Archivi categoria: Umbria ieri

Renato, il negozio al camping e quattro calci al pallone sulla spiaggia

RENATO arrivava tutte le mattine intorno alle 5 e mezzo su una bicicletta da donna che, chissà quanto tempo prima, forse era celeste, perché quello era il colore che affiorava un po’ dappertutto, tra ruggine e scrostature. In bici ogni mattina, faceva una decina di chilometri per…

Continua a leggere⇒

Annunci

Fatti e fattacci accaduti in Umbria nel mese di ottobre

Ottobre – Cronaca di avvenimenti verificatisi nel corso dei secoli nel mese di ottobre in Umbria.

Leggi⇒

Tra Spoleto e Terni cadono le barriere doganali

27 ottobre 1418, i due centri del sud dell’Umbria Terni e Spoleto, stipulano un accordo di libera circolazione di uomini e merci, una sorta di gemellaggio con abbattimento di barriere doganali.

Leggi⇒

Lugnano, colpo di zappa alla schiena a una guardia di finanza

Lugnano in Teverina, 24 ottobre 1899. I finanzieri stavano verificando la custodia del tabacco in un’azienda agricola. Diverbio e poi lite con i braccianti che si opposero all’arresto di uno di loro. Poi intervennero i carabinieri.

 

Leggi⇒

Un nazista, un’ebrea e una lezione di civiltà

 

1942, Università per stranieri di Perugia: l’ambasciatore del Reich costretto a essere gentile con una ragazza polacca.

Continua a leggere Un nazista, un’ebrea e una lezione di civiltà

Spoleto, così nacque il Festival dei due Mondi

visconti
Luchino Visconti col basso Chapman e il soprano Skakeh Vartenissian

“Dal 5 al 29 giugno, Festival di Spoleto, spettacoli lirici, di prosa, balletti, concerti, mostre di arte figurativa, retrospettiva cinematografica”. E’ il testo di un’inserzione pubblicitaria che uscì sui principali quotidiani italiani, a più riprese tra la fine di maggio e i primi di giugno del 1958. Continua a leggere Spoleto, così nacque il Festival dei due Mondi

Orvieto e Spoleto capoluoghi di provincia, ma per un mese

Erano addirittura quattro le province in Umbria appena dopo l’Unità d’Italia, perché quattro erano le delegazioni pontificie che il nuovo stato ebbe in eredità. Gioacchino Napoleone Pepoli, generalmente indicato come “commissario regio per l’Umbria” aveva formalmente un incarico diverso, visto che l’Umbria come entità amministrativa non esisteva: Pepoli era così il “commissario speciale delle quattro province dell’Umbria”, intesa solo come entità geografica. Le delegazioni assunsero il nome di “Provincia” ed mantenevano il capoluogo dei tempi dello stato pontificio: Perugia, Spoleto, Orvieto e Rieti. Continua a leggere Orvieto e Spoleto capoluoghi di provincia, ma per un mese

Per l’anagrafe la sposa ha una figlia: lo sposo sviene

Quando c’è di mezzo la burocrazia

 

La signorina Anna C., nel 1953, era già matura, nel senso che la trentina l’aveva ormai bell’e superata. Non che fosse una zitella acida, però, perché Anna era una bella ragazza ed il fidanzato ce l’aveva. Uh se ce l’aveva! Da anni. Il loro amore era nato a guerra già finita da un po’, ma ci volle tempo prima che la coppia avesse la possibilità di mettere a verso tutte le cose e convolare a nozze. Loro, i due fidanzati che abitavano in una frazione di Perugia, comunque si amavano e decisero di fare le cose con pazienza. Volevano un bel matrimonio, ed aspiravano a porre prima le basi per una vita tranquilla una volta sposati. Arrivati al 1953 le premesse c’erano tutte. Era ora di “cacciare” le carte. Si presentarono quindi col sorriso sulle labbra all’ufficio anagrafe di Perugia. Fu tutta colpa dell’innocente curiosità dell’impiegato. «Eccole il certificato in cui si attesta che lei è nubile» disse questi alla signorina Anna, la quale allungò le mani per prendere il foglio mentre il fidanzato, accanto a lei, gongolava. Ma subito l’impiegato aggiunse: «E la bambina? Che ne dice?». «La bambina?» chiese lei pensando di trovarsi al cospetto di un impiegato burlone. «La bambina, la bambina… – insistette l’impiegato – Giovanna, sua figlia di nove anni. Che dice del fatto che lei si sposa? Lo fa per la piccola, vero?..».
La signorina Anna rimase col braccio destro paralizzato, il viso bloccato in una brutta smorfia. Diventò pallida strabuzzando gli occhi. Ben peggiore fu la reazione del fidanzato, che cominciò a balbettare, quindi sentì le ginocchia piegarsi. Buon per lui che portava il cappello, perché almeno coloro che lo adagiarono stravaccato su due sedie ebbero qualcosa da sventolargli davanti alla faccia… «’Na bambina?»,  farfugliava… «’Na freghina de nov’anni! E m’ha tenuto tutto nascosto per tanto tempo, com’ha fatto? E i’ tontolone ’n me so ‘ccorto de gnente, ‘l ve’ com so le coss. Fidate, fidate cocco, me diceva. Ah fidet ssì! Traditora». Lo stupore lasciava spazio alla rabbia; il sentimento al risentimento. E poi: che figura davanti a tutta quella gente che stava in fila all’anagrafe!
Ad Anna dovettero far annusare l’aceto: Si scosse e cominciò a protestare. Ma quale bambina! Lei non aveva mai avuto rapporti intimi con nessuno, nemmeno con quel fidanzato che era stato così paziente e che s’era frenato in attesa del matrimonio. Era pronta a dimostrarlo, c’era sicuramente uno sbaglio. Tutta colpa della guerra che, passando, aveva portato tutta una serie di sconquassi: morti, distruzioni, la rovina per molte famiglie. Perfino rovina di una famiglia ancor prima che si formasse. Eh no. Non poteva permetterlo. «Dicon tutte cussì…», filosofeggiò il promesso sposo che ormai s’era rassegnato a rimanere scapolo ad oltranza. Ma poi, davanti alle rimostranze, agli spergiuri, alle lacrime acconsentì ad una temporanea tregua. Che fu brevissima, perché nel giro di un’oretta s’era già convinto e s’era schierato apertamente dalla parte di lei comincinado ad inveire contro la burocrazia.
Seguì un esposto alla magistratura la quale andò – come si dice – a fondo. La cosa non sfuggì ad un cronista perugino che subito pubblicò la storia sui giornali. Per Anna cominciò una periodo di umiliazioni, un succedersi di situazioni imbarazzanti, ma volle andare avanti. Con coraggio e con la forza che dà il sapere di avere tutte le carte in regola, non solo quelle dell’anagrafe.
Gli accertamenti medici dimostrarono che aveva ragione lei: la sua illibatezza fu certificata. Finita la storia tirò un grosso sospiro di sollievo, che però fu un niente rispetto al tornado che scatenò col risucchio del proprio sospiro il promesso sposo.
Rimaneva da capire cos’era davvero successo. Ci pensarono i carabinieri e la magistratura di Perugia. Agli inizi del 1944, in effetti, una donna nubile di 32 anni che abitava nella stessa frazione di Anna, fu ricoverata al policlinico di Perugia dove dette alla luce una bimba cui fu dato il nome di Giovanna. Era il frutto di un incontro con uno dei tanti soldati di passaggio tra i tedeschi che si ritiravano e le truppe alleate che avanzavano. Per difendere la propria reputazione fornì le generalità di una donna che conosceva. Erano tempi in cui non evidentemente si andava per il sottile nemmeno in questioni così delicate. La bimba morì poche settimane dopo la nascita di broncopolmonite, ma all’anagrafe nessuno lo comunicò. E per loro, quelli del Comune, Giovanna era una bimba che nel 1953 aveva nove anni ed una mamma: Anna C., la quale rischiò di diventare vedova ancor prima di diventare moglie di quel giovanotto dal cuore che si mostrò robusto.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

 Scherzi dell’anagrafe: “La sposa ha una figlia” e lo sposo sviene

Todi, 85 operai a spasso: chiude il pastificio

pastificio cappelletti todi
L’ex pastificio Cappelletti a Todi Ponte Rio

Anni Sessanta: gli anni del boom economico italiano. Ma aTodi chiudeva una delle attività produttive più importanti e 85 tra operai ed impiegati furono licenziati. Tutta colpa di una banca sudamericana, la Banca Rio della Plata, se il Pastificio Cappelletti di Todi era costretto a serrare i battenti, sostennero in parlamento quattro deputati umbri: Alfio Caponi e Mario Angelucci (Pci), Vittorio Cecati e Dario Valori (Psi) chieserolumi al ministro dell’Industria e del Commercio, Emilio Colombo. Era il 2 maggio del 1961 quando il ministro rispose in aula alla loro interrogazione. Nel frattempo il pastificio di Todi aveva chiuso già dal settembre dell’anno prima. E’ passato più di mezzo secolo. La fabbrica c’è ancora: un bel complesso edilizio scolorito (era rosso); l’insegna a tutta facciata: “Molini & Pastificio S.p.A. Cappelletti”. In abbandono totale o quasi perché sporadicamente per qualcosa è utilizzato. Per esempio con estemporaneo palcoscenico in qualche edizione del Festival di Todi. Passato alla ditta Spazzoni, i proprietari ne hanno impedito la decadenza totale usandolo, seppur in piccola parte, come deposito di granaglie e sede di uffici, mantenendo al suo interno macchinari di grande valore storico, come testimoniato qualche anno fa, da un giovane ricercatore, Matteo Pacini, che vi trovò in buono stato, macchinari di legno che erano usati negli anni Cinquanta del ‘900, tra i quali alcune rare macchine granulatrici.
Che c’entrava, negli anni Sessanta, una banca sudamericana con la Molini & Pastificio S.p.A. Cappelletti? La risposta del ministro Colombo aiuta a far luce. La banca, in verità, era italiana. Il nome completo era «Credito veneziano e del Rio de la Plata». Aveva sede a Milano, ed era nata nel momento in cui il “Credito industriale di Venezia” aveva acquistato la filiazione italiana del “Banco d’Italia y Rio de la Plata”, una banca argentina fondata con capitali italiani nella seconda metà dell’Ottocento.
Da anni in grave crisi di liquidità, la Molini & Pastificio S.p.A. Cappelletti aveva dovuto depositare in favore dell’istituto di credito l’intero pacchetto azionario. E la banca, che di mulini e pastifici non sapeva che farsene decise di smettere l’attività. L’intenzione, per la verità, era di trovare un acquirente e quindi in un primo periodo, pur se la produzione era sospesa, si mantennero in servizio i dipendenti che ricevevano regolare stipendio. S’era dato da fare anche il ministero -riferì Colombo – favorendo l’acquisizione di una commessa per la lavorazione di 5100 quintali da parte dell’associazione nazionale mugnai, ma alla fine, il 12 settembre 1960,arrivò la comunicazione che da quel giorno la fabbrica era chiusa definitivamente.
I lavoratori risposero occupando lo stabilimento, ma dopo pochi giorni, non potettero far altro che prendere atto che erano stati tutti licenziati. «Ma alcuni – aggiunse il ministro – sono stati nel frattempo assunti da altre imprese locali», ed altri 55 sarebbero stati assorbiti per un anno da due cantieri che il ministero del Lavoro aveva avviato per la ricostruzione dell’Istituto Artigianelli Crispolti e per la sistemazione della strada Asproli-Porchiano.
Del pastificio di Todi rimase solo il grande edificio abbandonato, a far mostra di sé a tutti i viaggiatori della ferrovia  Centrale Umbra i cui treni si fermano alla stazione Todi–Ponte Rio che sta proprio davanti al piazzale del pastificio. Un fabbricato che fu considerato di pregio, quando, negli anni Venti del Novecento i fratelli Marzio e Colombo Cappelletti realizzarono il progetto dell’architetto perugino Dino Lilli. Avevano da poco rilevato lì, a Ponte Rio,un piccolo mulino proprio con la mira di trasformarlo in un’impresa più grande e moderna. E lo fecero procurando lavoro stabile per 120 persone. Nel terzo millennio il complesso è stato inserito nei programmo di riqualificazione urbana promossi anni addietro dal ministero dei lavori pubblici. Ma da allora non c’è stata alcuna novità. Tutto dimenticato, pare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA