In Valserra, la sorgente della palomba

Acquapalombo in Valserra
Acquapalombo, in Valserra

Una palomba in volo sulla valle del Serra scorse, dall’alto, una sorgente e scese per dissetarsi. La leggenda narra che è per questo che l’agglomerato di case che oggi c’è lì, si chiama Acquapalombo. La sorgente, sulla montagna, c’è ancora e l’acqua, in paese, sgorga in un fontanile sulla piazzetta. «Il colmo è che quelli del Comune sono arrivati e ci hanno messo su un bel cartello: acqua non potabile». Scuote la testa, la signora mentre spiega: «Sì, lo so, loro si premuniscono, tant’è vero che noi quest’acqua la beviamo lo stesso e non ha mai fatto male a nessuno». Anzi, a guardare la signora, bella rubiconda e in carne, quell’acqua fa proprio bene.
Il fontanile, di quelli grandi dove una volta si abbeveravano i buoi e si lavavano i panni, sta sulla piazzetta, uno dei pochi posti che sta quasi in piano, ad Acquapalombo, per il resto fatto tutto di scale. D’altra parte quelle case stanno sul costone della montagna, a picco sulla valle del torrente Serra, un una delle zone più verdi e più ricche, dal punto di vista ambientale, nei dintorni di Terni.
Il nucleo originario risale al XIII secolo, quando fu costruita una torre di avvistamento. Faceva parte di tutto il sistema difensivo al servizio del Ducato di Spoleto, nel feudo delle Terre Arnolfe. Stanno ancora tutte lì quelle opere fortificate attorno alle quali si sono sviluppati piccoli centri abitati: Acquapalombo, Porzano, Pracchia, Polenaco…
«Residenti? Fino all’anno scorso ce n’era uno, ma mo’ è morto – spiega Marco, una quarantina d’anni – Però gli abitanti sono parecchi, specie d’estate. Io per esempio abito a Borgo Bovio, a Terni, però sto quasi sempre qui quando non lavoro: ci ho un banco al mercato coperto di largo Manni, quello brutto, arancione…».
Ma l’acqua? Fortuna quell’antica sorgente sennò il fontanile stava a secco… «Beh, guarda qui: c’è un’altra tubatura sulla colonna del fontanile – spiega Marco – E’ quella dell’acquedotto, ma quelli del Comune ce l’hanno tappata perché dice che siccome l’acqua usciva di continuo c’era troppo spreco. Un tappo e via. Ma dico io, un rubinetto non ce se poteva mette?». Comune o Sii, il consorzio che gestisce la distribuzione dell’acqua? «Comune, Sii… Chi è, è. Tanto…». Sembrerebbe una piccola cosa, ma è importante per chi abita qui. A parte la questione pratica, c’è la sensazione di non essere considerati a far sentire lontana, e come “cosa loro”, l’istituzione pubblica. «Non ci abbiamo la strada per andare su, verso il cimitero – dice Lorenza – O meglio la strada c’è, ma so’ tutti sassi, buche. Non è asfaltata. Basterebbe una ruspa, in un paio d’ore tutto sarebbe sistemato. Da mo’ che la chiedemo! Ma chi te sente? Per non parlare della strada che porta su dalla provinciale Valserra: du’ macchine non c’entrano, ma che cce vole a daje ‘n’allargata? Niente!». «E’ che ssemo pochi – rincara Marco – pochi voti». Quanta gente c’è, ad Acquapalombo? «Adesso, d’estate una sessantina – dice Marco – ma tu mettice centocinquanta, armeno… Chissà che non ce dessero retta!». Il paesetto è ben tenuto, pulito, fiori… Lungo le viuzze (tutte scale) la gente sta al fresco, in tranquillità. Case vecchie, ma rimesse a posto. Una è sede di un’organizzazione per il trekking, ma è tutto chiuso. Poi c’è uno slargo, ed una chiesa, l’unica, dedicata a San Lorenzo, il patrono. Allora avete fatto festa! «E certo, l’avemo fatta il 10 agosto». Una festa vera. Anche i fuochi d’artificio? «E ce mancherebbe!», risponde una signora seduta all’ombra: sono in tre: un’anziana ed una giovane immersa nella lettura di un libro. San Lorenzo, ecco perché lei si chiama Lorenza… «E già, aspetti apro la chiesa. Vede? Era tutta affrescata. Laggiù, sopra all’altare principale, la volta era tutta dipinta. C’erano tutti angeli. Poi è venuta l’umidità e j’hanno dato ‘na rinfrescata…», aggiunge ironicamente. Una mano di vernice celestina, a calce, ed ecco eliminata l’umidità e pure gli affreschi che non saranno stati chissà quale opera d’arte, ma che comunque, da quel poco che si vede, erano di buona fattura e risalenti almeno a cinquecento anni fa. La chiesetta è romanica, poi (chissà, forse nel XVIII secolo), è stata risistemata: la facciata è stata allungata verso l’alto e da una parte è stato aggiunto un piccolo campanile. Poi, per rifinirla, ci hanno aggiunto una canala grigia, un cavo elettrico, la canna del gas. Ma tutto questo è roba molto più recente, ovviamente. Certe cose, quelle delle ditte, le piazzano dove gli fa più comodo: tanto è tutta roba vecchia!

La chiesa di San Lorenzo val Serra
Acquapalombo, chiesa di San Lorenzo

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Il fontanile di Acquapalombo in Valserra
Acquapalombo, il fontanile
Val di Serra
L’altare maggiore della chiesa di San Lorenzo ad Acquapalombo
Acquapalombo Valserra
Acquapalombo il gonfalone
Acquapalombo, Valserra
Altare della chiesa di San Lorenzo ad Acquapalombo

 

 n Valserra, la sorgente della palomba

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Terremoto a Terni:”Sul monte di Cesi s’aprirà un vulcano”

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Fortuna che, tanto, era estate. Stare all’aperto non comportò un grosso disagio. La gente di Terni la seconda metà di luglio del 1960 dovette passarla fuori di casa, in una tenda da campeggio o in baracche approntate alla bell’e meglio; quelli che ce l’avevano nella roulotte. A tenerli fuori di casa fu la paura del terremoto.
Era la notte del 18 luglio. La città, nonostante fosse tempo di vacanze, era ancora affollata dato che per le ferie si aspettava il 1. agosto e la “fermata” delle acciaierie. Quella domenica parecchi avevano gioito: Gastone Nencini aveva chiuso da trionfatore il Tour de France (e a Terni il ciclismo era sport seguitissimo) e il governo Tambroni stava annunciando le dimissioni. Le Olimpiadi di Roma sarebbero cominciate pochi giorni dopo.
Una notte afosa, come sono spesso le notti d’estate a Terni. La scossa di terremoto fu avvertita da tutti: erano le 3 e 02. Ai ternani, nei secoli, è capitato spesso di fare i conti con movimenti della terra: gente abituata, insomma, a sentire il pavimento tremare sotto i piedi. Un po’ di timore, sì, ma per il resto quasi una “normale amministrazione”. Quella scossa però fu diversa: lunga un po’ più di tre secondi e fu seguita da un boato che fece gelare il sudore addosso alla gente svegliatasi di soprassalto. Passò appena mezz’ora quando ci fu la “seconda ondata”. Ore 3 e 37, durata quattro secondi buoni. A quel punto il panico ebbe il sopravvento. Via da casa. Di corsa verso spazi aperti. I giardini pubblici della Passeggiata, le piazze, i campi della periferia. Qualcuno con addosso un coperta acchiappata al volo o un lenzuolo. La maggioranza coi piedi infilati nelle scarpe slacciate. Alcuni in pigiama; i più in mutande e canottiera. Non c’era da fare tanto gli schizzinosi. La paura è paura. Verso le 5 la terza scossa. Poi altre tre nel corso della mattinata, mentre si contavano i primi danni.
Poca roba: i dati ufficiali parlarono del crollo di alcuni comignoli e di una croce di travertino che stava davanti la chiesa di San Pietro, in corso Vecchio; furono rilevate alcune lesioni agli edifici della Banca d’Italia e del Municipio (che allora era in piazza del Popolo), ma si trattava di costruzioni – fu specificato – che ancora sopportavano le lesioni dei bombardamenti di più di quindici anni prima. Ci fu anche un ferito: un pensionato di 60 anni che in via Eugenio Chiesa saltò dalla finestra di casa: roba da niente avrà pensato visto che abitava al primo piano. Invece si fratturò tutte e due le gambe.
Si misero in moto tutti i servizi di emergenza, mentre le scosse continuavao a susseguirsi: negli spazi verdi disponibili si rizzarono piccoli gruppi di tende, tra le quali spiccavano, qua e là, quelle con teli mimetici distribuite dalla Fabbrica d’Armi. Chi poteva si allontanò da Terni raggiungendo parenti e conoscenti nei dintorni, in campagna. Si ripeteva l’esperienza degli sfollamenti al tempo dei bombardamenti. I due terzi dei ternani lasciarono la città, qualcuno anticipando le vacanze. Una settimana dopo s’erano contate più di cinquanta scosse, tutte di intensità tale da essere chiaramente percepite dalla popolazione. Hai voglia gli esperti, giunti – ovviamente – da Roma, a ripetere che si trattava di scosse di assestamento e che non ci sarebbe stata catastrofe: i discorsi tra gli “attendati” erano ispirati dal timore che cresceva al ripetersi delle scosse e da certe “verità” riportate dai soliti “bene informati” i quali arrivarono diffondere la notizia che gettava luce su quanto accadeva: la turbolenza tellurica annunciava che la montagna di Cesi stava per diventare un vulcano.
Nonostante la preoccupazione, ed i timori di ogni genere da parte delle “autorità”, la città rimase abbastanza tranquilla: i servizi pubblici continuarono ad essere regolari, mentre una lieve contrazione fu registrata – chissà perché – nella vendita dei frigoriferi. Ma c’era persino chi, noncurante di tutto, la sera se ne andava al cinema. Pochi, però: si parlò di una media di una trentina di biglietti staccati ogni sera.
Poi, all’improvviso, la terra tornò tranquilla. Al 30 luglio era “quasi” ufficialemente finito il pericolo. Il 1 agosto i giornali annunciavano che da 48 ore non c’erano scosse. E poi, ormai era arrivato il 1 agosto: tutti al mare.
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Mussolini in visita a Palazzo Mazzancolli, la “Casa del fascio”

Dopo la visita alla "Casa del fascio" Mussolini parla dal balcone del municipio. Folla in piazza (Istituto Luce)
Dopo la visita alla “Casa del fascio” Mussolini parla dal balcone del municipio. Folla in piazza (Istituto Luce)

Tra le opere di Orneore Metelli è sicuramente una delle più presenti nella memoria dei ternani: è il quadro che il pittore–calzolaio dipinse per celebrare a modo suo la visita di Mussolini, a Terni. Era il 1931, novembre. La città da quasi cinque anni era diventata capoluogo di Provincia. Una visita ufficiale alle industrie ternane, ci stava proprio. E fu una giornata celebrata con grande clamore sui giornali dell’epoca. Erano d’altra parte gli anni del consenso. Una per tutte, così riferì la cronaca della giornata sulla Stampa di Torino Enrico Mattei, uno dei giornalisti più importanti del tempo e per parecchi anni a seguire: «Il Duce visita gli stabilimenti del carburo di calcio, la grandiosa centrale idroelettrica di Galleto, la fabbrica d’armi; quindi si reca alla casa del Fascio, nel caratteristico palazzo dei Mazzancolli restaurato recentemente». Palazzo Mazzancolli, costruito nella seconda metà del 1400, dopo essere ospitato tra le sue mura – oltreché i membri della potente famiglia ternana – una filanda e il Monte di Pietà, era diventato la “Casa del Fascio”.
Mussolini, nel compiere la visita agli stabilimenti ed alla città di Terni, dedicò una parte della giornata all’incontro coi fedelissimi. «Una doppia fila di Giovani Fascisti è schierata nel cortiletto da cui si eleva una scala scoperta dalla linea armoniosa– racconta Mattei – Prima di salire, il Duce, attraverso una porticina si affaccia su un giardino da cui gli giunge caldo ed impetuoso l’“A noi!” di un gruppo di vecchi fascisti, la cosidetta vecchia guardia». Hanno tirato fuori per l’occasione «Le logore camicie nere delle squadre d’azione» i vecchi fascisti e si fanno incontro a Mussolini. Uno di loro, Carlo Jacobis – continua la cronaca – fa il discorso, con la voce «non scevra da qualche timore». «Non vi facciamo un dono come da prammatica, ma vi rinnoviamo il giuramento di credere, servire, ubbidire e vi lanciamo l’invocazione di fede. Diteci quali sono i diaframmi da spezzare e noi li spezzeremo».
Mussolini si compiacque e lo sottolineò nel parlare ai camerati ed ai segretari politici del Fascio, presenti all’incontro in federazione insieme ad ex combattenti, mutilati, crocerossine.
«Un gruppo di artigiani ternani si fa avanti – prosegue Enrico Mattei – si fa avanti ad offrirgli un magnifico grifone in ferro battuto». Mussolini raggiunse quindi il Municipio, dove era stata fissata la cerimonia di consegna dei premi dell’operosità e diligenza a lavoratori dell’industria, ai contadini, ai balilla. Il premio consisteva in buoni del tesoro novennali da 500 lire che seduta stante il Duce raddoppiò per contadini e i balilla ed aumentò, con l’aggiunta di una cifra in contanti, per i lavoratori dell’industria.
Era l’epoca del consenso per Mussolini ed il regime fascista, e la riprova la si ebbe in piazza, sotto al balcone del palazzo comunale. Ancora la cronaca di Mattei: «Un operaio, certo Bisaccioni, vorrebbe ringraziare, ma la commozione converte il discorso in un balbettio informe. Il Duce, che non ha bisogno di troppe parole, sorride e gli stringe la mano. Poi fa aprire la finestra e si affaccia. Finalmente! Da due, tre ore, resistendo a qualche lieve acquata intermittente, un’immensa folla lo attende e lo invoca invadendo l’intera piazza e le adiacenze. La sua apparizione […] scatena ora un’ondata di delirio. Si grida a gran voce: “Duce, Duce”. Lo spettacolo è superbo» conclude Mattei.
Un anno dopo, il 13 novembre 1932, i fascisti ternani si riunirono in congresso per commemorare l’anniversario della visita di Mussolini. Per l’occasione arrivò a Terni il segretario del Pnf, Achille Starace, che partecipò anche ad «altra e significativa cerimonia – riferirono le cronache – allo scoprimento di una lapide nel palazzo dei Mazzancolli, acquistato in questi giorni coi denari dei fascisti e del popolo tutto per assicurare alla Federazione Fascista e alle associazioni dipendenti una nobile sede».
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Fucilazione per cinque operai, ma era solo propaganda

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«Un nuovo delitto del governo – titolava l’Unità – Cinque operai fucilati a Roma?». Notizia sconvolgente, specie a Terni dato che si parlava di operai delle acciaierie. Pure se quel punto interrogativo, insieme ai dubbi, alimentava la speranza che non fosse vero.
Nel 1936, dell’Unità che era un foglio clandestino uscirono 14 numeri. Gli operai erano stati arrestati alle acciaierie di Terni, nell’agosto di quell’anno, specificava il giornale. Era da poco in corso la guerra civile in Spagna, il governo fascista appoggiava le truppe del “generalissimo” Franco, mentre tanti italiani, anarchici e di sinistra, andarono volontari nelle Brigate Internazionali, nell’esercito del “Fronte Popolare”. I militanti, in Italia, promuovevano azioni di concreta solidarietà a favore degli spagnoli che s’opponevano a Franco.
A Terni, era in corso una colletta per inviare aiuti. Nello stesso tempo, s’era promossa una protesta contro il governo per alcune misure che avevano avuto pesanti ripercussioni specie su chi viveva di salario. Intervenne la polizia e «parecchie decine di operai furono arrestati» scriveva l’Unità aggiungendo: «Il governo cercò di mettere le cose a tacere. Un giornalista straniero fu espulso dall’Italia per aver mandato la notizia al proprio giornale». Ma la notizia ormai era stata diffusa e il Governo diramò un comunicato ufficiale: «La polizia ha arrestato una ventina di operai fra i duemila che lavorano alle acciaierie di Terni», spiegava. «Gli arresti furono conseguenza del fatto che quegli operai avevano distribuito alcuni manifestini in favore del Fronte Popolare spagnolo oltre ad aver raccolto dei fondi attraverso una colletta nell’intento di mandarli in Spagna». «Gli arrestati – continuava la nota – saranno tradotti davanti al Tribunale speciale per la difesa dello stato. La minima accusa che si possa muover loro è d’appartenere o aver voluto ricostituire un partito disciolto e d’aver fatto della propaganda comunista».
L’Unità non si lasciava certo sfuggire l’occasione di affondare la lama, proprio quella della propaganda. Tsè, commentava, venti arrestati! Saranno almeno un centinaio. Ed aggiungeva mostrando sorpresa: adesso «raccogliere venti centesimi vuol dire per il governo appartenere e voler ricostituire un partito disciolto e fare della propaganda comunista». E giù, una serie di commenti ed
attacchi, di frasi ad effetto.«Al Tribunale speciale siano mandati i mercanti di cannoni, i fornitori di aeroplani, d’armi e munizioni ai ribelli. Questi e questi soli mettono in pericolo la sicurezza del paese».
La notizia delle condanne inflitte dal tribunale speciale agli operai ternani fu riportata in un numero successivo dell’Unità. Vi si legge: «Si è svolto alla fine di ottobre il processo contro trenta operai delle Acciaierie di Terni, arrestati nel mese di agosto in seguito a una manifestazione organizzata dai lavoratori all’uscita dalla fabbrica contro l’invio di armi ai ribelli spagnuoli. Venticinque operai sono stati condannati a trent’anni di reclusione ciascuno,mentre altri cinque sembra siano stati condannati alla fucilazione, con il pretesto di aver sabotato la fabbricazione delle armi destinate a Franco». «Il tribunale degli assassini – continua l’articolo dell’Unità – vuole rispondere con il piombo alla passione con la quale il popolo di Garibaldi segue l’epica lotta per la libertà in Ispagna».
Comunque quelle sentenze di condanna a morte, se mai furono pronunciate, non ebbero seguito. Dei cinque operai che avrebbero corso il rischio di finire davanti al plotone di esecuzione non si è mai saputo niente.

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G.G.Belli, il poeta e l’amore per una ternana ricca

Terni
L’odierna via Garibaldi a Terni. L’angolo che sporge, a sin., è del palazzetto che ospitò il Belli. Al piano stradale aveva sede l’Osteria del Giglio

Aveva 22 anni Giuseppe Gioachino Belli quando affascinò “Mariuccia”. Valentino Conti, il padre di Maria, era ternano. S’era trasferito a Roma per lavoro, essendo avvocato curiale. Nel 1813, quando rimase “fulminata” dal fascino di Gioachino, Maria s’era da poco separata dal marito, sposato un paio d’anni prima. Non era stata un’unione serena quella con Giacomo Pichi, rampollo d’una antica famiglia marchigiana. Maria era rimasta incinta, ma il bambino era nato morto. Giulio aveva fama di godereccio ed in effetti in breve tempo aveva dilapidato il patrimonio della sua famiglia ed aveva cominciato a fare la stessa cosa con quello di Maria. Ben presto, però, si ammalò e cadde in stato di demenza. Tutto a causa, scrisse in una lettera Maria, di “un fiero spavento avuto in casa” di una “birbona”, una “donnaccia che ha frequentato per otto anni” e che “lo ha ridotto all’estrema miseria”. Maria s’era decisa a separarsi da quell’uomo chiedendo la restituzione della dote e mettendo al sicuro il proprio patrimonio, ch’era considerato consistente e che comprendeva non pochi immobili a Terni. Cosicché, quando la relazione tra lei ed il giovane Giuseppe Gioachino, uno brillante e piacente, i commenti non furono certo benevoli. Anche perché Maria non solo era più anziana di 13 anni, ma non era nemmeno una gran bellezza. Quando, nel 1816, si sposarono a Roma si disse che il giovane poeta “aveva appiccato il cappello”. Tanto più che Giuseppe Gioachino in abbondanza aveva solo i nomi di battesimo, ma per il resto era ricco solo di fascino e savoir faire. Giulio Pichi, per parte sua, aveva reso tutto più facile pensando bene di lasciare il mondo terreno, rendendo vedova Maria.
Non da Giulio, quindi, il marito “ripudiato”, vennero i bastoni tra le ruote. Ben altre, infatti, furono le difficoltà che Maria Conti, donna coraggiosa e risoluta, dovette affrontare per coronare il suo sogno d’amore. Sfidò tutti fuggendo col suo amato e sopportò con fierezza il “disonore” di una gravidanza “fuori dl matrimonio”, almeno fino a quando non si potette procedere a “giuste nozze”.
Di fronte al coraggio e alla determinazione della sua “Mariuccia”, Gioachino non rimase insensibile e, come sostiene Massimo Vignali, uno tra i piu accurati biografi del Belli, nutrì per sua moglie ben di piu che un affetto dettato solo dalla riconoscenza. A riprova che non si trattò solo di “appiccare il cappello” c’è il fatto che il patrimonio di “Mariuccia” a conti fatti risultò assai meno ricca di quel che tutti ritenevano. Il patrimonio lo aveva in gran parte dissipato Giulio, anche se comunque, restavano diverse proprietà a Roma e soprattutto a Terni. Proprio al giovane marito Mariuccia affidò la cura dei beni fuori di Roma, ossia quelli ternani: un caseggiato con terreno a Piedimonte, alcuni appezzamenti in zona San Martino e al Monumento (nei pressi del cimitero), a Cesi (la Caprareccia e Palombara) e San Gemini. Oltre, ovviamente, al palazzo “di citta” in quella che oggi è via Fratini e che allora si chiamava via delle Carrozze, come spiega un’epigrafe apposta in loco ad iniziativa dell’Istess, l’Istituto di studi teologici e sociali, cui si deve anche la pubblicazione di uno studio di Pompeo De Angelis sui legami tra il poeta e Terni.
Belli, pur se non aveva “appiccato il cappello” aveva di che essere grato a “Mariuccia”, la quale si preoccupava costantemente di proteggerlo e, per non farlo sentire come un uomo che viveva sulle spalle della moglie, ci mise del suo èperché fosse assunto all’Ufficio del Bollo e del Registro di Roma. Un lavoro, ma che gli consentiva di trovare il tempo per curare gli interessi di “Mariuccia” – diventati anche suoi – a Terni, dove dimorò spesso e non sempe per brevi periodi. Nell’autunno del 1827 Belli trascorse un intero mese a Terni: c’erano canoni di affitto dei terreni da incassare; si voleva vendere la tenuta di Piedimonte bisognosa di interventi di ristrutturazione ritenuti troppo onerosi; c’era da dirimere un contenzioso con la vedova Magalotti. In quel mese Belli, non abitò nel palazzo di via delle Carrozze, ma a casa di certi cugini di “Mariuccia”, la famiglia Vannuzzi. Un palazzetto, in quella che oggi è via Garibaldi. Egli, comunque, preferiva passare piu tempo fuori casa, magari nella vicina “Osteria del Giglio” nominata in uno dei pochissimi sonetti in cui si parla di Terni. Una preferenza dovuta anche ad un fatto che raccontò in una lettera a Mariuccia: “Sappi in segreto che qui si sta in un abisso: neppure si pranza uniti: si va colle mani addosso fra cognate: e le cugine debbono andare a Torre Orsina per qualche tempo, al quale effetto non aspettano che la mia partenza. E’ un inferno”.
Fine dicitore, appassionato di letteratura e di storia, sul finire degli anni Venti il Belli cominciò a scrivere sonetti
in romanesco. E diversi ne sfornò proprio durante i suoi soggiorni ternani: una sessantina. Raramente però Terni è nominata nei circa 2.300 sonetti che costituiscono la sua opera. Accade in “E se magna”, che è del 1832, scritto in occasione della nomina a cardinale di Ludovico Gazzoli; in “Li ciarvelli de li signori” (1834), nel quale si criticano coloro che “…viengheno apposta / da quer culibbus-munni de paesi, / nun antro che pe’ vede in certi mesi / la Cascata der Marmoro…” manco che “…in cammio d’acqua, scaricasse vino”; e in “Certe parole latine”, del 1836, in cui Belli racconta di “Quanno annai cor padron de zi’ Pacifica / a Terni indove er marmo se pietrifica”.
“Mariuccia” morì nel 1837. Il patrimonio ternano finì ben presto. Bellì si distaccò dalla città. Lo sconforto fu grande, tanto che voleva distruggere tutti i sonetti. Li salvò il suo amico, il canonico Vincenzo Tizzani, parroco del rione Monti, che, manco a farlo apposta, nel 1843 fu nominato vescovo di Terni. Protestò Belli contro la decisione del papa. Con un sonetto, ovviamente: “L’Urion de Monti”. Ed accusa il papa per aver “voluto fa vescovo er Calonico Tizzani / senza senticce prima un accidente / li su’ poveri fiji monticiani”; “bisognerà abbozza’ ”, continua, ma “er Zanto Padre ce l’ha fatta grossa! / E poteranno di sempr’ar Governo / li Monti, che j’e tocca una gran sbiossa, / e li Ternani, ch’hanno vinto un terno”.
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Per saperne di più
 -Pompeo De Angelis, “Tizzani e Belli a Terni”. Istess, Terni 1996
 -Pompeo De Angelis, “Giuseppe Gioachino Belli a Terni”, Comune di Terni, 1996
 -Giuseppe Gioachino Belli, “Lettere Inedite A Mariuccia”, a cura di Massimo Vignali, Aracne Roma, 2003

Terni, ricattatore in manette per colpa della pigrizia

Il Teatrio Verdi a Terni
Il Teatro Verdi a Terni

Fare un po’ di soldi senza fatica? E che ci vuole!, pensò lui, basta chiederli a chi ce l’ha. Elementare. Tanto più che uno che i soldi ce li aveva lui lo conosceva pure. Lui, il protagonista della storia, aveva 17 anni. Abitava a Terni nel centro storico. Quello coi soldi era un ingegnere che incontrava spesso, un certo Eraldo. Il quale una mattina nella buca della posta trovò una lettera: «Sono pronto a farti male, molto male – c’era scritto – Se vuoi evitarlo devi darmi trenta milioni». Seguivano le istruzioni: i soldi andavano messi un una valigetta che l’ingegnere doveva lasciare un dato giorno ad una data ora, in un punto preciso, sulla sponda destra del Nera. Era il mese di febbraio del 1950.
Fatto!, pensò il giovanotto. Ormai c’era solo da aspettare la data fatidica. Comunque prima della festa di San Valentino, il patrono di Terni che cade il 14 febbraio. Trenta milioni erano una bella somma: nel 1950 ci si potevano comprare 25 automobili del tipo “1400” che la Fiat proprio in quel periodo aveva lanciato e che costavano 1 milione e 260mila lire. Il pane stava a 94 lire al chilo, la carne a 760.
Poi il giovanotto cominciò ad avere qualche dubbio. Di notte, al freddo, scendere lungo l’argine del Nera… C’era il rischio di scivolare e finire in acqua… E poi? Sarebbe potuto passare qualche malvivente che magari poteva rapinarlo. Oppure un poliziotto che lo avrebbe arrestato. No, no. Contrordine. Nuova lettera all’ingegnere. «La valigetta coi soldi devi lasciarla al barista del caffè del teatro Verdi!». Si, così era meglio: gente che va e che viene, niente freddo, niente pericoli. Già, ma il barista? Bisognava pensare pure a lui. Altra lettera di minacce: «Passerà l’ingegnere tal dei tali: ritira quello che ti darà. Poi passerà un nostro incaricato. Se non vuoi morire, acqua in bocca». Due lettere scritte proprio come si deve, con la giusta cattiveria, e– ovviamente– anonime. E poi era stato furbo: aveva cercato di mascherare la calligrafia. Già, perché le aveva scritte a mano. E così, poi, ci volle un niente per incastrarlo.
Lo presero subito. L’ingegnere denunciò tutto alla polizia. Poi, all’ora stabilita, nel primo pomeriggio di una fredda giornata di febbraio, si presentò al bar del teatro Verdi con la valigetta in mano. Due parole al barista e quindi la consegna. Dopo di che l’ingegnere girò i tacchi e se ne andò. Poco prima di lui erano entrati due clienti che s’erano seduti ad un tavolo ordinando un caffè. Erano poliziotti. Pronti ad una lunga attesa. Invece a momenti non facevano in tempo nemmeno a finire il caffè. Perché manco un quarto ecco un giovane, uno dei clienti abituali del locale il quale, senza nemmeno guardarsi intorno, andò dritto dritto dal barista: «Devo ritirare una valigetta»», disse. Il barista eseguì. Il giovanotto ebbe giusto il tempo di fare due passi verso l’uscita. Gli agenti lo bloccarono, chiusero la porta del bar e trattennero anche il barista del cui comportamento chiesero conto. «Ecco qua – rispose questi sventolando un foglio –mi hanno minacciato di morte se non facevo da passamano». «E tu?», chiesero gli agenti al giovane: «Pure io ho ricevuto una lettera minatoria. Sono nella stessa situazione del barista», rispose prontamente. E dalla tasca posteriore dei pantaloni estrasse il foglio su cui erano scritte le minacce. Il fatto fu che le lettere, comprese quelle recapitate all’ingegnere, avevano tutte la stessa calligrafia. Gli agenti chiesero al giovane di scrivere le generalità. Bastò il nome di battesimo, Lorenzo, e già era tutto chiaro. Il perito calligrafo doveva solo metterci il timbro dell’ufficialità.
Lorenzo ci rimase male. Non si spiegava com’era che l’avessero beccato subito. Eppure s’era creato pure l’alibi con la lettera per sé stesso… Sarà stata colpa della pigrizia? Chissà, forse se non si fosse fatto portare i soldi addirittura al bar…
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Massa Martana, frati contro i Savoia: “Siete prepotenti”

Santa Maria della Pace a Massa Martana. A destra: la lapide della "vendetta"
Santa Maria della Pace a Massa Martana. A destra: la lapide della “vendetta”

Era il 1863 quando fu abolito il convento francescano di Santa Maria della Pace a Massa Martana. Avvenne in attuazione dei decreti del regio commissario Gioacchino Pepoli, che aboliva in Umbria “tutte le corporazioni e gli stabilimenti di qualsivoglia genere degli ordini monastici e delle corporazioni regolari o secolari, eccettuati il Fatebenefratelli di Perugia e i padri Scolopi di Narni, Città della Pieve e Castelnuovo”. Il salvataggio di queste due congregazioni trovava ragione di essere per la riconosciuta particolare utilità dell’opera da esse svolta:  i Fatebenefratelli assistevano gli infermi dell’ospedale per malati di mente, mentre gli Scolopi s’occupavano dell’istruzione dei bimbi poveri.
Gioacchino Pepoli, bolognese, nipote per parte di madre di Gioacchino Murat e di Napoleone Bonaparte (il secondo nome di Pepoli era proprio Napoleone), fu un insurrezionalista molto attivo contro il potere temporale del papa.
In Umbria, dove divenne commissario regio nel 1860, prese diversi provvedimenti contro i chierici e la Chiesa. Non faceva che seguire le direttive del nuovo regno d’Italia che era in duro conflitto proprio col papato e che aveva avviato la politica della confisca dei beni della Chiesa.
Fattostà che il convento di Santa Maria della Pace di Massa Martana dovette essere abbandonato dai Francescani che lì erano dall’inizio del ‘600. Nel tempo esso aveva assunto una sempre maggiore importanza, dato che era stato dichiarato convento di studio, insieme a quelli di Assisi e dei Santi Cosma e Damiano a Roma. Al momento della soppressione era anche casa di noviziato.
Certo, non intonarono canti di gioia i frati francescani costretti ad andarsene e covarono non poco risentimento nei confronti dello stato italiano. Dovettero aspettare una quarantina di anni, ma una soddisfazione se la cavarono. Nel 1926 il convento fu loro restituito e nel riprenderne possesso vollero togliersi almeno lo sfizio di spubblicare il regno d’Italia per il torto a loro parere subito. Lo fecero mediante una lapide, apposta su una parete laterale della chiesa attigua al convento e che sorge dirimpetto al cimitero di Massa Martana. Nella lapide, che in latino, si ricorda come nell’anno V dell’era fascista (1926, appunto) il convento fu riconsegnato ai terziari francescani, dopo essere stato chiuso “sub aequiore Italiae regimine”.  Una vendetta sottile, compiuta con un’espressione nemmeno tanto velatamente polemica. Merito anche della lingua latina mediante l quale è possibile esprimere con una parola un concetto ben più complesso.  Quel “sub aequiore” la dice lunga. In pratica si accusa il regno d’Italia di aver disatteso il principio secondo cui stato e chiesa avrebbero dovuto essere due poteri equilibrati, uguali. Ma lo stato sabaudo s’era considerato “più uguale” della Chiesa e da posizione dominante aveva deciso di cacciare i francescani. Una prepotenza bella e buona, insomma.
La lapide ricorda comunque che la riconsegna del convento e quindi il ritorno dei frati francescani avvenne grazie all’impegno principale di tre personaggi: il vescovo di Todi, Aloisio Zaffarami, il podestà di Massa Martana, cavalier Antonio Orsini Federici, e l’arciprete Ilario Alcini, parroco del luogo.
Nel 1933 Santa Maria della Pace tornò anche ad essere sede del noviziato. Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1946, divenne seminario serafico e al giorno d’oggi è casa di accoglienza per convegni e ritiri.

Massa Martana, frati contro i Savoia: “Siete prepotenti”

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Valentino, l’altra storia del santo dell’amore

Terni, basilica di S.Vaòentino
La basilica di San Valentino

Si arrivò alla lite per decidere chi dovesse essere l’unico, vero santo protettore di Terni. Sì, il compito era stato “assegnato” da secoli a San Valentino, ma poi, col passare dei secoli un santo solo sembra non bastasse più. E così gli furono affiancati San Procolo e Sant’Anastasio. Quest’ultimo era anzi diventato il protettore principale della città, venerato nella cattedrale dove, nella cripta, si trovava – e si trova – la sua tomba.
Era prassi, ormai, nell’età di mezzo, che le città moltiplicassero i santi protettori e con loro le feste solenni. Le parate e manifestazioni religiose di “prima classe” si susseguivano così, ovunque, a ritmo costante e serrato. Papa Urbano VIII pensò che era ora di finirla e stabilì che ogni città doveva avere un solo santo. Che i fedeli decidessero.
A Terni la faccenda sfociò in un acceso dualismo: la congregazione ecclesiastica si pronunciò per Sant’Anastasio, il consiglio municipale votò unanime per San Valentino, “santo, ternano, vescovo di Terni”. San Procolo non fu nemmeno preso in considerazione. Le posizioni s’erano irrigidite. Nessuna delle due parti schiodava. Da una parte l’ecclesia, dall’altra il popolo. Ad evitare scontri e qualche guaio si stabilì di girare la questione al papa. Visto che lui aveva creato la situazione difficile, che se la risolvesse… Ed Urbano VIII la soluzione la trovò subito: il popolo ritiene San Valentino unico, vero patrono della città. E allora così sia.
San Valentino fu nominato vescovo di Terni nel 197, giovanissimo. La tradizione narra che fu martirizzato il 14 febbraio del 273. Ci fu, in verità, un altro Valentino vescovo di Terni, ma circa tre secoli dopo (dal 520 al 533). Stesso nome, stessi natali ternani. Per distinguerlo dal vescovo e martire è comunque chiamato Valentino II. E Anastasio? Fu anch’egli vescovo di Terni, dal 606 al 633. Sulla sua figura storica non è che manchino, comunque, le incertezze: secondo alcuni era ternano, per altri un aramaico che dalla Siria era approdato a Roma e da qui inviato a Terni con un compito ben preciso. In pratica la sede episcopale ternana fu “commissariata” dalla curia romana che considerava Terni una città ribelle, in cui s’era smarrita la retta via e dove vigeva un’eccessiva libertà di costumi. Troppo goderecci i ternani. Andavano in qualche modo redenti. Appare trasparente, quindi, il motivo che era alla base del dualismo sulla scelta di un unico patrono.
Il giorno di festa dedicato a San Valentino, l’ “originale”, fu scelto a suo tempo nel 14 febbraio, non a caso. Il cristianesimo, nel periodo della sua principale diffusione, spesso inglobava preesistenti riti pagani. Lo scopo era di evitare una frattura netta tra la religione nuova e la tradizione popolare vecchia di secoli.Umbria sud
Il 14 febbraio, indicato come giorno del martirio di San Valentino, era anche il giorno principale in cui i pagani celebravano i “Lupercali”, la festa della fertilità dedicata al dio Luperco, protettore delle greggi e dei lupi. La fertilità era intesa, quindi, come “figliolanza” delle greggi, come procreazione più che come abbondanza dei frutti della terra. Per i pagani il 14 febbraio era quindi la giornata dell’amore e degli innamorati, la cui protezione San Valentino – si potrebbe dire – si trovò in eredità. Ma la cosa non solo fu accettata ben presto nel resto del mondo cristiano, ma addirittuta divenne il motivo principale della considerazione del vescovo e martire ternano nei paesi di cultura anglosassone.
Non è un caso che William Shakespeare vi faccia riferimento nell’Amleto. Nel quarto atto, infatti, Ofelia, distrutta dal dolore per la morte del padre Polonio e per il rifiuto d’amore da parte del tormentato principe di Danimarca, canta: «Sarà domani San Valentino/ci leveremo di buon mattino,/alla finestra tua busserò,/la Valentina tua diventerò»./Allora _ continua il testo – egli si alzò, /delle sue robe tutto si vestì,/la porta della camera le aprì, /ed ella non più vergine ne uscì. Quello di Shakespeare, non pare essere il San Valentino dell’amore universale né quello delle promesse o dell’amore spirituale. D’altra parte nei paesi anglosassoni il “Valentine’s day” fu considerato generalmente più che altro come il perpetuarsi dei Lupercali. La festa tradizionale del Valentine’s day si svolgeva più o meno così: ognuna delle giovani in età inseriva un messaggio in un grande vaso; i ragazzi, affidandosi alla sorte, estraevano uno di tali messaggi e quindi dovevano individuarne l’autrice. Se la ricerca andava a buon fine, il ragazzo e la ragazza diventavano partners sessuali per tutta la festa.
Ecco: Anastasio, nel caso di Terni, avrebbe dovuto far sì che i ternani fossero devoti, sì, al loro santo, ma non eccedessero nel fare loro i costumi anglosassoni. A questo scopo, a far sì che non finisse nel dimenticatoio l’”esortazione” di cui Anastasio era portatore, il suo nome fu affiancato a quello di San Valentino nella protezione della città. Ma quando fu obbligatorio scegliere tra i due santi il popolo di Terni volle Valentino.
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Terni, vince alla lotteria e tiene il segreto per mezzo secolo

La sera del 6 gennaio 1960 in un appartamento di Terni si sentì il botto di una bottiglia di spumante cui fu fatto saltare il tappo. Una famiglia festeggiava tra abbracci e baci, ringraziando Canzonissima, seguitissima trasmissione televisiva abbinata alla Lotteria di Capodanno. Lì abitava viveva il fortunato possessore – come si dice – del biglietto vincente il terzo premio della lotteria. La sera del 6 gennaio la Befana regalava un bel pacchetto di soldi, ma solo a pochi tra le varie migliaia di persone che avevano tentato la sorte comprando un biglietto. A quello sconosciuto ternano era capitato il Serie Q numero 49277 venduto in provincia di Terni. Era abbinato alla canzone “Vecchio frack”, classificatasi terza nella serata finale (la graduatoria delle canzoni era stabilita attraverso un sistema complicato di cartoline e votazioni degli ascoltatori) e portò trenta milioni in tasca al suo possessore.
Trenta milioni non erano roba da cambiarti radicalmente la vita, ma – insomma – non erano pochi. Tanto per farsi un’idea, nel 1960 la benzina costava 125 lire al litro; un pacchetto di sigarette nazionali Esportazione con filtro, 240 lire; un frigorifero stava intorno alla 120mila lire; quell’anno costò mille lire il biglietto per un posto in piedi per assistere alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Roma, mentre una poltrona in tribuna costava novemila lire. Vale a dire che con trenta milioni uno poteva quanto meno togliersi qualche bella soddisfazione.
Ovviamente cominciò la “caccia” ai vincitori. Poco dopo la fine della trasmissione si seppe chi era il possessore del biglietto AD 508 che, venduto a Perugia, aveva vinto il settimo premio: era abbinato alla canzone “Signorinella” cantata da Achille Togliani e vinse venti milioni. L’aveva in tasca un giovane imprenditore tessile di Ponte Felcino, Mario Guelpa, che ai cronisti raccontò di aver comprato il tagliando fortunato al ristorante sul lago Trasimeno. Era lì a pranzo con gli amici: il cameriere glielo aveva offerto, e lui aveva pagato le 500 lire del biglietto che poi si era messo in tasca senza nemmeno pensarci più. Fino a quella sera, ovviamente.
Per scoprire gli altri vincitori i cronisti dovettero faticare un po’ di più. Alla fine individuarono il vincitore dei cento milioni del primo premio: era un piccolo ristoratore di Parma. Invece non fu mai scoperto colui che aveva stappato lo spumante a Terni. A parte quel botto seppe ben tacere e nascondersi. Negli anni successivi altri biglietti vincenti di varie lotterie risultavano venduti a Terni, o meglio, in Pr4ovincia di Terni. Il più delle volte li aveva comprati gente che s’era fermata alla stazione di Fabro dell’Autosole. Gente di fuori, insomma. Ma nel 1960 l’autostrada non c’era.
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Cerreto: per protesta gira le spalle al papa

Ponte, frazione di Cerreto di Spoleto in Valnerina
Particolare della facciata della pieve di Santa Maria, a Ponte, frazione di Cerreto di Spoleto

Ammirando la facciata della chiesa di Santa Maria, a Ponte, frazione di Cerreto in Valnerina, un particolare colpisce: la statuetta di un uomo che, con le braccia alzate sopra la testa, sorregge il grande rosone. L’uomo è di spalle. Mostra le spalle a chi guarda la facciata. Quasi a mandare un segnale, a esprimere una qualche protesta, a sbeffeggiare qualcuno che doveva essere potente. Capitava non raramente che il committente di un’opera – o magari l’architetto che la costruiva – vi inserisse la propria immagine. Sono molte, così, le raffigurazioni di personaggi che sostengono con le proprie braccia quella stessa opera riprodotta in miniatura, o tengono in mano un oggetto, simbolo di un’idea, un’appartenenza, una battaglia politica. Un atto di protagonismo, forse, ma proprio per questo mostrano sempre il volto. Nel caso di Ponte, no. E non può non venire in mente che c’è un caso simile,seppur datato circa quattro secoli dopo la costruzione della chiesa di Santa Maria.
A Roma, vicino al Pantheon, c’è il “Pulcino della Minerva”, un monumento di Bernini: un elefantino sorregge un obelisco. Fu rivenuto durante lavori di ammodernamento nell’attiguo convento di frati domenicani ed il papa volle che esso arricchisse la piazzetta antistante la chiesa di Santa Maria sopra Minerva. Il progetto complessivo, opera del Bernini, non piaceva però ai domenicani i quali pretesero ed ottennero dal papa che all’architetto fosse ordinato di apportare alcuni cambiamenti. Con grande ed evidente disappunto del Bernini il quale si vendicò. Piazzò il monumento al centro della piazza, ma lo orientò in maniera che le “terga” dell’elefantino fossero la prima cosa che vedevano i domenicani non appena aprivano le finestre del loro convento (oggi è un albergo e lo scenario è riservato agli ospiti).
In effetti, nel caso di Ponte, qualcosa accadde nel periodo di edificazione della chiesa, la cui facciata fu realizzata in due tempi: la parte inferiore è del XII secolo, quella superiore del XIV. Nel corso del XIII secolo il papa Martino IV si “macchiò” della decisione di declassare la pieve di Ponte che fino ad allora estendeva la propria influenza su un vasto territorio che comprendeva anche Norcia e Cascia. Martino, per opportunità politica, cedette la Pieve ai signori di Camerino. Significò l’addio ai retaggi di un passato importante, che traeva origine dal tempo in cui fu gastaldato Longobardo. . Chi ci dice che quel mostrare le terga, non sia una protesta contro la decisione del papa?
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Cerreto: per protesta gira le spalle al papa

 

La pieve di Santa Maria a Ponte, frazione di Cerreto di Spoleto
La pieve di Santa Maria a Ponte, frazione di Cerreto di Spoleto
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Curiosità da Terni, l'Umbria, e l'Italia centrale: fatti, persone, tesori nascosti

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