Biselli, sul ponte somari a senso unico alternato

Chi lungo la strada Valnerina si dirige verso Cascia e Norcia, subito dopo Borgo Cerreto, incontrerà – tra le altre – le due gallerie denominate “Biselli 1” e “Biselli 2”. Due belle gallerie, dalla sede stradale ampia, traffico scorrevole e rapido, illuminazione più che adeguata. E via, a tutta velocità verso Cascia e Norcia. L’automobilista passa rapidamente e spesso non sa che sta perdendosi una delle eccellenze naturalistiche della Valnerina: la stretta di Biselli.
E’ quello il punto in cui il fiume Corno, nel suo lento scorrere verso la confluenza nel fiume Nera, ha scavato una specie di canyon, una gola larga sette-otto metri e profonda più di 170, con le pareti rocciose che si innalzano maestose e minacciose.
Un’eccellenza naturalistica non solo per la magnificenza del paesaggio, ma anche per la grande varietà di essenze arboree e di specie faunistiche, anche abbastanza rare, che la popolano. E per le testimonianze storiche che a quella gola sono legate e che nascono essenzialmente dalla necessità di collegamento tra l’area dello Spoletino e quella del Casciano-Nursino.
Sono relativamente pochi gli anni passati da quando è stata realizzata la nuova viabilità, quella che – appunto – taglia via  la Stretta di Biselli dall’itinerario del viaggiatore (ed anche la vicina Balza Tagliata, un camminamento “a capanna”, ossia scalpellato nella roccia, realizzato al tempo dei Romani), ma da lì, si è passati per secoli, lungo un piccolo sentiero, ed attraversando un ponte che è ancor oggi visibile e transitabile. Un ponte, chiaramente, senza parapetto; dalla sede stretta e che sconsiglia, al passaggio, qualsiasi debolezza o giramenti di testa: l’acqua del Corno – che, limpida, scorre lentamente – potrebbe essere invitante in una calda giornata d’estate, ma il ponte sta su in alto, diversi metri.
Ebbene per traversare questo stretto ponte con le “bestie da soma” fu inventato il senso unico alternato. Come definire infatti l’organizzazione che ci si era dati? Quando qualcuno si immetteva sul ponte doveva suonare una campana che si trovava in prossimità di esso dai due lati, avvertendo chi arrivava dal senso opposto, dato che due animali da soma insieme non sarebbero potuti passare.
Ce n’era anche un altro di ponte medievale, un poco più a monte, ma di esso resta soltanto l’inizio dell’arco di partenza.
Acque limpide e che scorrono lentamente, quelle del Corno, alla Stretta di Biselli. Ma mica sempre! Le sue piene hanno spesso provocato danni, nei secoli passati. Anche perché uno degli affluenti, il Sordo, in caso di piogge abbondanti contribuisce non poco ad accrescere l’impeto del Corno. Ne sanno qualcosa – tanto per rifarsi a storie riferite – coloro che, reggenti il Municipio di Norcia, pensarono di costruire proprio lì una diga che desse luogo ad un lago artificiale. Si voleva avviare l’allevamento delle trote. Si era nella prima metà del XVI secolo. Si realizzarono alcune opere, ma una piena, veemente, del Corno travolse ogni cosa. Di quel tentativo di imbrigliarne le acque resta qualche segno, difficlmene distinguibile, sulle pareti rocciose.
E’ solo nel XX secolo che il passaggio della Stretta di Biselli diventa più agevole. Prima con la realizzazione di una galleria per la ferrovia Spoleto-Norcia, che si infila nelle viscere della montagna proprio all’altezza del ponte medievale ancor oggi esistente; poi con la realizzazione della galleria stradale che, come testimonia una targa di marmo, fu opera del Genio Civile di Perugia: anno 1947.
Con la costruzione della strada attuale, e di “Biselli 1” e “Biselli 2”, quella galleria è stata chiusa da ambo le entrate con un muro a “foratoni” e, con l’apposizione di due porte di lamiera, divenne un grosso magazzino per le attrezzature delle imprese addette alla viabilità.
Oggi tutto è in stato di abbandono. La vecchia strada che conduce alla galleria a piedi è praticabile, ma pericolosa per la caduta continua di massi e pietre, anche di rilevanti dimensioni. La qual cosa ha avuto se non altro il merito di evitare che una gran quantità di rifiuti lasciati da gente di passaggio deturpasse l’intera zona. Al momento i “segni” del passaggio (bottiglie e cartacce) sono solo sui primi metri della sede stradale dismessa.

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Trasferito da Terni il sindaco insegnante

Cesare Aroldi (a sin.) era sindaco di Terni, ma il ministro della pubblica istruzione, Paolo Boselli (a dx) lo trasferì a Teramo (Foto dal sito ,della Camera dei Deputati)
Cesare Aroldi (a sin.) era sindaco di Terni, ma il ministro della pubblica istruzione, Paolo Boselli (a dx) lo trasferì a Teramo (Foto dal sito della Camera dei Deputati)

In burocratese si definiva “trasloco”. E così per volere del Ministro della pubblica istruzione Paolo Boselli, l’insegnante Cesare Aroldi fu “traslocato” dall’Istituto tecnico Tacito di Terni ad una scuola di Teramo. Cesare Aroldi era di Viadana, in provincia di Mantova, a Terni era giunto nell’autunno del 1886 come professore di economia politica e scienza delle finanze. Continua a leggere Trasferito da Terni il sindaco insegnante

1860 a Terni, chi combatte e chi festeggia

L’ordine era chiaro e perentorio: partenza immediata per Orvieto la mattina di sabato 8 settembre, passando per Amelia, traversando il Tevere in barca, che poi doveva essere affondata, in località Renaro. Con l’aggiunta di una raccomandazione: solo i capi dovevano conoscere la destinazione. La lettera era firmata Luigi Borri, veniva da Todi e portava la data del 7 settembre1860. Non erano così celeri Le poste dell’epoca da autorizzare a pensare che una lettera potesse arrivare a destinazione in un solo giorno: questo è ancor oggi, spesso, un pio desiderio. E’ che ci pensò un messo a consegnarla al circolo patriottico di Terni. Luigi Borri non esisteva, era una firma in codice, quella del comitato segreto di Todi. Era tutta in codice la corrispondenza tra i circoli segreti e i patrioti. E si usavano firme che cambiavano a seconda del destinatario, così se c’era un errore di consegna, chi riceveva la lettera sapeva che il vero destinatario era un altro. Il circolo segreto di Terni, tanto per dire, usava la firma “Cicerone” quando interloquiva con Spoleto che a sua volta era “Catone”. “Cicerone” cambiava in “Petrini” se la lettera da Terni era destinata a Foligno che a sua volta firmava la risposta per Terni “Maria Petrini”. Se da Terni si scriveva a Perugia, che era “Ezio”, la firma variava in “Leonida”, se a Viterbo (“Cassio”) o a Roma (“Vittorio”) diventava “Tacito”. Ed ancora: se Terni scriveva una lettera indirizzata contemporaneamente a Roma e Perugia, la firma era una frase: “Precipitasti lì nella tua fogna”.
La lettera del 7 settembre proveniente da Todi ordinava ai volontari ternani, già pronti e in attesa,di raggiungere la colonna dei Cacciatori del Tevere, che stava operando per la liberazione dai papalini della fascia che costeggiava il corso del fiume. Non furono pochi quei volontari che partirono da Terni se nell’ambito dei Cacciatori del Tevere si costituirono due compagnie “del Nera”. I cacciatori del Tevere erano comandati dal colonnello Luigi Masi. Nativo di Petrignano di Assisi, Masi era patriota di lungo corso, avendo preso parte alle cospirazioni romane antecedenti il 1848, ed essendo stato uno dei difensori di Roma alla caduta della Repubblica nel 1849.A comandare le due compagnie di volontari arrivati da Terni, Masi nominò due capitani, Alceo Massarucci e Lorenzo Caracciotti coadiuvati da due tenenti, Augusto Fratini e Alessandro Magalotti.
I Cacciatori del Tevere liberarono Orvieto l’11 settembre 1860 e proseguirono verso l’alto Lazio spingendosi fino a Civita Castellana e provando ad andare più avanti, verso Roma. Ma arrivò l’ordine di fermarsi, ed anzi di tornare sui loro passi. Il loro “obbedisco” precedette di qualche anno quello più celebrato di Giuseppe Garibaldi, ma anche nel caso dei Cacciatori del Tevere, le questioni diplomatiche ebbero la prevalenza. Nel frattempo le truppe piemontesi erano in marcia per liberare l’Umbria. Il 14 arrivarono a Perugia; il 17 a Spoleto. Il 18  i soldati piemontesi, comandati dal generale Filippo Brignone arrivarono a Terni.
Si fermarono in città, i piemontesi. E non si trovarono tanto male se, tre settimane dopo,al momento di andarsene,venne diffuso un volantino a firma degli “Ufficiali della colonna mobile di stanza in Umbria” i quali ringraziavano “i cittadini e dame per le fraterne accoglienze, banchetti e balli”.
Il Lazio e Roma diventarono Italia dieci anni più tardi. Terni da quel momento fu zona di confine ed in quanto tale ricoprì un ruolo di primo piano nel Risorgimento italiano. Diventando uno dei punti di raccolta di volontari per spedizioni volte alla liberazione di Roma,compresa quella conclusasi tragicamente a Mentana
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Rettore di Camerino rapito dai goliardi di Perugia

 

Carlo Bianchi, magnifico rettore dell’Università di Camerino, se ne stava tranquillo a casa, quando suonarono alla porta. Erano alcuni studenti che gli parlarono di un problema serio riguardante l’università. «Serve immediatamente la sua presenza _ dissero _ Venga l’accompagniamo noi, abbiamo la macchina qui sotto».
Faceva un freddo cane, quella sera del 14 dicembre 1955. Il rettore aveva da poco inaugurato l’anno accademico, il 223. della storia di uno dei più antichi atenei italiani, fondato nel 1336. Una bella cerimonia cui era intervenuto Giovanni Leone, allora presidente della Camera dei Deputati, che a Camerino aveva iniziato la carriera di docente universitario.
Il Rettore, in verità, ce l’aveva qualche preoccupazione “vera”, perché da qualche giorno era emersa una brutta vicenda, una storia di lauree false per la quale successivamente finì in carcere il preside della facoltà di Farmacia. Il professor Bianchi non immaginò nemmeno di essere vittima di una “goliardata”: «Lei è nostro ostaggio», gli dissero quegli studenti, non appena mise piede fuori casa. Non erano dell’università di Camerino, ma membri della goliardia perugina.
Un rapimento per ritorsione. Un blitz, nell’ambito di una guerra senza esclusione di colpi innescatasi tra la goliardia umbra e quella di Camerino, in occasione della festa della matricola, che, a Perugia, era in corso in quei giorni. Componenti del “Magnus Ducatus Camerinii”, s’erano riversati a Perugia. Cintavano, forse, di avere un’accoglienza calorosissima da parte dei “colleghi” del “Griphonatus Goliardiae Perusinae”, ma così non fu. Ci rimasero male e decisero, così, di aprire la “tenzone”: In gruppo percorsero il centro cittadino schiamazzando, mentre uno di loro facevas da battistrada strimpellando un mandolino.
Potevano i perugini sopportare un tale affronto? E cominciò la caccia ai “menestrelli”: l’incontro fu subito scontro. I goliardi del Griphonatus, vincitori, sottrassero il mandolino, vessillo della protesta camerinese. Oltretutto lo strumento, pare fosse antico ed avesse grande valore materiale, ma l’offesa più cocente fu un’altra: “Camerino è solo un semplice spazio geografico”, sentenziarono i “Grifoni».
Ad offesa feroce, reazione altrettanto feroce. La riposta di Camerino fu il rapimento del capo della goliardia perugina, il “Gripho Triumphans”, che fu circondato, impacchettato e portato di peso a Camerino dove fu trascinato in catene a sfilare tra due ali di una folla che non lesinava insulti e prese in giro. I goliardi del Griphonatus si sentirono obbligati ad alzare la posta. In forze raggiunsero Camerino che strinsero d’assedio, Quindi il rapimento del rettore. Il quale si trovò anch’egli impacchettato a bordo di una macchina diretta a Perugia. Dopo un po’ però dette in escandescenze e costrinse i suoi rapitori a fermarsi e a farlo scendere. La liberazione ebbe luogo a Foligno, in campo neutro. Poi gli stessi studenti acompagnarono a casa il professor Bianchi. Il Ducatus Camerinii ritenne di aver vinto, perché manteneva prigioniero il Gripho. Se lo tenne, anzi, un altro paio di giorni, poi un manipolo raggiunse Perugia e tornò coi trofei di guerra: tutte le targhe che indicavano la Rocca Paolina.

Nella Foto: 
Perugia, festa della matricola 1933. 
Archivio della memoria storica condivisa Perugia (Pr. Tiralti)

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La contessa Canali assassinata per pochi soldi

Il Palazzo della nobile famiglia Canali al centro di Terni
Il Palazzo della nobile famiglia Canali al centro di Terni

L’assassino agì con ferocia. Una coltellata alla gola della vecchia contessa. Erano le tre di notte, una notte afosa di fine luglio del 1890, quando in via Angeloni, al centro di Terni, risuonarono le grida di una donna che, sporgendosi da una finestra, chiedeva aiuto: «I ladri! I ladri! Aiutateci».Un giovanotto che si trovava a passare ristette, dubbioso. Chissà Continua a leggere La contessa Canali assassinata per pochi soldi

Renato Donatelli, a ricordarlo una lapide e un liceo

La casa in cui visse Renato Donatelli a Terni si affaccia sulla scalinata del teatro Verdi
La casa in cui visse Renato Donatelli a Terni si affaccia sulla scalinata del teatro Verdi
Una casa nel centro storico di Terni ed una finestra che si affaccia su una piazzetta molto particolare: quella occupata dalla scalinata del Teatro Verdi. Lì visse Renato Donatelli. E lì, di fianco alle scale del teatro, c’è la lapide che ricorda il grande cardiochirurgo cui a Terni è stato intitolato il secondo (per anno d’istituzione) liceo scientifico cittadino. “In questa casa , ove amava tornare, trascorse gli anni della gioventù il professor dottor Renato Donatelli – vi si legge – Pioniere della cardiochirurgia, maestro insigne, studioso di fama mondiale, martire della scienza”. Il Comune di Terni la pose nel 1997 a settanta anni dalla nascita.
Renato Donatelli, infatti, nacque il 16 luglio del 1927. Ma non a Terni: a Morino, un piccolo centro in provincia di L’Aquila. Ternani erano il padre, Angelo, e la madre Maria Sebastiani. Angelo Donatelli era perito industriale ed era titolare di un’impresa di costruzioni. In Abruzzo era andato per lavoro. Il piccolo Renato aveva due anni quando la famiglia tornò a Terni dove rimase (a parte una parentesi di un anno in cui visse ad Istanbul) fino al 1943. Ancora trasferimenti, poi: a Venezia e successivamente, nel 1945, a Milano.
A Terni, in quella casa di corso Vittorio Emanuele (come si chiamava allora corso Vecchio), Donatelli visse quindi tredici anni. E a Terni andò a scuola dalle elementari fino al IV ginnasio, al liceo Tacito. Il diploma di maturità e poi la laurea in medicina li prese a Milano. Una laurea col massimo dei voti. Era il 1951. Servizio militare e quindi al lavoro, all’ospedale Maggiore Niguarda, come assistente del professor Angelo De Gasperis, primario di chirurgia toracica. Insieme cominciarono ad interessarsi alla cardiochirurgia a cuore aperto che allora era agli albori. La prima operazione di questo tipo venne da loro effettuata nel 1956. Nel 1962 Donatelli successe a De Gasperis quale primario della divisione di chirurgia toracica, ma già era divenuto una personalità nel mondo scientifico, per le sue ricerche, sperimentazioni ed interventi chirurgici innovativi, tanto che, qualche anno dopo, nel 1967, gli fu conferita la cittadinanza onoraria di Houston, sede del centro più avanzato e famoso nel mondo per la cardiochirurgia.
Renato Donatelli morì nell’ottobre del 1969, a 42 anni, a causa di un’epatite contratta mentre effettuava un intervento chirurgico.

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Collescipoli “capitale” del Comintern

L'ex municipio di Collescipoli
L’ex municipio di Collescipoli

Sulla carta geografica dell’Europa appesa ad una parete, una grossa freccia ed un cerchio rosso  indicavano un nome: Collescipoli. Questione che desta non poca sorpresa, anche perché quella  carta geografica era appesa alla parete di un ufficio di Mosca: quello del Comintern, l’organizzazione della Terza Internazionale comunista. Era vero? Nel 1925 ci fu chi la raccontò così e sembra che proprio a Collescipoli avesse sede una delle sezioni tra le più attive ed importanti del Comintern in Italia. Sarà stata la vicinanza con Roma? O la scelta aveva trovato fondamento sulla tradizionale vocazione rivoluzionaria dei collescipolani che furono garibaldini particolarmente attivi e a stretto contatto col Generale?
Era il 30 ottobre del 1925, quando L’Unità riferì una notizia cui era stato dato grande risalto sul magazine – si direbbe oggi – Epoca, la “fascista Epoca”, sottolineava il giornale fondato da Antonio Gramsci. Epoca aveva raccontato pochi giorni prima di «una brillante operazione» compiuta «da alcuni militi romani» i quali avevano scoperto e cancellato un «vasto movimento sovversivo». Un complotto talmente importante che dell’operazione s’incaricarono i fascisti di Roma e non quelli di Terni, anche perché era «al comando della decima zona della milizia nazionale dell’Urbe» che «era pervenuta notizia che a Terni e nel limitrofo comune di Collescipoli alcuni comunisti tentavano di riorganizzare la loro più che disgregata compagine».
Fu così che i militi romani escogitarono un piano “diabolico”: alcuni di loro si finsero comunisti ed aderirono al movimento, partecipando a varie assemblee. Fu in queste occasioni che potettero rendersi conto di quanto le cose fossero andate avanti: nei locali dove si tenevano le assemblee c’erano pacchi di giornali di propaganda, tessere ed elenchi di comunisti. Non solo: i fascisti romani ebbero la possibilità di constatare che gli ordini arrivavano alla “centrale di Collescipoli” direttamente dal Comintern insieme a «parecchio denaro». Chiaro: non c’era tempo da perdere. Era ormai arrivato il momento di agire. Alcuni ufficiali della milizia avvertirono i carabinieri e, tutti insieme, fecero irruzione «in un remoto locale di un quartiere eccentrico (nel senso di periferico, ndr) di Terni» dove si teneva l’assemblea generale cui partecipavano «ben 25 comunisti guidati dall’onorevole Giuseppe Sbaraglini». Ci fu irruzione: «La commedia è finita. Siamo ufficiali e militi della milizia nazionale. Alto le mani; e silenzio». Furono arrestate ventisei persone, tra le quali l’ex deputato Sbaraglini, «e i noti fratelli Monghini di Collescipoli, nonché Gino Cacace e Urbinati». Furono sequestrati seimila lire, opuscoli di propaganda, tessere, ruolini e diverse rivoltelle. Riferita la notizia così come pubblicata da Epoca, l’Unità commenta: «È necessario rilevare che il “complotto sovversivo” dell’Epoca è fatto di una serie di grosse balle infilate l’una dietro l’altra». Un’operazione di propaganda, insomma, anche perché _ aggiunge l’Unità _ «Sugli arresti denunziati dal giornale fascista nessuna notizia abbiamo da nostra fonte». Era davvero una balla colossale?
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In Valserra, la sorgente della palomba

Acquapalombo in Valserra
Acquapalombo, in Valserra

Una palomba in volo sulla valle del Serra scorse, dall’alto, una sorgente e scese per dissetarsi. La leggenda narra che è per questo che l’agglomerato di case che oggi c’è lì, si chiama Acquapalombo. La sorgente, sulla montagna, c’è ancora e l’acqua, in paese, sgorga in un fontanile sulla piazzetta. «Il colmo è che quelli del Comune sono arrivati e ci hanno messo su un bel cartello: acqua non potabile». Scuote la testa, la signora mentre spiega: «Sì, lo so, loro si premuniscono, tant’è vero che noi quest’acqua la beviamo lo stesso e non ha mai fatto male a nessuno». Anzi, a guardare la signora, bella rubiconda e in carne, quell’acqua fa proprio bene.
Il fontanile, di quelli grandi dove una volta si abbeveravano i buoi e si lavavano i panni, sta sulla piazzetta, uno dei pochi posti che sta quasi in piano, ad Acquapalombo, per il resto fatto tutto di scale. D’altra parte quelle case stanno sul costone della montagna, a picco sulla valle del torrente Serra, un una delle zone più verdi e più ricche, dal punto di vista ambientale, nei dintorni di Terni.
Il nucleo originario risale al XIII secolo, quando fu costruita una torre di avvistamento. Faceva parte di tutto il sistema difensivo al servizio del Ducato di Spoleto, nel feudo delle Terre Arnolfe. Stanno ancora tutte lì quelle opere fortificate attorno alle quali si sono sviluppati piccoli centri abitati: Acquapalombo, Porzano, Pracchia, Polenaco…
«Residenti? Fino all’anno scorso ce n’era uno, ma mo’ è morto – spiega Marco, una quarantina d’anni – Però gli abitanti sono parecchi, specie d’estate. Io per esempio abito a Borgo Bovio, a Terni, però sto quasi sempre qui quando non lavoro: ci ho un banco al mercato coperto di largo Manni, quello brutto, arancione…».
Ma l’acqua? Fortuna quell’antica sorgente sennò il fontanile stava a secco… «Beh, guarda qui: c’è un’altra tubatura sulla colonna del fontanile – spiega Marco – E’ quella dell’acquedotto, ma quelli del Comune ce l’hanno tappata perché dice che siccome l’acqua usciva di continuo c’era troppo spreco. Un tappo e via. Ma dico io, un rubinetto non ce se poteva mette?». Comune o Sii, il consorzio che gestisce la distribuzione dell’acqua? «Comune, Sii… Chi è, è. Tanto…». Sembrerebbe una piccola cosa, ma è importante per chi abita qui. A parte la questione pratica, c’è la sensazione di non essere considerati a far sentire lontana, e come “cosa loro”, l’istituzione pubblica. «Non ci abbiamo la strada per andare su, verso il cimitero – dice Lorenza – O meglio la strada c’è, ma so’ tutti sassi, buche. Non è asfaltata. Basterebbe una ruspa, in un paio d’ore tutto sarebbe sistemato. Da mo’ che la chiedemo! Ma chi te sente? Per non parlare della strada che porta su dalla provinciale Valserra: du’ macchine non c’entrano, ma che cce vole a daje ‘n’allargata? Niente!». «E’ che ssemo pochi – rincara Marco – pochi voti». Quanta gente c’è, ad Acquapalombo? «Adesso, d’estate una sessantina – dice Marco – ma tu mettice centocinquanta, armeno… Chissà che non ce dessero retta!». Il paesetto è ben tenuto, pulito, fiori… Lungo le viuzze (tutte scale) la gente sta al fresco, in tranquillità. Case vecchie, ma rimesse a posto. Una è sede di un’organizzazione per il trekking, ma è tutto chiuso. Poi c’è uno slargo, ed una chiesa, l’unica, dedicata a San Lorenzo, il patrono. Allora avete fatto festa! «E certo, l’avemo fatta il 10 agosto». Una festa vera. Anche i fuochi d’artificio? «E ce mancherebbe!», risponde una signora seduta all’ombra: sono in tre: un’anziana ed una giovane immersa nella lettura di un libro. San Lorenzo, ecco perché lei si chiama Lorenza… «E già, aspetti apro la chiesa. Vede? Era tutta affrescata. Laggiù, sopra all’altare principale, la volta era tutta dipinta. C’erano tutti angeli. Poi è venuta l’umidità e j’hanno dato ‘na rinfrescata…», aggiunge ironicamente. Una mano di vernice celestina, a calce, ed ecco eliminata l’umidità e pure gli affreschi che non saranno stati chissà quale opera d’arte, ma che comunque, da quel poco che si vede, erano di buona fattura e risalenti almeno a cinquecento anni fa. La chiesetta è romanica, poi (chissà, forse nel XVIII secolo), è stata risistemata: la facciata è stata allungata verso l’alto e da una parte è stato aggiunto un piccolo campanile. Poi, per rifinirla, ci hanno aggiunto una canala grigia, un cavo elettrico, la canna del gas. Ma tutto questo è roba molto più recente, ovviamente. Certe cose, quelle delle ditte, le piazzano dove gli fa più comodo: tanto è tutta roba vecchia!

La chiesa di San Lorenzo val Serra
Acquapalombo, chiesa di San Lorenzo

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Il fontanile di Acquapalombo in Valserra
Acquapalombo, il fontanile
Val di Serra
L’altare maggiore della chiesa di San Lorenzo ad Acquapalombo
Acquapalombo Valserra
Acquapalombo il gonfalone
Acquapalombo, Valserra
Altare della chiesa di San Lorenzo ad Acquapalombo

 

 n Valserra, la sorgente della palomba

Terremoto a Terni:”Sul monte di Cesi s’aprirà un vulcano”

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Fortuna che, tanto, era estate. Stare all’aperto non comportò un grosso disagio. La gente di Terni la seconda metà di luglio del 1960 dovette passarla fuori di casa, in una tenda da campeggio o in baracche approntate alla bell’e meglio; quelli che ce l’avevano nella roulotte. A tenerli fuori di casa fu la paura del terremoto.
Era la notte del 18 luglio. La città, nonostante fosse tempo di vacanze, era ancora affollata dato che per le ferie si aspettava il 1. agosto e la “fermata” delle acciaierie. Quella domenica parecchi avevano gioito: Gastone Nencini aveva chiuso da trionfatore il Tour de France (e a Terni il ciclismo era sport seguitissimo) e il governo Tambroni stava annunciando le dimissioni. Le Olimpiadi di Roma sarebbero cominciate pochi giorni dopo.
Una notte afosa, come sono spesso le notti d’estate a Terni. La scossa di terremoto fu avvertita da tutti: erano le 3 e 02. Ai ternani, nei secoli, è capitato spesso di fare i conti con movimenti della terra: gente abituata, insomma, a sentire il pavimento tremare sotto i piedi. Un po’ di timore, sì, ma per il resto quasi una “normale amministrazione”. Quella scossa però fu diversa: lunga un po’ più di tre secondi e fu seguita da un boato che fece gelare il sudore addosso alla gente svegliatasi di soprassalto. Passò appena mezz’ora quando ci fu la “seconda ondata”. Ore 3 e 37, durata quattro secondi buoni. A quel punto il panico ebbe il sopravvento. Via da casa. Di corsa verso spazi aperti. I giardini pubblici della Passeggiata, le piazze, i campi della periferia. Qualcuno con addosso un coperta acchiappata al volo o un lenzuolo. La maggioranza coi piedi infilati nelle scarpe slacciate. Alcuni in pigiama; i più in mutande e canottiera. Non c’era da fare tanto gli schizzinosi. La paura è paura. Verso le 5 la terza scossa. Poi altre tre nel corso della mattinata, mentre si contavano i primi danni.
Poca roba: i dati ufficiali parlarono del crollo di alcuni comignoli e di una croce di travertino che stava davanti la chiesa di San Pietro, in corso Vecchio; furono rilevate alcune lesioni agli edifici della Banca d’Italia e del Municipio (che allora era in piazza del Popolo), ma si trattava di costruzioni – fu specificato – che ancora sopportavano le lesioni dei bombardamenti di più di quindici anni prima. Ci fu anche un ferito: un pensionato di 60 anni che in via Eugenio Chiesa saltò dalla finestra di casa: roba da niente avrà pensato visto che abitava al primo piano. Invece si fratturò tutte e due le gambe.
Si misero in moto tutti i servizi di emergenza, mentre le scosse continuavao a susseguirsi: negli spazi verdi disponibili si rizzarono piccoli gruppi di tende, tra le quali spiccavano, qua e là, quelle con teli mimetici distribuite dalla Fabbrica d’Armi. Chi poteva si allontanò da Terni raggiungendo parenti e conoscenti nei dintorni, in campagna. Si ripeteva l’esperienza degli sfollamenti al tempo dei bombardamenti. I due terzi dei ternani lasciarono la città, qualcuno anticipando le vacanze. Una settimana dopo s’erano contate più di cinquanta scosse, tutte di intensità tale da essere chiaramente percepite dalla popolazione. Hai voglia gli esperti, giunti – ovviamente – da Roma, a ripetere che si trattava di scosse di assestamento e che non ci sarebbe stata catastrofe: i discorsi tra gli “attendati” erano ispirati dal timore che cresceva al ripetersi delle scosse e da certe “verità” riportate dai soliti “bene informati” i quali arrivarono diffondere la notizia che gettava luce su quanto accadeva: la turbolenza tellurica annunciava che la montagna di Cesi stava per diventare un vulcano.
Nonostante la preoccupazione, ed i timori di ogni genere da parte delle “autorità”, la città rimase abbastanza tranquilla: i servizi pubblici continuarono ad essere regolari, mentre una lieve contrazione fu registrata – chissà perché – nella vendita dei frigoriferi. Ma c’era persino chi, noncurante di tutto, la sera se ne andava al cinema. Pochi, però: si parlò di una media di una trentina di biglietti staccati ogni sera.
Poi, all’improvviso, la terra tornò tranquilla. Al 30 luglio era “quasi” ufficialemente finito il pericolo. Il 1 agosto i giornali annunciavano che da 48 ore non c’erano scosse. E poi, ormai era arrivato il 1 agosto: tutti al mare.
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Mussolini in visita a Palazzo Mazzancolli, la “Casa del fascio”

Dopo la visita alla "Casa del fascio" Mussolini parla dal balcone del municipio. Folla in piazza (Istituto Luce)
Dopo la visita alla “Casa del fascio” Mussolini parla dal balcone del municipio. Folla in piazza (Istituto Luce)

Tra le opere di Orneore Metelli è sicuramente una delle più presenti nella memoria dei ternani: è il quadro che il pittore–calzolaio dipinse per celebrare a modo suo la visita di Mussolini, a Terni. Era il 1931, novembre. La città da quasi cinque anni era diventata capoluogo di Provincia. Una visita ufficiale alle industrie ternane, ci stava proprio. E fu una giornata celebrata con grande clamore sui giornali dell’epoca. Erano d’altra parte gli anni del consenso. Una per tutte, così riferì la cronaca della giornata sulla Stampa di Torino Enrico Mattei, uno dei giornalisti più importanti del tempo e per parecchi anni a seguire: «Il Duce visita gli stabilimenti del carburo di calcio, la grandiosa centrale idroelettrica di Galleto, la fabbrica d’armi; quindi si reca alla casa del Fascio, nel caratteristico palazzo dei Mazzancolli restaurato recentemente». Palazzo Mazzancolli, costruito nella seconda metà del 1400, dopo essere ospitato tra le sue mura – oltreché i membri della potente famiglia ternana – una filanda e il Monte di Pietà, era diventato la “Casa del Fascio”.
Mussolini, nel compiere la visita agli stabilimenti ed alla città di Terni, dedicò una parte della giornata all’incontro coi fedelissimi. «Una doppia fila di Giovani Fascisti è schierata nel cortiletto da cui si eleva una scala scoperta dalla linea armoniosa– racconta Mattei – Prima di salire, il Duce, attraverso una porticina si affaccia su un giardino da cui gli giunge caldo ed impetuoso l’“A noi!” di un gruppo di vecchi fascisti, la cosidetta vecchia guardia». Hanno tirato fuori per l’occasione «Le logore camicie nere delle squadre d’azione» i vecchi fascisti e si fanno incontro a Mussolini. Uno di loro, Carlo Jacobis – continua la cronaca – fa il discorso, con la voce «non scevra da qualche timore». «Non vi facciamo un dono come da prammatica, ma vi rinnoviamo il giuramento di credere, servire, ubbidire e vi lanciamo l’invocazione di fede. Diteci quali sono i diaframmi da spezzare e noi li spezzeremo».
Mussolini si compiacque e lo sottolineò nel parlare ai camerati ed ai segretari politici del Fascio, presenti all’incontro in federazione insieme ad ex combattenti, mutilati, crocerossine.
«Un gruppo di artigiani ternani si fa avanti – prosegue Enrico Mattei – si fa avanti ad offrirgli un magnifico grifone in ferro battuto». Mussolini raggiunse quindi il Municipio, dove era stata fissata la cerimonia di consegna dei premi dell’operosità e diligenza a lavoratori dell’industria, ai contadini, ai balilla. Il premio consisteva in buoni del tesoro novennali da 500 lire che seduta stante il Duce raddoppiò per contadini e i balilla ed aumentò, con l’aggiunta di una cifra in contanti, per i lavoratori dell’industria.
Era l’epoca del consenso per Mussolini ed il regime fascista, e la riprova la si ebbe in piazza, sotto al balcone del palazzo comunale. Ancora la cronaca di Mattei: «Un operaio, certo Bisaccioni, vorrebbe ringraziare, ma la commozione converte il discorso in un balbettio informe. Il Duce, che non ha bisogno di troppe parole, sorride e gli stringe la mano. Poi fa aprire la finestra e si affaccia. Finalmente! Da due, tre ore, resistendo a qualche lieve acquata intermittente, un’immensa folla lo attende e lo invoca invadendo l’intera piazza e le adiacenze. La sua apparizione […] scatena ora un’ondata di delirio. Si grida a gran voce: “Duce, Duce”. Lo spettacolo è superbo» conclude Mattei.
Un anno dopo, il 13 novembre 1932, i fascisti ternani si riunirono in congresso per commemorare l’anniversario della visita di Mussolini. Per l’occasione arrivò a Terni il segretario del Pnf, Achille Starace, che partecipò anche ad «altra e significativa cerimonia – riferirono le cronache – allo scoprimento di una lapide nel palazzo dei Mazzancolli, acquistato in questi giorni coi denari dei fascisti e del popolo tutto per assicurare alla Federazione Fascista e alle associazioni dipendenti una nobile sede».
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