno, trascuro il lavoro dei campi. ‘Nzomma ci arimetto».Non solo:«Me so’ creato tanti nemici. Hanno provato du’ vorte a metteme ‘n manicomio, ma so’ risultato sano de mente. Io questa facoltà l’ho avuta quando m’è comparso in sogno il creatore che me l’ha detto propio chiaro: tu devi da guari’ la ggente, perché tu lo poi fa’. E così ho ‘ncominciato».
Non appena si seppe in giro delle «guarigioni miracolose», la casa di campagna di Poggio Mirteto del contadino Galli (il nome di battesimo nelle cronache del tempo viene sostituito con un «certo») divenne meta di pellegrinaggi. Si diceva di gente guarita dalle più terribili malattie, di altri che avevano riacquistato la vista. E che chi non guariva del tutto traeva comunque un beneficio perché i decotti del «Certo Galli» lenivano i dolori.
«Sarà – disse in udienza il pubblico ministero, commendator Bravini – ma il comportamento dell’imputato si chiama esercizio abusivo della professione medica. E il reato sussiste anche se non c’è compenso. Il fatto è che quest’uomo può diventare pericoloso proprio per chi si rivolge a lui. Chi può essere certo che quei decotti non provochino danni?».
«Chi si rivolge a lui – ribatté l’avvocato difensore Ivo Coccia – è stato rifiutato dalla medicina ufficiale, nel senso che essa non ha soluzioni per il suo caso». L’avvocato citò dichiarazioni di illustri clinici d’Oltreoceano, esaltò le doti dei guaritori africani e sud americani, quindi quelle dei santi che «eppure, non erano medici»; tirò fuori le teorie di Freud. Alla fine ce la fece: il «Certo Galli» fu assolto. Poté tornare a casa, ma a evitare futuri guai – sottolineava il cronista giudiziario – lì «lo aspetta il duro lavoro dei campi». Basta fare il guaritore.
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Vita agiata e tragica scomparsa del “barone di Villalago”

Villalago a Piediluco? La Provincia di Terni l’ha comprata dal barone Franchetti. Ma il barone Franchetti a Piediluco che faceva? «C’aveva ‘n saccu de sordi», ti rispondono. In pochi, a Piediluco, ricordano che il barone Paolo Franchetti, gestiva la miniera di Bonacquisto e aveva grandi coltivazioni di tabacco. Paolo Franchetti fu l’ultimo abitante di Villalago. Continua a leggere Vita agiata e tragica scomparsa del “barone di Villalago”

Mussolini visits the military establishments of Terni

Mussolini among the workers

visita alle industrie belliche ternane
Mussolini among the workers of Terni

1940, Oct. 30 – Benito Mussolini went to Terni to visit the military establishment. Italy had entered the war a few months before. “A meticulous visit to the pavilions of establishments and the giant machines that forge the tools of military power of the Italian nation”, and “to reaffirm the interest for the powerful fascist industry technical equipment and at the same time for the extensive welfare and social structure that accompanies and supports the life of forty thousand workers”. Who, all 40,000 – according to journalistic accounts – welcomed the “Duce” with “fiery excitement” since he arrived at the train station with a “Littorina”, at 10 a.m.
At the steelworks entrance gate the President of “Terni”, Arturo Bocciardo, was waiting for him to accompany him on the visit. Mussolini witnessed a trial of strength: a steel plate was hit with a cannonball “but it is not damaged at all”. Then the “Duce” visited the Italian army Fabbrica D’Armi, the Galleto hydroelectric power plant and the Marmore falls, the highest waterfall in Europe.

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Fortunato, il killer della Valnerina

 

Acquaro, il piccolo centro della Valnerina sconvolto dalle gesta del killer
Valnerina: Acquaro, il piccolo centro del Comune di Preci sconvolto dalle gesta del killer

Erano in trecento a cercarlo: carabinieri, poliziotti, forestali, vigili del fuoco, persino uomini dei corpi speciali, armati fino ai denti e protetti dai giubbotti antiproiettile. Tutti sguinzagliati sui monti della Valnerina. Mentre un elicottero volteggiava senza sosta. Ma lui, Fortunato Ottaviani, 63 anni, li tenne in scacco per un’intera settimana, dal 12 all’alba del 20 ottobre 1998. Centinaia di uomini: e grappoli di giornalisti, giunti a Preci per raccontare della caccia al “Killer della Valnerina”. La Rai si era mossa in grande stile. Era arrivata anche una troupe di una rete televisiva tedesca. E per sette giorni Fortunato Ottaviani, fu il mostro da sbattere in prima pagina. D’altra parte non è che lui ci fosse andato giù liscio. Ad Acquaro, frazione di Preci, il 12 ottobre 1998 freddò con due colpi di fucile da caccia un giovanotto di 34 anni; mezz’ora dopo, nello stesso modo, ammazzò il padre. Poi scappò nei boschi dei monti Sibillini. Non doveva trattarsi di un bello stare per uno di una certa età, che quando era scappato era in maniche di camicia. Per di più, in quei giorni, pioveva che la mandava. Ma Fortunato traeva energie dal furore della vendetta. «Sono quindici anni che mi rompete», aveva scritto su di un biglietto lasciato vicino alla sua prima vittima. La caccia all’uomo era subito scattata, ma lo sapevano tutti che il “mostro” si sarebbe fatto trovare solo quando avrebbe deciso lui. Nessuno pensava, però, che sarebbe andata tanto per le lunghe.
Dopo qualche giorno di latitanza Fortunato telefonò ad una donna che conosceva: «Non ho finito – le disse – adesso continuo con voi». «Noi? Che c’entriamo noi se lo conosciamo appena? », chiedeva terrorizzata la donna ai carabinieri. E La paura del killer dilagò, nonostante lo spiegamento di forze: elicotteri che volteggiavano sopra le montagne al confine tra Umbria e Marche; uomini armati di mitragliette. Ai funerali delle due vittime c’erano agenti armati, cecchini sui tetti e il solito elicottero in volo. Roba da telefilm americano. Fortunato faceva paura. Era un uomo esasperato. Uno che in vita sua non era mai andato tanto per le spicce. Sempre solo, andava in giro per le campagne con un “apetto” e il cane dietro, sul cassone. Quindici anni prima era finito in galera. Allora frequentava assiduamente la casa di una vedova, e ne mise incinta la figlia, una ragazzina di 13 anni e personalmente tentò di farle perdere il bambino. La ragazzina rischiò la vita e uno zio denunciò Fortunato, che fu condannato a tre anni di carcere. Troppo pochi, hanno sempre pensato i parenti della ragazzina e la gente. Incancellabili certe azioni così turpi. Quando tornò dal carcere non è che potevano accoglierlo a braccia aperte. Non lo fecero. E finì con l’assassinio di due fra coloro che, congiunti della ragazzina, secondo Fortunato, non la smettevano di fargli pesare le sue malefatte. Gli spari, la morte, la fuga. «Resisterà poco», pensavano tutti. Ma s’era organizzato. Qualcuno ricordò che, pochi giorni prima, aveva speso mezzo milione di lire per comprare roba da mangiare. Ma anche dell’altro: aveva pensato proprio a tutto. Maniche di camicia? Macché. Quando otto giorni dopo lo trovarono morto, indossava maglione e giaccone. Aveva con sé un apparecchio con cui riusciva a intercettare le radio delle forze dell’ordine. Ed era bene armato. Oltre al fucile da caccia, un automatico a cinque colpi, aveva una rivoltella e le munizioni in abbondanza.
Fu trovato senza vita a cento metri dalla casa delle sue vittime. Di notte s’era avvicinato. Aveva deciso di uscire di scena in modo plateale. E tornò lì, sul luogo dei delitti, per spararsi un colpo di revolver in testa. S’era convinto che era l’unica cosa che gli restava da fare: in galera non voleva tornarci più.
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Fortunato, il killer della Valnerina

Gaglietole: il prete ha sfrattato il feudatario

La chiesa di San Cristoforo a Gaglietole
La chiesa di San Cristoforo a Gaglietole

Arrivando a Gaglietole non può non saltare agli occhi. È un grande castello, con quattro torri agli angoli, unite da una muraglia. Alta. Possente. Ma per essere un castello c’è una stranezza: su tutto svetta un campanile. Quel castello è, infatti, la chiesa di San Cristoforo, il protettore della piccola frazione di Collazzone, situata sul fianco occidentale dei Monti Martani. Non è l’unica chiesa: un’altra dedicata alla Madonna delle Grazie sta lì, in mezzo alle poche case. La strada le passa davanti. Si va in discesa. Subito una svolta a destra che porta ad una piazza, un grande parcheggio, vuoto. È il punto di ideale per l’osservazione della chiesa–castello. Le guide turistiche dicono che lì dentro c’è una tela pregevole del Polinori.
Altro che scaramucce, tra guelfi o ghibellini. Ai tempi, a Gaglietole, qualcosa di serio è successo di sicuro. I guelfi debbono aver preso il sopravvento ed hanno costruito la chiesa di San Cristoforo ad inglobare il simbolo del potere terreno ed imperiale, del signorotto del luogo. Forse la chiesa è nata quale segno del superamento del potere terreno. Va a capire! «Boh – dice, serio, un uomo sulla quarantina che fa parte di un gruppetto che sta lì, sulla curva a fare quattro chiacchiere – io me lo ricordo sempre così. Anche tu, eh Giuse’, te lo ricordi sempre così. O no?», aggiunge rivolto ad un anziano seduto su un gradino di marmo e che s’appoggia col mento sulle mani congiunte a tenere il manico ricurvo del bastone. «Ah, de sicuro!», conferma Giuseppe. Che si fa qui? «Qui? Agricoltura, qualche animale da allevare. È un piccolo centro. Per il lavoro si va a Perugia, a Todi, a Bastardo. Se scende giù a valle c’è la strada che da Bastardo e Gualdo Cattaneo porta a Collepepe». E a Ripabianca di Deruta, ossia all’E45. «Abitanti? Saremo cinque o seicento». Ma i dati ufficiali, quelli del censimento, parlano di 72 residenti. «E’ che qui stanno tutti in campagna, pochi abitano qui al centro».
Ed il centro, in effetti, è poca cosa. La grande piazza, la chiesa–castello e poco altro. Ma c’è un motivo di vanto: «Ne avrà sicuramente sentito parlare: qui per parecchi anni s’è organizzato un torneo di calcetto. Ci venivano i giocatori del Perugia, Novellino, Amenta…», riferisce uno del gruppo. Mica robetta.
Dalla chiesa dell’Assunta parte la “centralissima” via Garibaldi. Nome“di peso”, ma la via sarà lunga una trentina di metri: da una parte il fianco della chiesa, dall’altra, in un unico fabbricato, tre porte d’ingresso ad altrettante abitazioni. Poi la strada piega a destra, in repentina e ripida discesa, e già è campagna. La parte più densamente abitata di Gaglietole è dal lato opposto: case unifamiliari lungo la strada che scende, anch’essa ripida, verso la valle del Puglia e la provinciale per Collepepe e Gualdo Cattaneo.
Detta così Gaglietole sembrerebbe sorgere su un cocuzzolo. Eppure se si viene dalla parte di Massa Martana, vi si arriva scendendo. Subito dopo Bastardo, infatti, la strada s’inerpica, si passa la località Pozzo, si sale fino a Saragano, un borgo trasformato, quasi per intero, in un albergo: in una delle prime case, sulla piazzetta, c’è la reception; in altre s’aprono il ristorante, il wine bar, la discoteca: le camere stanno in quelle che per secoli sono state povere, semplici abitazioni.
Da Saragano si va a destra e, allo scavallo via in discesa, verso Ceralto, un piccolo centro che presenta una particolarità: come in quasi tutti i centri abitati, le frazioni più sperdute, non manca in bella vista il monumento ai caduti. Quello di Ceralto è diverso da tutti gli altri. Una specie di costone roccioso realizzato con lastroni di pietra grezza, un traliccio di filo spinato, come sul Carso;un elmetto, e poi la lapide con i nomi di tutti i caduti del luogo: tre. Due sono morti nella guerra 15–18, il terzo è l’unico rimasto ucciso nel corso della seconda guerra mondiale.
Ceralto e Gaglietole distano meno di due chilometri: tra le due frazioni passa il confine tra i Comuni di Collazzone e Gualdo Cattaneo. «Eh sì Ceralto è comune di Gualdo – spiegano a Gaglietole – lì, al monumento, si fa sempre la commemorazione. C’è anche il posto per dir messa». È una cappella votiva, ristrutturata da poco. All’interno un affresco di scuola umbra, che al profano pare di un certo interesse.
Da Gaglietole si scende a valle. Lungo la discesa un’ultima sorpresa: un pavone sgargiante “a passeggio” sulla cunetta. Peccato: la lunga coda è chiusa. Ma è bellissima lo stesso.

 

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Curiosità da Terni, l'Umbria, e l'Italia centrale: fatti, persone, tesori nascosti

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