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Colle Umberto borgo da vip: dal re a Raoul Bova

A Colle Umberto, frazione di Perugia, il giorno di San Giuseppe, fanno la Sagra delle frittelle.Poi per mangiarsele in tutta comodità ci sono i tavolini lì davanti alla facciata di quello che potrebbe essere il palazzo sede del municipio se Colle Umberto non fosse una frazione di Perugia. Da quella facciata, comunque, nella contrada che ne perpetua il nome, il re “baffone” guarda davanti a sé, in lontananza, ma sicuramente vede anche quel che succede lì sotto, nonostante sia solo un busto di marmo. Dirimpetto, dall’altra parte della strada, su una casa, c’è la targa che indica il posto “Colle Umberto I°”, così, con l’aggiunta inutile – ed anzi errata – del cerchietto che indica il numero ordinale. Un’indicazione stradale, ma nel suo genere monumentale, scolpita com’è su una lastra di marmo. Continua a leggere Colle Umberto borgo da vip: dal re a Raoul Bova

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Simigni, un castello medievale sfortunato

castello di Simigni, Gualdo Cattaneo
I lavori in corso al castello di Simigni

Il “mistero” nasce nel percorrere la strada che dall’abitato di Pozzo scende giù verso il fondo valle e il “paesone” di Bastardo, marcando il confine tra i Comuni di Giano dell’Umbria e di Gualdo Cattaneo. C’è, sulla destra, un’indicazione turistica: “Castello medievale di Simigni”, c’è scritto. Continua a leggere Simigni, un castello medievale sfortunato

In giacca e cravatta cade dalla quercia: salvo per una grazia

narni madonna del ponte (3)Vola giù da una quercia, ma vestito di tutto punto: giacca, gilet, cravatta. E il cappello, che se n‘è andato per conto suo. Viene giù “di piedi”, mentre, in basso, a braccia aperte verso il cielo, una donna lo guarda disperata. In alto a destra l’immagine della Madonna del Ponte di Narni. S’è salvato. La scena è dipinta in perfetto stile naif Continua a leggere In giacca e cravatta cade dalla quercia: salvo per una grazia

Montecastello Vibio, oltre al Teatro c’è di più

Montecastello di Vibio

“Cos’ha di particolare la porta di Maggio? Che è alta e soprattutto che s’affaccia verso la vallata: il panorama è davvero entusiasmante”. L’uomo, sulla cinquantina, biondino e mingherlino, sta lì alla Torre: è di servizio. Accoglie i turisti che a Montecastello di Vibio Continua a leggere Montecastello Vibio, oltre al Teatro c’è di più

San Valentino, un grappolo di case e una chiesa romanica

Di santi Valentino, in giro, ce ne sono diversi. La stessa Terni, che pure lo ha come patrono, ebbe due vescovi con questo nome agli albori del cristianesimo. Uno ne ha scelto: il primo in ordine cronologico, vescovo e martire. Certo è invece, che proprio quest’ultimo è il Santo Valentino che dà il nome ad un piccolo centro della Valnerina, abbarbicato sulla montagna, Continua a leggere San Valentino, un grappolo di case e una chiesa romanica

Avendita, la guerra e i “Piccoli martiri”

“Siamo in centoquaranta a abitare qui. Che facciamo? Chi ce l’ha e chi ce la fa tira avanti la campagna. Gli altri…”. A Avendita la “fabbrica” più grossa, quella che assicura lo stipendio ai più, è l’Inps. Dalla strada che collega Norcia e Cascia tagliando in due l’altopiano, Avendita Continua a leggere Avendita, la guerra e i “Piccoli martiri”

Aliena, i partigiani e un pozzo provvidenziale

Aliena frazione di Norcia
Aliena, Norcia. Le iscrizioni sulla torre campanaria

“Qui? Siamo tre famiglie. E basta. D’estate? Sì, diventiamo un po’ di più, ma mica tanti, eh”. Aliena è un gruppetto di case, su una collinetta che costeggia la strada provinciale che da Cascia porta verso Norcia. Continua a leggere Aliena, i partigiani e un pozzo provvidenziale

Acqualoreto, una lapide col singhiozzo

Remo Pascucci
La lapide a ricordo di Fratel Remo

Troppo piccola la pietra che ci avevano lì, disponibile. Però per una lapide poteva andare bene: marmo di quello buono, che a scalpellarlo per incidere le singole lettere non si spacca di sicuro. Un marmo che resta levigato, bello bianco, anche se esposto per anni alle intemperie. Insomma, da farci una bella figura. Sì, poche decine di centimetri quadrati, ma comunque ben visibile, pure da una certa lontananzza. E poi alla fine, su una ,lapide, che devi sciverci? Un poema? Continua a leggere Acqualoreto, una lapide col singhiozzo

Abeto, dodici abitanti e una storia millenaria

La fontana di Abeto
La piazza di Abeto: in primo piano la “Fontana dei Delfini”

Don Ansano Fabbi era il parroco di Abeto e Todiano. Attaccatissimo alla terra dove era nato, ottavo di dieci figli. Lui era proprio di Todiano che, nella chiesa parrocchiale, conserva dipinti di scuola fiorentina. Lì, in una chiesa abbarbicata sull’Appennino, sulle cime che dividono la Valle del Nera da Norcia e il suo altipiano. Il fatto è che secoli fa quelli di Todiano e di Abeto a fare il norcino andavano non verso Terni o Roma, ma  in Toscana, e la loro “opera” era talmente apprezzata che riuscivano a permettersi un vita agiata. Loro, quindi, finanziarono gli artisti toscani perché abbellissero la chiesa del paese.
Don Ansano, più recentemente, andava alla ricerca della tante presenze culturali che arricchiscono la zona e che vanno dalla preistoria, al periodo Romano, al ducato longobardo. Amava conoscere gli avvenimenti, gli usi e costumi che nascevano da quell’incrociarsi di culture, le tradizioni, i “segni” rimasti su un fontanile, un architrave, una chiesa, un castello… Ne sono usciti una trentina di libri in cui ha riportato anche i racconti e le leggende popolari. Gli anziani che le raccontassero non c’erano più, e non c’erano più nemmeno i giovani che avrebbero dovuto ascoltarli. La Valnerina già da tempo andava spopolandosi, pur se negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, quando Don Ansano era il parroco, quei centri arrivavano a contare anche qualche centinaio di abitanti.
Oggi, a più di trent’anni dalla sua scomparsa (Ansano Fabbi morì il 20 novembre del 1980) gli abitanti sono rari: «Qui? In inverno siamo dodici – dice una signora affacciata ad una finestra sulla via principale di Abeto – In estate no. Diventiamo molti di più c’è chi viene qui a passare le vacanze. Diventamo pure troppi…». In vacanza; nelle case che furono dei nonni e dei genitori che il paese l’hanno lasciato a suo tempo. Case ben ristrutturate, una bella piazza cui si arriva dopo essere passati davanti ad una antichissima pietra scolpita a rappresentare un leone. Piazza Angelantonio Cesqui si chiama. Lì c’è una raccolta di storia di Abeto. C’è il palazzo che esibisce lo stemma del paese, un abete bianco, albero ormai raro ma che in quella zona era fitto in tempi antichi; e la fontana dei Delfini, costruita nel 1884 “a patrio utile e decoro”, come recita la lapide. E c’è dell’altro: un cippo di epoca romana ai piedi della scalinata laterale della chiesa di San Martino, la parrocchiale, sorta al posto dell’antica rocca attorno alla quale s’è sviluppato il centro abitato.

Abeto Norcia
La lapide a ricordo della costruzione della strada da Abeto a Norcia

E c’è una pietra che ricorda una battaglia vinta, quella per la costruzione della strada che da Abeto porta a Norcia: «Per forte unanime volere coll’obolo e col braccio degli abetani la strada rotabile Abeto-Norcia fu costruita», c’è scritto. Era il 1925 e, sembra di capire, gli abetani fecero tutto da soli, mettendoci il sudore e il portafogli. Immancabile il monumento ai caduti del ’15-’18, un cippo con elmetti dei soldati italiani, sormontato da un’aquila di bronzo. E a sinistra, rispetto a chi guarda, sul palazzo principale, la lapide dedicata a Sergio Forti: «Da questo sicuro rifugio donde diresse e coordinò il movimento partigiano del settore Sergio Forti all’alba del 14 giugno 1944 con gli occhi volti alla sua e alla nostra Trieste mosse verso il martirio e verso la gloria».
Sergio Forti aveva 24 anni quando fu fucilato dai nazisti a Paganelli, vicino Norcia. Era nato a Trieste, ingegnere, tenente del genio navale, dopo l’8 settembre si unì ai partigiani: si rifugiò ad Abeto entrando nella “Banda Melis”. Organizzò un’azione per rendere difficile la ritirata dei tedeschi, ma il gruppo fu sorpreso dai nemici: Sergio Forti fece ripiegare i suoi uomini e restò, da solo, a sparare. Dopo la cattura fu torturato e poi fucilato.

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Per saperne di più: su Abeto   Todiano

 

Abeto, dodici abitanti e una storia millenaria

Borgheria o Borgaria? Questo è il problema

La piazzetta centrale di Borgaria
La piazzetta di Borgaria

«Borgheria o Borgaria?». «Ah, bella domanda!» esclama la signora. «Qui non s’è mai capito bene, e comunque lo chieda a lui che è proprio del posto». «Borgaria», sentenzia “lui”, che è al lavoro all’interno del capannone di un’autocarrozzeria che sta proprio lì, a venti metri dalla vecchia porta d’ingresso al paese. “Borgaria”, si legge nell’elenco ufficiale delle frazioni narnesi. “Borgaria”, ribadisce il cartello che sta al limite del centro abitato. Ma sulla Flaminia, in prossimità dell’incrocio, perché il cartello stradale si diverte a confondere le idee? Li infatti c’è l’indicazione: dritti si va per Roma, a sinistra per Itieli, a destra per Borgheria. Con la “ghe”. Cento metri più avanti l’indicazione diventa “Borgaria 2”, con la “ga”, nel senso che mancano due chilometri al piccolo centro abitato (una settantina di residenti ma dentro le vecchie mura saranno una ventina). Il cartello col nome del luogo, “Borgaria”, con la “ga”, cancella ogni dubbio. Uno non ci pensa più. Ma poi appena entra nel minuscolo centro storico eccoti, sul muro della chiesa, la lapide che onora i caduti della prima guerra mondiale. E siamo daccapo: “Borgheria (con la “ghe”) consegna fieramente alla storia il nome dei suoi umili figli caduti combattendo per fare la patria più grande”.
Vabbé, in fondo chi se ne importa? Come dice la signora Maria che abita nella prima casa del paese, al numero civico 2, “Sempre de noiandri se tratta”.
Si arriva percorrendo una strada in ripida ascesa, s’oltrepassa la porta delle mura tutte dei pietra, si arriva su una piazzetta da cui si dipartono tre vicoletti. Viene logico fermarsi. E guardarsi intorno. «Bisogna girallu ‘u paese pe’ vedellu. Non te poi ferma’ qui. Sennò fai come quilli romani che vennero su da ‘a strada Flaminia… Eono vistu ‘u paesettu, j’era piaciutu de londanu e so vvenuti a vvedé». Anche loro si fermarono sulla piazzetta a prima arrivata. Scesero dall’auto, si guardarono intorno. Poi dissero ad uno che stava lì: «Tutto qui, il paese?». «Moraviu, mi maritu, j’arispose: aoh, quistu è quello che c’è scappatu…», che tradotto dal narnese significa: «Questo è quello che ci siamo potuti permettere, dobbiamo contentarci».
Il paese, quello originario, è classicamente compreso entro il castello, di cui, a parte alcuni tratti delle mura e qualche arco costruito con grosse pietre incastrate a secco, rimane solo un pezzo della torre: «E cche tutta la volevi? Comunque  ‘u paese va ggiratu tuttu. Giù in fonno ci sta ‘na piazzetta che se vede ‘n panorama!». La torre, le mura, o quel che ne è rimasto. Le case spesso maltrattate da “restauri” di necessità, con porte di lamiera verniciata di marrone, o canne fumarie aggiunte che, intonacate a cemento, “staccano” sulla pietra antica dei muri. Poi la chiesa di San Silvestro, il santo protettore. «E così voi fate la festa del patrono il giorno dell’ultimo dell’anno…». «Nooo – risponde la moglie di Moravio – noi festeggiamo San Felicianu. D’altra parte dentro la teca de vetru llà la chiesa ci stanno l’ossa sue, mica quelle di San Silvestru!». Beh, cos’altro ci si poteva aspettare in un paesetto di cui ancora non si sa con esattezza manco il nome. Cosa che alla fine non è così importante, si diceva, perché Borgaria, con la “ga”, o Borgheria, con la “ghe”, sempre quello è il bivio sulla Flaminia dove devi girare per arrivarci. Però il nome vero aiuterebbe a conoscere qualcosa di più della storia di questo posto, su cui non esistono studi eccezion fatta per quello recente di Guerriero Bolli, storico narnese. Certa è l’origine longobarda dell’insediamento, e longobarda dovrebbe essere – a regola di bazzica – l’origine del nome. Gli studiosi dei Longobardi  in proposito, però, divergono. C’è chi sostiene che esso derivi da Burgarius, l’abitante di un luogo fortificato; chi da Bulgarius, ossia da un originario insediamento di bulgari i quali scesero, in effetti, in Italia al seguito dei Longobardi. Ma c’è chi è convinto che esso derivi invece da Purcherium, che era chi custodiva luoghi popolati da allevamenti di maiali. Ad orecchio (solo ad orecchio, intendiamoci) la faccenda influisce sulla nobiltà delle origini: Borgaria indicherebbe uninsedimento di guerrieri, Borgheria un meno nobile allevamento di porci.
Gli abitanti, comunque, del loro paese vanno fieri, anche se è piccolo. E accampano pure un cittadino “illustre”: il padre di Giovanni Francesco Anerio, uno dei più grandi polifonisti del tardo Cinquecento italiano. Vabbè, ma il padre… «Ahò, quistu è quello che c’è scappatu…», taglierebbe corto Moravio.
Settembre 2014

 

Borgheria o Borgaria?

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