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L’ingegnere inventore dell’aereo a pedali

La telefoto Ansa pubblicata dai giornali dell'epoca. Guaitini davanti all'aereo a pedali
La telefoto Ansa pubblicata dai giornali dell’epoca. Guaitini davanti all’aereo a pedali

Icaro? Più che un dilettante un sempliciotto sprovveduto. Leonardo Da Vinci? Un ragazzo con tanta buona volontà, che si applicava con tenacia e costanza, ma più di tanto non riuscì a fare. Giovan Battista Danti? Sì, sembrava che ce l’avesse fatta, ma il suo tentativo di volo umano era finito con una smusata contro il tetto di una casa, proprio sotto la torre dalla cui sommità s’era lanciato.
Ma poi ci provò lui, Pietro Guaitini, ingegnere perugino, dipendente del catasto, scultore e “geniale inventore”, come lo definivano Continua a leggere L’ingegnere inventore dell’aereo a pedali

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Spaghetti “espressi”: idea geniale ma fu un naufragio

spaghettiL’idea sembrava davvero geniale e rivoluzionaria: un distributore automatico da piazzare agli angoli delle strade, nelle stazioni ferroviarie, magari negli uffici. Embé? – si dirà – ce ne sono a decine. La particolarità è, però, che quel distributore non dispensava caffè e cappuccini. E nemmeno bibite fresche. Spaghetti: bastava inserire una moneta, et voilà, in sessanta secondi ti trovavi in mano un piatto di spaghetti fumanti. Pigiando uno dei testi si poteva anche scegliere il tipo di condimento: pomodoro, amatriciana, cacio e pepe.
La macchina si chiamava «Quick spaghetti chef». L’idea era venuta ad un imprenditore ternano noto per l’intraprendenza e il coraggio, il quale era titolare, tra l’altro, di un’impresa di costruzioni e montaggi. Il mercato cui si guardava con maggiore interesse? Ma quello arabo ovviamente. Era il1985, e gli arabi erano considerati sempre e comunque tutti ricchi sfondati per via del petrolio.
Non si stette con le mani in mano. I contatti furono allacciati, seriamente. E -sembrava – anche con successo. Le previsioni erano perciò rosee. Già si era andati un bel pezzo avanti coll’allestimento della fabbrica delle macchinette distributrici del prodotto che nel mondo è sinonimo (a volte negativo) dell’Italia: gli spaghetti.
Le più rosee previsioni divennero concretezza quando un principe saudita, tal Khalid Yazid al Saud, atterrò col suo aereo personale all’aeroporto di Sant’Egidio. Arrivava proprio allo scopo di prendere contatti per la fornitura di macchinette: voleva vedere con i suoi occhi tanta meraviglia della tecnica. Era un’occasione per l’economia umbra. E non a caso a ricevere il principe si recarono a Sant’Egidio rappresentanti della giunta regionale e di altre istituzioni locali.
Il principe era, a suo volta, accompagnato da due ministri egiziani, da un ministro saudita e dal suo avvocato e consigliere economico. La delegazione araba, tra scorte e salamelecchi, raggiunse Acquasparta, per visitare la sede dello stabilimento che costruiva e assemblava i distributori di spaghetti, e quindi incontrò il sindaco di Terni. Il principe si disse così bene impressionato che, trascinato dall’entusiasmo, oltre alle macchinette per la pastasciutta ordinò anche prefabbricati per un valore di 700 miliardi di lire.
Esibitosi in un migliaio di strette di mano il principe, il consigliere economico ed i tre ministri che erano con lui, tornarono a Sant’Egidio e si imbarcarono per recarsi a Londra.
Come finì? «Ma quale principe? Ma quali ministri? Chissà da dove venivano quelli. I contatti proseguirono ma i contratti non si firmavano mai – raccontò anni dopo l’imprenditore ternano – finché mi dettero appuntamento a Londra in un grande albergo per perfezionare il tutto. Il cosiddetto principe mi salutò non appena varcai la porta d’ingresso, poi disse che doveva salire un attimo nella sua suite. Ci sedemmo nella hall ad aspettarlo. Dopo due ore decidemmo di salire pure noi. Gli era presa una sincope: era morto stecchito».
Addio sogni di gloria.
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E Mussolini ordinò: “Buttatevi a destra”

Sul muro di una casa lungo la strada provinciale resiste la scritta "I veicoli tengano la destra"
Sul muro di una casa lungo la strada provinciale resiste la scritta “I veicoli tengano la destra”

Sinistra o destra? Il busillis coinvolse a lungo quelle che allora – più che oggi – si definivano «le autorità». D’altra parte la scelta aveva implicazioni non di poco conto. Per esempio da quale parte posizionare il volante? Ed ancora: come e dove piazzare la segnaletica stradale. Già, perché la scelta da compiere aveva proprio questo come oggetto: i veicoli sulla strada avrebbero dovuto tenere la mano destra o la mano sinistra?
Il problema che mai prima si era posto con tanta urgenza cominciò a diventare spinoso quando,agli inizi degli anni Venti del Novecento, le automobili in circolazione cominciarono a diventare numerose. Fino ad allora si era andati avanti un po’ «ad capocchiam». Poi all’inizio del secolo, il governo sabaudo, ritenendo di avere cose più importanti da prendersi di petto, stabilì che decidessero loro, le singole province: Ma sì, che facessero un po’ come gli pareva e tanti saluti. La Provincia di Perugia – che allora come noto comprendeva anche i territori che successivamente furono delle province
di Terni e di Rieti – la propria scelta la fece in quattro e quattr’otto: i veicoli debbono tenere la destra. Ma forse non tutti coloro che percorrevano le varie strade ci ponevano mente se ancora adesso, quasi un secolo dopo, ci sono delle scritte belle grosse, vergate in nero su fondo bianco, sui muri esterni di alcune abitazioni, specie – chissà perché – nel tratto della provinciale, ormai poco usata, che unisce Terni con il lago del Turano. Scritte cubitali, seppure parzialmente erose dagli anni, ma che mantengono un che di perentorio: “I veicoli tengano la destra”.
La scelta definitiva e generale della destra fu fatta dal capo del governo Benito Mussolini in persona, alla fine del 1922. Vale a dire che si trattò di uno dei primi decreti varati dopo la presa del potere. Segno che la questione s’era fatta urgente. E certo, che era così! Il Regio Decreto in vigore risaliva al 1901 ed era appunto quello che stabiliva che ogni provincia poteva decidere autonomamente se lungo le strade di propria competenza i veicoli dovessero obbligatoriamente circolare alla destra o alla sinistra della carreggiata. Si era creata una situazione paradossale. Ad esempio, mentre in Umbria si marciava a destra, a Roma si teneva la mano sinistra, mentre per il resto del Lazio era solo consigliato tenere la destra, ma – volendo – si poteva restare anche a sinistra. Da che cosa capire poi, in quale provincia ci si trovava nel corso del viaggio, è rimasto un mistero.
Il massimo del caos si raggiunse però durante la prima guerra mondiale quando il movimento di automezzi divenne,
nelle zone operative, piuttosto fitto. E si racconta che proprio in occasione di Caporetto si sia verificato un qualcosa di paradossale. Ossia che mentre le truppe che ripiegavano, rispettando le direttive dell’Esercito, percorrevano le strade tenendo la mano sinistra, gli aiuti e i rinforzi che arrivavano rispettando la normativa decisa dalle province venete marciavano sulla destra. Un ingorgo sconvolgente. Non è certo dipeso da questo che ci fu appunto Caporetto, però tutto fa, diceva quello che stava in piedi sulla battigia.
Tra destra e sinistra, nell’incertezza, chi ci andava di mezzo erano i viaggiatori, ovviamente. E l’Umbria – ossia la Provincia di Perugia – rappresentava da questo punto di vista il caso maggiormente dolente: sembra che proprio in Provincia di Perugia, infatti, si registrasse il più alto tasso di mortalità per incidenti stradali. Che avvenivano non tanto per incidenti tra veicoli a motore, ma tra questi e i mezzi a trazione animale, che restavano i più numerosi.
I conducenti dei carri agricoli tenevano la mano destra, ma le strade, non asfaltate, erano per lo più «a schiena d’asino», cosicché quando sopraggiungeva un mezzo a motore per evitare – si spiegò – che gli animali, spaventandosi, sconfinassero al di là della cunetta, i conducenti tendevano a spostarsi verso il centro della strada. Era proprio la stessa scelta che incuranti di tutto compivano sovente anche i “piloti” di autoveicoli. E patatrac.
Delle prescrizioni di stare a destra (o a sinistra), a quanto pare non si preoccupava proprio nessuno, Tanto che il prefetto di Perugia, chiamato probabilmente a spiegare i motivi del record negativo, in una nota ufficiale si lamentò del «misoneismo» della popolazione umbra e della caparbietà dei conducenti dei mezzi a trazione animale che restavano legati alle loro abitudini contadine. Il fatto è che la situazione non cambiò, soprattutto perché in pochissimi capirono che cos’era ‘sto misoneismo. Quella umbra, a volte, è gente paciosa. Nessuno andò a fondo. In parecchi avranno fatto spallucce tirando a campare; qualcun altro probabilmente si ripromise di sfidare a duello il prefetto, ma solo dopo che fosse stato accertato il significato di quella parola strana e stabilire il grado dell’offesa. Poi, saputo che misoneista è chi rifiuta le novità e le modernità, si sarà limitato ad un vecchio, tradizionale e facilmente comprensibile vaffa.
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Terni, un'auto percorre Corso Tacito, marciando alla sinistra della carreggiata
Terni, un’auto percorre Corso Tacito, marciando alla sinistra della carreggiata

Leonov, astronauta russo a Terni: città in festa

L'Astronauta russo Alexiei Leonov accolto a Terni da una folla entuiasta
L’Astronauta russo Alexiei Leonov accolto a Terni da una folla entuiasta

Secondo i piani dell’agenzia spaziale sovietica avrebbe dovuto essere lui, il colonnello Alexei Leonov, il primo uomo a mettervi il piede. Ma nella guerra – tutta propagandistica – della conquista della Luna vinsero gli americani. Ed i russi rinunciarono. Roba di poche settimane, sembra, però toccò a Neil Armstrong di passare alla storia come il primo terrestre a lasciare l’impronta del proprio stivale sulla Luna e non ad un astronauta sovietico. Come la prese Leonov non si sa, ma certo che l’Urss ci aveva perso di prestigio. Anche se lui, Leonov, ebbe le sue belle soddisfazioni, specilamente dopo che divenne il primo “pedone dello spazio”, il primo uomo ad uscire da un’astronave mentre era in orbita, dimostrando così che era possibile sopravvivere, ovviamente coi dovuti “accorgimenti” all’esterno di un modulo spaziale. Leonov, nel marzo 1965, uscì dall’astronave russa “Voskhod 2” mentre era in orbita e fece una “passeggiata” nello spazio: 12 minuti e 9 secondi. Ed White e la “Gemini 4”, l’impresa la ripettero, ma tre mesi dopo.
L’Urss, impegnata nella corsa alla conquista dello spazio, pensò bene di valorizzare e sfruttare la condizione di temporaneo vantaggio sugli americani della Nasa, mandando in giro per il mondo – laddove era possibile – i suoi astronauti di maggiore “appeal”.
Fu così che alla fine di ottobre del 1967 Terni si mise in ghingheri e piattini per ricevere e festeggiare un grande della cosmonautica targata Cccp. Quel giorno – il 29 ottobre – a Terni arrivava proprio Alexei Leonov il quale, in attesa di mettere il piede sulla luna lo metteva, intanto, a piazza del Popolo, come si chiamava allora l’odierna piazza della Repubblica. Ma siccome però a Terni arrivava con mezzi terrestri – l’automobile – dovette fare i conti col traffico ed hai voglia ad aspettare! Atteso alle 10 e mezza al Teatro Verdi per essere ricevuto davanti ad una platea affollata e pronta ad osannarlo, arrivò intorno all’una, insieme alla moglie e ad un personaggio dall’aria cupa che nascondeva il taglio degli occhi dietro un paio di lenti scurissime. Attentissimo, si faceva tradurre da due interpreti tutto ciò che si diceva. Chi fosse non si sa, visto che nelle cronache del tempo non viene nemmeno menzionato.
Ad attendere Leonov c’erano, nonostante la lunga attesa, il sorriso a quarantaquattro denti degli amministratori comunali e provinciali, il prefetto, il provveditore agli studi… Ed ovviamente la folla di cittadini, i quali s’erano nel frattempo trasferiti dal Verdi alla piazza, sotto la pioggia. Leonov, fu accompagnato, per la cerimonia ufficiale, nell’aula del consiglio comunale, la cui sede era la Sala Farini dell’odierna biblioteca comunale.
Il sindaco Ezio Ottaviani «ha porto il saluto della città esaltando l’impresa pacifica del colonnello Leonov e formulando l’augurio di sempre nuove conquiste per il benessere e la pace dei popoli». Il discorso più appassionato fu quello di Dante Sotgiu, che di lì a poco sarebbe diventato sindaco al posto di Ottaviani, nelle vesti di presidente del comitato provinciale dell’associazione Italia-Urss, che aveva ufficialmente promosso l’incontro. Sotgiu esaltò il «rinnovato impulso che alla cultura ed alla scienza è derivato dalla Rivoluzione Sovietica… con la quale si è operata una radicale trasformazione che ha segnato l’inizio di un’epoca nuova e apre prospettive di sempre più esaltanti imprese, di nuovi trionfi, non sui campi di battaglia, ma nei campi della scienza e del sapere».
Anche l’astronauta disse alcune parole, ricordando i successi dell’Unione Sovietica, di cui quelli relativi all’attività spaziale erano solo una piccola parte; parlò della pace, del rispetto e della simoatia dell’»Urss per i popoli in lotta per la libertà e concluse con una “tirata” che finì con la frase “giù le mani dal Vietnam”
Sicuramente dietro le spesse lenti scure del funzionario sovietico “di scorta” sarà spuntata qualche lacrimuccia. Leonov ringraziò per gli applausi, strinse calorosamente la mano agli oratori che lo avevano preceduto. Poi i doni e l’”affaccio” al balcone del palazzo municipale «accolto da ripetuti applausi dei cittadini in attesa». Quindi tutti a pranzo, offerto dall’amministrazione provinciale di Terni. Dopo pranzo la “classica” visita alla Cascata delle Marmore e quindi via per Spoleto. Anche lì Leonov era atteso con trepidazione. Altra cerimonia, altri discorsi, altri doni e strette di mano. E quindi a cena. Una faticaccia, per lui, quella tournée.
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Montecchio, Garibaldi sfratta la chiesa

La lapide che a Montecchio ricorda la chiesa demolita
La lapide che a Montecchio ricorda la chiesa demolita e, a sinistra, quella che riferisce perché era stata costruita.

Per fare la nuova piazza intitolata a Giuseppe Garibaldi e realizzare il Monumento ai Caduti, a Montecchio, in provincia di Terni, non ci hanno pensato manco un attimo e, senza esitazione, hanno buttato giù una chiesa vecchia di quattro secoli.
Vabbè che la chiesa era mal messa, ma forse si sarebbe potuto ricorrere a decisioni meno drastiche. Un’antica fontana che sorgeva proprio lì davanti fu almeno smontata pezzo per pezzo e “trasferita” in altro luogo. Della chiesa rimase sul posto, e si trova oggi appesa al muro di piazza Garibaldi in un angolo dirimpetto al municipio, la lapide che ricorda chi, a suo tempo, si dette in bel da fare perché fosse costruita.
E’ scritta in latino, ma la traduzione è agevole.. «La Comunità di Montecchio – vi si legge – con le elemosine della pia gente, eresse e ornò questo tempio in onore della Beata Vergine del Carmine (o del Carmelo che dir si voglia) con l’impegno e la diligenza di don Alessandro Mazzanera, parroco, e di Durante Pontani, nobile tuderte, priore della confraternita del Rosario».
La confraternita nacque dopo che, nel 1573, fu per la prima volta celebrata anche a Montecchio la festa della Madonna del Rosario, proclamata da papa Gregorio XIII il quale cambiava così il nome della Festa della Madonna della Vittoria, a sua volta istituita da papa Pio V per celebrare la battaglia di Lepanto e con essa la sconfitta dei Turchi ad opera dei Cristiani.
La confraternita decise di costruire una chiesa, la seconda del paese che aveva già una parrocchiale. Essa fu realizzata a Piazza del Prato, appena fuori le mura cittadine. La costruzione ebbe termine nel 1615: una chiesa piccola, ad una sola navata, con un campanile e due campane. Nel 1924, più di quattro secoli dopo, la chiesa non era in buonissime condizioni. Il paese, intanto, era cresciuto: nel 1920 il territorio di Montecchio contava circa millecinquecento abitanti, anche se non tutti, ovviamente, abitavano nel borgo. Piazza del Prato aveva cambiato nome da qualche decennio. Era diventata piazza Garibaldi ed era stata inglobata nel centro abitato; su di essa sorgeva il palazzo della Scuola, edificato intorno al 1870 ed oggi sede del municipio, lì trasferito nel 1962.
Una memoria storica andava irrimediabilmente perduta forse anche in ossequio a “direttive statali”, considerato che proprio in quell’epoca i montecchiesi stavano coronando la loro vecchia aspirazione di diventare Comune autonomo, essendo stati fino ad allora una frazione del Comune di Baschi.
Qualcuno, anni dopo, forse spinto da un minimo di rimorso, ha voluto rispolverare quella memoria storica, ricordando, almeno, com’era fatta quella chiesa voluta dalla “pia gente” quattro secoli prima. Ed ecco una nuova, piccola lapide quadrata, affissa a fianco di quella più antica, scritta in latino. «Così era la chiesa citata nella lapide [a fianco] demolita nel 1924 per erigere il monumento ed ingrandire la piazza», si legge. C’è anche, scolpita, la facciata della Madonna del Carmine, che era una chiesa semplice, con una piccola scalinata, due fineste rettangolari ai lati del portale d’ingresso, un piccolo campanile con due campane.
Il monumento citato, che si erge in mezzo alla piazza non è, comunque, il monumento di Giuseppe Garibaldi, ma quello che ricorda i Caduti in guerra.
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A Fornole il primo esperimento di voto elettronico

Fornole
Fornole

Si chiamava «Easy vote», voto facile. Ma certo, a Fornole, frazione di Amelia, nel 1992, non tutti a sentire quello strano “nome” si convinsero che davvero fosse un modo facile di votare per le elezioni. Oltretutto quello che s’er approntato era il primo esperimento in Italia. Si trattava di un sistema di votazione messo a punto dal Centro regionale umbro di elaborazione dati (il Crued), che a Fornole, frazione di Amelia, veniva utilizzato per la prima volta in assoluto. Soprattutto con lo scopo di testarlo. I vantaggi? «Diminuiscono i tempi del voto, i risultati si sanno subito, lo Stato risparmia decine di miliardi di lire perché le sezioni elettorali si possono ridurre della metà, non c’è possibilità di imbrogli», spiegarono i tecnici.
E siccome si trattava, appunto, di una novità che andava sperimentata, si decise di aspettare un appuntamento elettorale di tipo “minore” e non complicato, ad esempio, da un elenco infinito di liste di candidati. Un cosetta che potesse andar via liscia, insomma. Manco a farlo apposta capitò che a Fornole si dovesseroeleggere i componenti del comitato comunale per l’amministrazione dei beni di uso civico. Una faccenda che a dirla così sembrerebbe tutto meno che semplice semplice. Ma le elezioni si annunciavano abbordabili: due sole le liste contrapposte.
E allora, vai! Non senza emozione si approntò tutto il necessario perché si votasse alla nuova maniera. Niente scheda, ma uno schermo televisivo su cui la scheda compariva in video, come fosse l’annuncio dell’inizio dei programmi della televisione. Usando uno stiletto di plastica, una specie di grosso stuzzicadenti, si tracciava il segno della ics sul quadrato corrispondente alla lista scelta dall’elettore. E se uno voleva votare scheda bianca? Niente paura: c’era, a fianco ai primi due, un terzo quadrato. Si faceva la solita ics lì sopra e significava che vi votava “bianco”. Insomma, il voto lo si dava, ma era come se non si fosse dato. Semplicissimo, no?
Essendo la prima volta che si utilizzava il “voto all’americana” era chiaro che agli scrutatori ci sarebbe voluto qualche minuto per spiegare agli elettori come avrebbero dovuto fare.
«Ma non è stato difficile pe’ gnende», spiegò Italo, pensionato di 88 anni, che fu tra i primi a presentarsi al seggio. Un po’ perché era abituato ad alzarsi di buonora, un po’ perché una volta votato non ci avrebbe dovuto stare più a pensare, e parecchio perché incuriosito. Voleva vedere come funzionava questo sistema rivoluzionario di cui si parlava tanto. «Certo che tutte ‘ste novità… –
aggiunse all’uscita dal seggio –  E chi se l’aspettava che se dovesse da usa’ ‘na penna che non scrive! Ricordo che quanno votai pe’ la Repubblica, nel ’46… Ce feci ‘na croce cucì grossa… Ma quella matita llì scriveva, però».
Certo, stavolta la matita copiativa, nella cabina, Italo non ce l’aveva trovata, né c’era la scheda di carta, dove uno convinto delle sue idee…Zac! Zac!  tracciava due solchi che un voto quasi ne valeva due. Adesso invece c’era il touch screen: un colpettino sopra al quadratino scelto con la matita di plastica e un bip segnalava che il voto era stato registrato. E buonanotte.
Gli aventi diritto al voto, a Fornole, erano, in quell’occasione, quasi milletrecento, ma al seggio si presentò solo il 31 per cento di essi. Ogni voto, appena dopo il bip, finiva in una memoria segreta che il presidente di seggio poteva leggere solo una volta che le operazioni elettorali fossero concluse.
E  pochi secondi dopo la chiusura dell’urna elettronica, come promesso e previsto, arrivarono i risultati: 48 voti alla lista uno, 322 alla lista due, 24 schede bianche.
A Fornole per l’esperimento di voto elettronico si mobilitarono gli inviati dei grandi quotidiani, per raccontare quello che – dicevano –  poteva essere il giorno in cui cambiava un’epoca. Voto rapido e veloce, soldi risparmiati, brogli ed aggiustamenti impossibili.
Il progetto del Crued, finì in un cassetto: seppure su un dischetto rigido e  non raccolto in un faldone con i nastri di tela. Messo in memoria. E, per la legge del contrappasso, se lo sono del tutto dimenticato.

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“Ferrovieri, prendete la patente per guidare l’autobus”

La stazione S.Anatolia di Narco-Castel San Felice della Spoleto Norcia in una vecchia cartolina
La stazione S.Anatolia di Narco-Castel San Felice della Spoleto Norcia in una vecchia cartolina

Che la ferrovia Spoleto-Norcia ormai era definitivamente condannata alla soppressione, lo si capì quando la direzione consegnò ai dipendenti una circolare interna che conteneva un consiglio: prendetevi la patente. Continua a leggere “Ferrovieri, prendete la patente per guidare l’autobus”

Il Trasimeno? Cancelliamolo

Lago Trasimeno
Alla fine la Provincia dell’Umbria tagliò la testa al toro e decise di comprarselo, il lago Trasimeno. Così nessuno avrebbe più proposto di succhiarne tutta l’acqua e prosciugarlo, «tanto – diceva chi aveva avuto l’idea – sta diventando una palude». Continua a leggere Il Trasimeno? Cancelliamolo

A Configni un agriturismo del Settecento

Spiega la Guida del Consumatore che “L’agriturismo è un’attività gestita da un imprenditore agricolo che offre alla sua clientela un servizio di vitto ed alloggio presso la propria tenuta e che utilizza solo i propri prodotti”. Un’“invenzione” recente? Manco per niente. La prova è che nel 1700 e 1800, a Configni Continua a leggere A Configni un agriturismo del Settecento