Piediluco come Miami

Piediluco sembrava ormai una piccola Miami Beach: potenti motoscafi solcavano le acque del lago alzando due pennacchi bianchi di schiuma; giovanotti attaccati ad una fune dietro ai fuoribordo si esibivano nello sci nautico, sollevando, Continua a leggere Piediluco come Miami

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TR 50000, una targa d’auto nella storia cittadina

Erano i tempi della motorizzazione selvaggia, quelli in cui gli italiani approdarono alle quattro ruote, lasciando a marcire sotto una tettoia gli scooter in sella ai quali erano entrati nell’Italia del boom economico. Alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso s’era scatenata una specie di corsa all’immatricolazione e, siccome le targhe delle automobili affiancavano alla sigla della provincia un numero progressivo, leggendo quel numero sul retro di una vettura fresca di concessionario era possibile avere un metro, più o meno veritiero, per misurare lo stato di benessere di una provincia.
Terni aveva celebrato da un paio di giorni il suo patrono San Valentino: al mattino del 16 febbraio 1967, davanti alla

Targa TR 50000, foto di Enrico Valentini
La cerimonia della targa automobilistica TR 50000. (Le foto originali sono di ENRICO VALENTINI)

sede dell’Aci, in via Fratelli Rosselli, si tenne un’altra cerimonia: la consegna della targa TR 50000. Cinquantamila auto immatricolate nella provincia di Terni da quando, quarant’anni prima, essa era stata costituita. La TR 50000 toccò al proprietario di una Mini Minor Innocenti, la fabbrica che produceva la Lambretta, uno scooter che andava per la maggiore, seppure la Vespa Piaggio fosse imbattibile. La Innocenti aveva stipulato un accordo con l’inglese Austin e produceva in Italia la Morris e la Mini.
La Mini Innocenti costava 860 mila lire, 110 mila lire più della Fiat 850: una differenza che all’epoca equivaleva lo stipendio mensile medio di un operaio. Tanto per regolarsi nel 1967 un quotidiano costava 50 lire, un frigorifero tra le 50 e le 110 mila lire, una lavatrice da 135 a 180 mila lire. La benzina super si comprava a 120 lire al litro, la normale a 110. Nel 1967 il dividendo per gli azionisti Olivetti fu di 70 lire ad azione posseduta; per quelli della Fiat di 115 lire. La Fiat, naturalmente, andava a gonfie vele, tanto che l’Avvocato aumentò lo stipendio degli operai di tremila lire al mese, tredicesima compresa.
Quella targa TR 50000 era un traguardo raggiunto, per Terni. Anche se Perugia aveva superato la targa 110000, per non parlare di Roma dove fu consegnata la targa un milione, la Roma A00000: andò ad una Fiat 500 e l’avvenimento fu immortalato con una foto che raffigura una giovanissima Raffaella Carrà appollaiata sul tettino della vettura.
Nel 1994, quando le targhe italiane divennero totalmente diverse (le stesse di oggi) per essere adeguate a quelle degli altri paesi europei, Terni aveva superato quota 320 mila. Fu scelta come una delle province italiane per sperimentare la nuova numerazione e poté fregiarsi del record di vedersi assegnata la targa AA000AA, la prima della nuova serie. Da allora impossibile stabilire ad occhio il livello di “quattroruotizzazione”.
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TR 50000, una targa d’auto nella storia cittadina

Preci, lapide “misteriosa” in Municipio

Preci Municipio
Preci, la lapide contro le “inique sanzioni”

«18 Novembre 1935 – XIV – A ricordo dell’assedio perché resti documento nei secoli dell’enorme ingiustizia consumata contro l’Italia alla quale tanto deve la civiltà di tutti i continenti».Una frase roboante, impegnativa, che sfida il mondo incisa su una lastra di marmo. Senza alcun riferimento specifico che aiuti a capire. Anche perché: che ci fa una lapide del genere sulla facciata del Municipio di Preci? Com’è che un paesino della Valnerina, sull’Appennino sentì, ottant’anni fa, l’esigenza di digrignare i denti verso i regimi “plutocratici e massoni”? Interpellato a suo tempo, il sindaco di Preci se la cavo così: «Boh! Mi pare strano che gli abitanti di Preci se la siano presa tanto per le sanzioni contro l’Italia per la guerra d’Etiopia…».
Infatti. Quella lapide, si decise a Roma, doveva essere affissa sulla facciata di tutte le sedi municipali d’Italia. Il 18 novembre 1935 è il giorno in cui entrarono in vigore le sanzioni economiche decise, ai primi di ottobre, dal consiglio della Società delle Nazioni, l’Onu di allora, contro l’Italia dichiarata Stato aggressore, dato che il suo esercito era entrato in armi nell’Etiopia. Le sanzioni consentirono al fascismo di avviare una grande operazione di propaganda che giocava sull’“iniquità” della deliberazione della Società delle Nazioni, la quale vietava di vendere all’Italia armi, munizioni e materiali per l’industria bellica oltre che di far credito o prestiti e commerci con uno stato che aveva scatenato una guerra. Eccolo “l’assedio”. Ma le sanzioni, in concreto, ebbero effetti minori di quanto s’era temuto, anche perché gli Stati Uniti si dichiararono neutrali e continuarono così a rifornire l’Italia di petrolio e altre materie prime. La propaganda del regime ebbe, però e comunque, un effetto considerevole. Poi, passata la buriana, alcuni sindaci (la maggior parte) quelle lapidi le fecero rimuovere, altri avevano cose più urgenti cui pensare. Senza contare che qualcuno, quindici e più anni dopo non sapeva nemmeno più a cosa si riferisse di preciso quella frase sdegnata contro la “plutocrazia”. A Preci, tra una scossa di terremoto e l’altra, è accaduto proprio così; la lapide è rimasta lì. E oggi resta come testimonianza di un pezzo di storia italiana.

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Preci, lapide “misteriosa” in Municipio

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Michelangelo, il più potente degli Spada

Più di quattro secoli fa, esattamente nel 1584, il 22 marzo fu giorno di grave lutto a Palazzo Spada. Quel giorno morì Michelangelo Spada, colui che consegnò alla storia di Terni il nome di una famiglia che s’era messa in luce attraverso la professione notarile, ma che poi seppe affermarsi come una delle famiglie cittadine di maggior prestigio. Nell’arco di due secoli (i primi documenti con su scritto il nome degli Spada risalgono alla prima metà del 1300) in verità, diversi furono gli Spada che ricoprirono ruoli di primo piano a Terni, da quello di camerlengo a quelli di capopriore o castellano di Colleluna. Ma è niente al confronto degli incarichi di Michelangelo il quale procurò alla famiglia il titolo nobiliare di conte ed una consistente disponibilità economica, grazie alle numerose proprietà acquisite a Roma oltre che a Terni  e nei dintorni.
Nel 1521, quando alla fine di settembre nacque Michelangelo, suo padre Silvestro era notaio. Non appena ebbe l’età, nel rispetto della tradizione famigliare,michelangelo fu mandato a Roma per seguire gli studi di giurisprudenza. Nel contempo cominciò a frequentare la curia romana dove conobbe ed entrò in sintonia con il cardinale Giovanni Maria Cecchi del Monte, che successivamente divenne papa Giulio III. Bene anche per il giovane Spada che fu nominato “coppiere e cameriere segreto del papa”. Aveva 28 anni, Michelangelo, e da quel giorno la sua fortuna cambiò. Giulio III, al proprio uomo di fiducia, concedette il castello di Forano, nel reatino, di cui gli Spada furono feudatari fino al 1579, e lo nominò nobile romano e governatore del castello di Collescipoli. Un incarico limitato, agli inizi, ad un solo anno, ma poi grazie prima ad un prestito di 2500 scudi d’oro e successivamente ad una regalia di cinquemila, il governatorato di Collescipoli divenne perpetuo con l’aggiunta del titolo nobiliare, per cui Michelangelo Spada potette fregiarsi del titolo di patrizio romano e conte di Collescipoli.
Collescipoli, successivamente gli verrà “soffiato” dopo la morte di Giulio III e l’ascesa al soglio di Paolo IV, dopo un beve pontificato di Marcello II, anche perché i collescipolani si ribellarono. Nel periodo in cui la sua potenza era ai vertici, a Terni nel luogo in cui aveva avuto in dono dal papa alcuni immobili che fino ad allora erano stati di proprietà della curia romana, Michelangelo aveva avviato la costruzione del palazzo di famiglia. Nell’animo suo, doveva rappresentare il segno della sua potenza, l’ostentazione del prestigio da lui acquisito a Roma, l’affermazione di un primato nei confronti di altre famiglie aristocratiche e dei notabili di Terni. Un palazzo che – precisò egli stesso – doveva essere  sempre aperto ad ospitare “patroni e benevoli”, e mezzo di propaganda in favore della sua convinzione politica – che sempre mostrò con determinazione ed orgoglio – di ferma opposizione alla controriforma e ai protestanti. Non a caso uno dei sette figli di Michelangelo morì nelle Fiandre, combattendo proprio contro i protestanti e non a caso il conte Spada chiamò un pittore fiammingo, Karel Van Mander ad affrescare il palazzo con scene esplicite che vanno dalla battaglia di Lepanto alla strage degli Ugonotti.
Vissuto quasi sempre a Roma, morì a Terni all’età di 63 anni.

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Michelangelo, il più potente degli Spada

A Moiano la “Casa” dei contadini e braccianti

Moiano
Il lavoro nei campi, simbolo dell’Umbria sulla serie di francobolli “Italia al lavoro” del 1955

La “Casa dei Socialisti”, a Moiano, nacque anche grazie all’aiuto tangibile di due fratelli moianesi emigrati a Roma a fare i muratori. Dopo qualche tempo avevano messo su un’impresetta: si chiamavano Marchini. Fu col loro contributo che la casupola disabitata presa originariamente in affitto fu poi acquistata e ristrutturata. L’inaugurazione fu in pompa magna nel settembre del 1913. La direzione del Psi inviò da Roma Angelica Balabanoff, emigrata russa, grandissima amica di Anna Kuliscioff compagna di Augusto Turati. L’avvenimento era importante: nasceva quella che è quasi sicuramente la prima “Casa del Popolo” (poi fu chiamata così) in Umbria e fra le prime in Italia.
La sezione socialista di Moiano era una delle più attive in Umbria: l’avevano fondata, nel 1900, Benito Sacco e un altro Marchini, Alessandro, che era il capo della Lega dei braccianti e dei contadini, il padre di Alfio ed Alvaro, divenuti nei decenni successivi, una potenza economica nella capitale. Gli iscritti, inizialmente, erano solo una dozzina; man mano però crebbero, al punto che non fu secondario il ruolo della sezione di Moiano nel portare i socialisti a vincere le elezioni e assumere la guida del Comune di Città della Pieve. Poi arrivò il fascismo e l’assalto alla Casa dei Socialisti, non poteva certo mancare. Si tenne, anzi, in due successive ondate. La prima, il 10 aprile 1921: le camicie nere devastarono la Casa, ma poi dovettero fare i conti con un gruppo di operai che li attese sulla strada del ritorno prendendoli a schioppettate e ferendone diversi. Il raid fu ripetuto una settimana dopo quando da Perugia si mosse la “Disperatissima”. Cinque camion carichi di gente armata e disposta a tutto. E lo dimostrò: la Casa dei Socialisti fu bruciata, a Città della Pieve fu ucciso un operaio e un giovane socialista fu gravemente ferito.
Nonostante tutto a Moiano l’attività politica dei socialisti e dei comunisti (nel frattempo c’era stato, come noto, il congresso di Livorno) continuò serrata seppure nella clandestinità. La Casa era stata però “espropriata”, nel senso che vi si era insediato il Fascio che, fatte sparire le scritte socialiste e la bandiera rossa, la “arricchì” di aquile imperiali e fasci littori. Tutto fu ovviamente scalpellato dopo il 25 luglio del ’43 e non fecero in tempo i seguaci della Repubblica di Salò che la occuparono dopo l’8 settembre a ricostruire le loro insegne. Nella zona del Trasimeno era nata la brigata partigiana Risorgimento, guidata da “Luca”, al secolo Alfio Marchini e da “Sole”, nome di battaglia di Solismo Sacco, il figlio del fondatore della sezione socialista di Moiano.
Finita la guerra, la Casa restò in possesso della sezione del Pci e fu “centro vivo” delle lotte contadine e bracciantili Nel 1963 si decise di “rifondarla”. A posare la prima pietra della ricostruzione intervenne Palmiro Togliatti ed a lui fu intitolata la Casa del Popolo quando, un anno dopo, il segretario del Pci scomparve. Simbolo di attività politica, fu colpita da un attentato dinamitardo nel 1974: un chilo e mezzo di tritolo la distrusse nella notte tra il 22 ed il 23 giugno di quell’anno. Fu ricostruita in due mesi. Enrico Berlinguer aveva annunciato la sua presenza all’inaugurazione, ma un’indisposizione lo tenne a casa. Al suo posto arrivò Luigi Longo.
Moiano rimase centro vivissimo di elaborazione e lotta politica, anche delle sue estremizzazioni: in zona si tenne nel 1979 (l’anno dopo il rapimento Moro) la riunione della direzione strategica delle Brigate Rosse; lì, nel 1982, furono arrestati giovani del posto che militavano nelle Br e che furono trovati in possesso di armi e di un volantino di rivendicazione del rapimento del vicecapo della Digos di Roma.
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A Moiano la “Casa” dei contadini e braccianti

Attigliano, così sparì un borgo del ‘500

A prima vista potrebbe sembrare una storia di lungaggini burocratiche, di dimenticanze, di scarsa considerazione da parte dei “capoccioni” di Roma per i problemi di un piccolo centro dell’Umbria meridionale, ai confini col Lazio: Attigliano. Ma a leggere oggi certi resoconti giornalistici dell’epoca c’è da farsi accapponare la pelle. Continua a leggere Attigliano, così sparì un borgo del ‘500

Terni, scherzo feroce a politici e sindacalisti

Terni lettera scherzo, articolo L'Unità
La notizia pubblicata dall’Unità

1987, marzo. Lo scherzo fu sicuramente di cattivo gusto per tutta una serie di ragioni. Innanzitutto perché si basava sul terrore nei confronti di una malattia che aveva già colpito centinai di migliaia di persone nel mondo, e che – si paventava – poteva essere in incubazione in milioni di altri individui. Persone che, essendo quel virus fino ad allora sconosciuto, inconsapevolmente potevano averlo già dentro di sé. Si parla di Aids.
Nel 1987 si era da poco messo a punto e diffuso in ogni parte del mondo un test che era in grado di individuare il virus. Per la cura c’era da aspettare, non c’erano speranze immediate pur se i ricercatori di tutto il mondo fossero mobilitati.
Innanzitutto era necessario quantificare il livello di diffusione e esaminare il maggior numero di casa, ma per procedere ad uno screening c’era un ostacolo difficile. Date le modalità di trasmisisone del virus, c’era chi preferiva tacere. Non a caso era stata lanciata una campagna con lo slogan “Silenzio uguale morte”.
Così quando ad alcuni ternani (una ventina) arrivò la lettera dell’Unità sanitaria locale, ci fu chi passò ore d’angoscia. La lettera, su carta intestata, fornita di tutti i timbri e bolli, invitava il destinatario a presentarsi urgentemente presso l’Usl perché esisteva il sospetto che potesse essere contagiato. La lettera faceva capire che l’informaizone era stata data ai sanitari da persone sieropositive le quali avevano indicato i nomi di coloro con cui avevano avuti contatti intimi.
Chi organizzò il tutto, incurante di non rispettare la disperazione dei malati di Aids, scelse con cura gli indirizzi, coinvogendo personaggi politici, sindacalisti e gente in vista. Tutti uomini  e tutti con un tratto in comune: la fama di tombeur de femme.
Fu un accorrere disperato all’Usl, pronti a sottostare a qualsiasi tipo di esame, anche il più fatidioso o cruento. Ma all’Usl fu spiegato a tutti che non era vero niente, che loro non stavano portando avanti alcuno screaning, che quella lettera era falsa. La preoccupazione, lasciò spazio alla rabbia, ma solo per un momento. Perché poi tornò ad essere disperazione quando tutti si resero conto che in famigli qualcuno s’aspettava spiegazioni. In pochi riuscirono a passarla liscia, ed il fatto a Terni ebbe una rinomanza tale da finire sui giornali. L’Unità, inserì la notizia in una pagina tutta dedicata al problema Aids ed in mezzo  a tanti fatti drammatici – alla fin fine – anche una notizia del genere ci stava bene. Come ci stava bene il commento dell’Unità che per l’occasione cominciò l’articolo con quello che defini un vecchio adagio, questo: “L’elenco degli imbecilli ha più nomi dell’elenco telefonico”. E così, quanto meno, per quella ventina di ternani finì con un “figurone”.

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Terni, scherzo feroce a politici e sindacalisti

Froscianti, l'amico di Peppino Garibaldi

Garibaldi a Terni mise piede in numerose occasioni. Di passaggio, certo, ma dove non era di passaggio, lui? Giusto a Caprera risiedette con continuità e negli ultimi anni. A Terni era stato nel 1849, quando, caduta la Repubblica Romana se ne andò con almeno un migliaio Continua a leggere Froscianti, l'amico di Peppino Garibaldi

Vacanze alle terme Manni di piazza Tacito

 

Lalbergo della Saffat ex Manni in piazza Tacito
L’albergo Manni in piazza Tacito a Terni

“Società degli Alti Forni, Fonderie ed Acciaierie di Terni”: la scritta, in neretto e caratteri grandi fa parte di un tamburino pubblicitario sul quotidiano La Stampa, pubblicato per molti giorni consecutivi del gennaio 1887. Le acciaierie di Terni sono nate da appena tre anni. La “Saffat”, si spiega nell’inserzione pubblicitaria, è una società “Anonima con sede inTerni”  che ha un capitale di16 milioni di lire “interamente versato”. La sorpresa, però, arriva dopo. Perché la società delle Fonderie pubblicizza la ghisa o l’acciaio prodotti, ma un albergo. “D’affittare o da vendere a condizioni da convenire”. E illustra: “Nuovo Albergo con stabilimento bagni a Terni”,  un “Grande e decoroso edificio sulla nuova piazza Cornelio Tacito, entro barriera sulla strada della stazione,con grandi sale per ristorante, caffè, bigliardo, sale di lettura e di aspetto, bagni, terrazze e 37 camere. Bagni caldi e vasca natatoria”.Gli interessati potevano rivolgersi “Per informazioni e trattative”  a Terni, alla direzione generale della Società degli Alti Forni,Fonderie ed Acciaierie; a Roma,in via Nazionale 163; a Padova all’Ufficio della Società Veneta per Imprese e costruzioni pubbliche.

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L’annuncio Saffat per vendere l’albergo Manni

Ecco spiegato, allora, il perché la Saffat, società proprietaria della acciaierie si trova in possesso di un albergo con “bagni caldi e vasca natatoria”. Era una delle tante e considerevoli proprietà che la società “Veneta” guidata da Vincenzo Stefano Breda aveva acquisito a Terni ancor prima di far società con Cassian Bon. Sia Breda che Bon furono uomini d’affari ed imprenditori che svilupparono le loro attività nel primo periodo post-unitario, buttandosi nel business della costruzione di infrastrutture  necessarie per far sì che l’Italia si avviasse a diventare uno stato moderno ed industrializzato. Gli investimenti erano fortemente incoraggiati e gli imprenditori che aspiravano ad assicurarsi l’ingente mole di lavori utilizzavano ogni risorsa per ottenerli. I contatti personali di Breda con membri del governo e del parlamento, le buone conoscenze (e parentele) del Bon in Vaticano ebbero il loro peso. E certo la Società Veneta si dette un bel da fare per far nascere le acciaierie a Terni dove aveva non pochi interessi. Tra questi c’era pure l’albergo. Costruito dai fratelli Manni (Pietro, Luigi e Agostino), un albergo di lusso e adatto – a quanto pare – anche ad un vacanza di tipo termale. L’acqua utilizzata per “i bagni caldi e piscina termale” veniva captata da una delle forme che servivano di energia idraulica tutta la città e veniva opportunamente riscaldata. Era l’acqua del Nera insomma.
Sarà stato venduto facilmente l’albergo dalla Saffat? Chissà. Certo è che anni dopo quella costruzione era stata destinata ad altri usi, ospitando, tra l’altro l’ambulatorio del medico Bracci (quello proverbiale di “Se te do ‘n cazzottu non te sarva mancu Bracci”. Tra demolizioni e ricostruzioni successivamente lì fu la sede dell’Inam, “la mutua”, del Pci. Oggi c’è la banca Bnl.

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Vacanze alle terme Manni di piazza Tacito

Con Ciaurro Umbria alla riscossa

SECONDO Italo Ciaurro i tanti storici che s’erano occupati del Risorgimento avevano sempre sottovalutato il ruolo dell’Umbria nella costruzione dello stato unitario. Eppure, notava, grande fu il contributo degli umbri, ad esempio, alle formazioni garibaldine, specialmente nel periodo successivo al 1860. Quante spedizioni avevano preso le mosse proprio dall’Umbria? Quanti patrioti, specie ternani, furono con Garibaldi a Monterotondo e Mentana? Senza contare l’impeno per la Repubblica sia quella nata sull’onda della discesa dei soldati di Napoleone che l’altra ispirata dai principi della rivoluzione Quarantottesca. Cosi fu lui a far sì che fosse dato a Cesare quel che era di Cesare.

Ciaurro, Umbria e Risrgimento
La copertina del libro di Italo Ciaurro “L’Umbria e il Risorgimento”, pubblicato da Cappelli

Italo Ciaurro, nato a Terni è poi vissuto a Perugia, città che considerò la sua seconda “patria”. E’ stato uno dei Ciaurro che a Terni hanno lasciato un segno: gli altri due furono il fratello, Ilario, artista riconosciuto ed esponente di primo piano della cultura cittadina, e Gian Franco, il figlio di Italo, sindaco negli anni Novanta del Novecento.
Nel 1961 si celebrò il centenario dell’Unita d’Italia. Italo Ciaurro giudicò che era ora di mettersi al lavoro. La scrittura, la storia locale, erano le sue passioni. Era gia un uomo maturo. Nato il 3 novembre 1887, studiò alla Scuola Normale di Perugia, vivaio di pedagogisti divenuti famosi. L’insegnamento fu la sua prima occupazione. Fino al 1928, quando abbracciò il giornalismo. Aveva gia pubblicato alcuni libri per ragazzi e testi scolastici. Cominciò con “Il Piccolo” e “La Tribuna”, fu poi direttore della rivista “Latina Gens”. Nel 1940 la casa di Terni, in via Aulo Pompeo (dove la famiglia s’era trasferita da via Roma), vicino alla stazione ferroviaria, fu distrutta dai bombardieri alleati.
Per ricominciare, si trasferì a Perugia, giornalista al “Nuovo Corriere”, “Il Giornale d’Italia”, il “Corriere della sera”. Nel 1963 l’editore Cappelli pubblicò il libro “della riscossa”: un titolo e sottotitolo epliciti “L’Umbria e il Risorgimento– Contributo dato dagli umbri all’Unita d’Italia”. Piu di trecento pagine, piene di notizie e di documenti che Italo Ciaurro aveva scovato grazie a pazienti indagini negli archivi, ma anche nei luoghi che furono teatro degli avvenimenti. “L’autore non ha avuto nessuna pretesa di fare opera organica integrale – scriveva del libro di Ciaurro, lo storico Luigi Salvatorelli -. Le sue esposizioni in ordine cronologico, dal periodo rivoluzionario napoleonico fino a Roma italiana, hanno carattere prevalentemente di appunti e spigolature”. Ciaurro, aggiungeva Salvatorelli, non manca di segnalare gli “quivoci, errori, incomprensioni, contrasti ed ostacoli incontrati dai princìpi di libertà e democrazia”.
Italo Ciaurro, mori a Roma il 3 gennaio 1968. Negli annni Ottanta gli fu intitolata una via dalle parti di San Martino, e gli toccò quel ch’era toccato all’Umbria. Furono parecchi a chiedere, “Ma non si chiamava Ilario?”.

Con Ciaurro Umbria alla riscossa

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Curiosità da Terni, l'Umbria, e l'Italia centrale: fatti, persone, tesori nascosti

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