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Terni, scontri per il centenario della Rivoluzione Francese

Terni porta garibaldi
Porta Garibaldi fu teatro degli scontri tra operai e soldati

Il giorno era il 5 maggio, anniversario della partenza da Quarto della spedizione dei Mille. In più quell’anno, il 1889, cadeva il centenario della Rivoluzione Francese, che fu ricordato con grandi manifestazioni soprattutto in Francia ma da chiunque, in Europa, avesse uno spirito democratico. A Terni, figurarsi. Si dice che fossero almeno ottocento, tra repubblicani e socialisti, coloro che si riunirono al parco delle Grazie. Fu una grande manifestazione che si tenne fuori dalle “mura cittadine”, anche perché non è che il governo guardasse tanto di buon occhio a certe manifestazioni “di facinorosi e sovversivi” e non guardava con favore alle manifestazione di celebrazione della Rivoluzione.
Finita la festa, una scampagnata, durata per tutto il pomeriggio, ormai all’imbrunire tutti tornarono in città, anche perché era scoppiato un temporale. In corteo. A Porta Garibaldi c’erano i soldati, schierati, a rinforzae il presidio dei carabieri. Non ci volle molto a far scattare la scintilla, e fu subito scontro, cruento. Con feriti ed una quarantina di arresti.
Le prime notizie, concitate, erano per forza di cose frammentarie ed imprecise. “Pare che ad un certo punto –riferirono le cronache giornalistiche – si siano sollevate grida sovversive. Intervennero la forza pubblica e picchetti di truppa. Siccome gli operai non obbedirono alle intimazioni avvenne una colluttazione. Si parla di numerosi feriti. Furono fatti circa cinquanta arresti”. Cronaca imprecisa e pure leggermente esagerata: notizie provenienti da ambienti ministeriali, il giorno dopo, furono più dettagliate. I feriti furono due: un capitsno di fanteria ed un maresciallo dei carabinieri, uno per una ferita da taglio (una coltellata ma niente di grave) e l’altro colpito da una sassata.
Gli arrestati furono 39 e furono incarcerati a Spoleto. Il loro trasferimento da Terni avvenne durante la notte stessa.
Ovvia la “coda” in Parlamento. Alla Camera dei Deputati furono presentate tre interrogazioni da altrettanti deputati della destra: Ruggiero Bonghi, Errico Ungaro ed Edoardo Pantano. I quali non solo sottolineavano la gravità del fatto, ma accusavano il governo (presidente e ministro degli interni era Francesco Crispi) di esserci andato con la mano troppo leggera: “Perché i soldati avevano cartucce a salve?” chiesero, infatti a Crispi. La replica fu che le cartucce non erano a salve, ma che i soldati avevano evitato di spargere sangue, e s’erano limitati a circondare la folla. Comunque – aggiunse Crispi – ciò non significa che il governo reagisca con debolezza, se fosse necessario le cartucce a palla i nostri soldati sapranno usarle. “Male – fu la replica degli interroganti – perché la cartucce vanno usate contro gli stranieri non contro i cittadini italiani”.
E’ trascorso più di un secolo, eppure certe volte pare che non sia passato nemmeno un giorno.

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Collescipoli “capitale” del Comintern

L'ex municipio di Collescipoli
L’ex municipio di Collescipoli

Sulla carta geografica dell’Europa appesa ad una parete, una grossa freccia ed un cerchio rosso  indicavano un nome: Collescipoli. Questione che desta non poca sorpresa, anche perché quella  carta geografica era appesa alla parete di un ufficio di Mosca: quello del Comintern, l’organizzazione della Terza Internazionale comunista. Era vero? Nel 1925 ci fu chi la raccontò così e sembra che proprio a Collescipoli avesse sede una delle sezioni tra le più attive ed importanti del Comintern in Italia. Sarà stata la vicinanza con Roma? O la scelta aveva trovato fondamento sulla tradizionale vocazione rivoluzionaria dei collescipolani che furono garibaldini particolarmente attivi e a stretto contatto col Generale?
Era il 30 ottobre del 1925, quando L’Unità riferì una notizia cui era stato dato grande risalto sul magazine – si direbbe oggi – Epoca, la “fascista Epoca”, sottolineava il giornale fondato da Antonio Gramsci. Epoca aveva raccontato pochi giorni prima di «una brillante operazione» compiuta «da alcuni militi romani» i quali avevano scoperto e cancellato un «vasto movimento sovversivo». Un complotto talmente importante che dell’operazione s’incaricarono i fascisti di Roma e non quelli di Terni, anche perché era «al comando della decima zona della milizia nazionale dell’Urbe» che «era pervenuta notizia che a Terni e nel limitrofo comune di Collescipoli alcuni comunisti tentavano di riorganizzare la loro più che disgregata compagine».
Fu così che i militi romani escogitarono un piano “diabolico”: alcuni di loro si finsero comunisti ed aderirono al movimento, partecipando a varie assemblee. Fu in queste occasioni che potettero rendersi conto di quanto le cose fossero andate avanti: nei locali dove si tenevano le assemblee c’erano pacchi di giornali di propaganda, tessere ed elenchi di comunisti. Non solo: i fascisti romani ebbero la possibilità di constatare che gli ordini arrivavano alla “centrale di Collescipoli” direttamente dal Comintern insieme a «parecchio denaro». Chiaro: non c’era tempo da perdere. Era ormai arrivato il momento di agire. Alcuni ufficiali della milizia avvertirono i carabinieri e, tutti insieme, fecero irruzione «in un remoto locale di un quartiere eccentrico (nel senso di periferico, ndr) di Terni» dove si teneva l’assemblea generale cui partecipavano «ben 25 comunisti guidati dall’onorevole Giuseppe Sbaraglini». Ci fu irruzione: «La commedia è finita. Siamo ufficiali e militi della milizia nazionale. Alto le mani; e silenzio». Furono arrestate ventisei persone, tra le quali l’ex deputato Sbaraglini, «e i noti fratelli Monghini di Collescipoli, nonché Gino Cacace e Urbinati». Furono sequestrati seimila lire, opuscoli di propaganda, tessere, ruolini e diverse rivoltelle. Riferita la notizia così come pubblicata da Epoca, l’Unità commenta: «È necessario rilevare che il “complotto sovversivo” dell’Epoca è fatto di una serie di grosse balle infilate l’una dietro l’altra». Un’operazione di propaganda, insomma, anche perché _ aggiunge l’Unità _ «Sugli arresti denunziati dal giornale fascista nessuna notizia abbiamo da nostra fonte». Era davvero una balla colossale?
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Wassili D’Angiò, l’ultimo castellano della Rocca di Narni

La Rocca di Narni in un'antica stampa. Nel riquadro Wassili D'Angiò
La Rocca di Narni in un’antica stampa. Nel riquadro Wassili D’Angiò

Fosse ancora vivo, sarebbe garantito: al Comune di Narni una bella causa non gliela eviterebbe nessuno. Wassili d’Angiò, duca di Durazzo, conte di Gravina e di Alba, ex capitano dell’esercito zarista, ultimo discendente del re di Napoli, di Sicilia e d’Albania Carlo D’Angiò, non si è mai preoccupato di niente quando c’era da portare qualcuno davanti al giudice. Anzi, ogni occasione era buona per lui. Continua a leggere Wassili D’Angiò, l’ultimo castellano della Rocca di Narni