Archivi categoria: Momenti di gloria

Tergicristallo antigas made in Montoro

L’ingegno è l’ingegno. C’è chi ci nasce e chi no. Umberto Torroni, operaio della “Terni” allo stabilimento di Nera Montoro, ci nacque ed a lui furono tributati, nell’aprile del 1940, i giusti onori per un’invenzione quasi rivoluzionaria: il “tergicristallo antigas”. Continua a leggere Tergicristallo antigas made in Montoro

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“Lascia o raddoppia?”, ternano fuori per un lapsus

Primo novembre 1956, giorno di Ognissanti. Festivo. A Terni, la sera, tutti davanti alla televisione, coloro che ce l’avevano. Chi non ce l’aveva, allora era un lusso, andò da qualche vicino o al bar. Era di giovedì, la serata del quiz: in Tv  c’era “Lascia o Raddoppia?” e un concorrente di Terni che sembrava marciare spedito e sicuro verso la vincita massima: cinque milioni di lire, roba da potersene comprare una trentina di apparecchi televisivi. Continua a leggere “Lascia o raddoppia?”, ternano fuori per un lapsus

C'è BB, a Spoleto e Piediluco occhi sgranati e caccia alla diva

 

Bardo a Piediluco
Brigitte Bardot al lago di Piediluco. Foto di Enrico Valentini

L’auto era davvero “un macchinone americano targato Usa”, come riferiva con gli occhi sgranati un cronista spoletino dell’Unità “sganciato” sul campo di battaglia? O una “potente Simca bicolore”, come riferivano invece i cronisti mondani degli altri giornali un po’ più smaliziati? Un fatto è certo: sul sedile posteriore c’era seduta Brigitte Bardot che da Fiumicino, dov’era atterrata con un aereo Alitalia, si recava a Spoleto. Nella città del Duomo si trattenne alcuni giorni, e mezza Umbria, quella del sud – almeno – fu messa a soqquadro. Stuoli di giornalisti e squadroni di “paparazzi”in caccia della diva. I più smaliziati, arrivati da Roma e da Milano, insieme ai “locali” che finalmente potevano tuffarsi nel tourbillon e togliersi la soddisfazione di provare a dare punti ai colleghi “sparoni”, come fece – tra gli altri – il ternano Enrico Valentini, uno con l’occhio pronto e il dito veloce che “beccò” la Bardot in bikini sul lago di Piediluco. Fu caccia alla diva. E lei, star consumata che sapeva come utilizzare al meglio fama ed avvenenza, che protestava ma solo per rispetto dei ruoli.
A Spoleto arrivò ai primi di agosto del 1961. Il Festival dei Due Mondi s’era concluso venti giorni prima: la scena era tutta per lei. Lei e naturalmente qualche altro personaggio impegnato nelle riprese del film “La vie privée”: Marcello Mastroianni, protagonista maschile, e il regista francese Louis Malle. “Grande è l’animazione in città – riferiva il cronista spoletino – Il movimento e l’affollamento fanno pensare ad un nuovo festival. Solo all’hotel dei Duchi sono state riservate una quarantina di camere per i componenti della troupe. Almeno un centinaio sono le persone al seguito della protagonista”.  Tutta la troupe a Spoleto, ma Brigitte Bardot non era con loro. «Per lei – aggiungeva il nostro – è stata sistemata una villetta alle falde di Monteluco, ricavata in un vecchio romitorio». Immersa nel bosco, silenzio assoluto, pace.
Ma la Bardot resistette solo qualche ora. «La monacale severità del luogo – spiegava il cronista, stupefatto – non ha incontrato la simpatia della diva francese che è ripartita in tutta fretta. E’ stata vista dai paparazzi caricare di corsa un piccolo baule su una macchina e scendere precipitosamente in direzione di Spoleto. Ha trovato ospitalità in casa di Menotti, a piazza Duomo. BB ha confidato che l’aspetto monastico del luogo l’ha spaventata ed inoltre trova intollerabile l’assenza di acqua calda”.
Ed eccola a Spoleto. Come le è sembrata la città? Le chiesero. «Spoleto è un piccolo paradiso. Se non fosse per questi orribili fotografi”, rispose lei mentre quelli bruciavano i flash. Un rapporto odio–amore, stando alla cronaca del giornalista spoletino: “Brigitte ha dovuto vincere la sua opposizione per i fotografi – raccontò – ma l’ha fatto con garbo, sfoderando il suo più bel sorriso. Appariva in forma smagliante, indossava un paio di pantaloni a pois con una camicetta di tela bianca, abbondantemente scollata. Quando è apparsa sulla piazza del Duomo, così fragile, così bella, anche i paparazzi più incalliti apparivano scossi. Ma è stato un attimo: al primo lampo ne sono seguiti centinaia”. Sarà stato scapolo, il cronista, sennò a casa…
Nei giorni successivi, comunque, fu tutto un “fiorire” di foto di BB su giornali e riviste: lei a passeggio per Spoleto, lei al sole a Piediluco sul pontile, la zuffa tra i suoi “scudieri” e i paparazzi. Non mancò il gossip, specie quando si riferì di un incontro “segreto” in una trattoria di Perugia tra lei e l’attore Sami Frey, che – si leggeva sulle riviste patinate – era la causa della separazione tra BB e il marito.
E gli spoletini? “Sa’, al festival ne abbiamo viste tante che ora non ci si fa più caso. Guardi, io che abito qui, proprio sulla piazza dove girano il film, questa Brigitte Bardot non l’ho vista nemmeno!”, raccontava al cronista un non meglio precisato “notabile spoletino”. E fu con aria di sufficienza che un centinaio di “autorità cittadine” andarono al rinfresco offerto dalla casa di produzione. BB però s’inventò un’emicrania e non si fece manco vedere. Gli inviati raccontavano, però, di gente che faceva “capoccella” dietro le persiane, in piazza del Duomo, quando la Bardot era sul set. Almeno i ragazzini si piazzavano dietro gli angoli dei muri, senza porsi problemi. Se li vedevano… Pazienza!

Valentini e BB
Enrico Valentini fotoreporter ternano

Il momento più complicato per i fotoreporter fu quello finito con la zuffa di Piediluco. C’era pure Enrico Valentini: se la vide brutta ma “rubò” alcuni scatti di BB in bikini sul pontile.
Cinquant’anni dopo, una di quelle foto, è finita sul manifesto che pubblicizzava una mostra promossa dalla Fondazione Carit “Presenze. Gli scatti di Enrico Valentini 1959–2012”, era il titolo.

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I volontari di Pescecotto fecero tremare la Borsa di Parigi

Pescecotto, Narni, il casale da cui partì la spedizione garibaldina
Narni: Il casale di Pescecotto, un monumento storico in stato di completo abbandono

Erano 106 i volontari. Partiti da Terni, gonfi di speranze, alla volta di Roma. Non fecero che pochi chilometri. I Granatieri del Re di Sardegna, i soldati dello Stato Italiano, li bloccarono tra Magliano e Fara Sabina e li “convinsero” a desistere. I capi finirono in carcere. Tra essi Pietro Faustini, “Leonida”, che era stato capo dei Carbonari ternani. Aveva 42 anni, Faustini, nel 1867. Ed era già un “anziano” tra coloro che si erano battuti, ed ancora continuavano a farlo, per costruire una nuova Italia, un’Italia unita. Già nel 1849 fu tra i protagonisti nella breve stagione della Repubblica Romana. Fu allora che divenne amico di Giuseppe Garibaldi: «Sebbene non fosse effettivamente nominato ufficiale, giacché mai ne dimostrò il desiderio, pure per la di lui ammirabile abnegazione e il disinteressato patriottismo lo si teneva in molto conto – scrisse di Faustini il Generale –  e prova ne sia che lo si volle dal Triumvirato distinguere, affidandogli sempre delicate ed importanti missioni, fra le quali la non indifferente di dirigere nel 1849 le fortificazioni di Roma»..
Caduta la Repubblica Romana, il giovane Pietro Faustini tornò a Terni. E non si arrese. Continuando ad essere punto di riferimento per tutti i cospiratori della sua zona. Dopo la proclamazione del Regno d’Italia, nel 1861, Terni – città di frontiera – fu centro logistico importante per tutte le spedizioni verso Roma, al fine di sottrarla al Papato. E quando il “Centro di insurrezione” operante a Roma decise di passare all’azione, fu su Terni e Pietro Faustini che contò.
La situazione era complicata a causa dell’accordo a suo tempo raggiunto tra i governi italiano e francese. L’esercito regio era divenuto il garante della difesa di Roma e del Papato. Solo in caso di insurrezione a Roma l’Italia non sarebbe intervenuta. Era quindi necessario far sì che la sollevazione “spontanea” avesse luogo. E per questo il “Centro di insurrezione” sollecitava Garibaldi a darsi da fare, organizzando spedizioni che avrebbero acceso le micce tra i rivoluzionari romani.
Il 1867 fu l’anno del tentativo finito male a Mentana. L’ultimo tentativo dei garibaldini di liberare Roma.
Quando quei 106 volontari misero in atto il loro tentativo, però, Mentana era ancora di là da venire e le speranze, l’entusiasmo erano alti. Il concentramento avvenne a Terni, e fu proprio Faustini ad esserne il principale organizzatore. Si partì da Pescecotto, una villa di campagna della famiglia dei Faustini, vicina al fiume Nera. Si partì con alcune barche. Erano da poco sbarcati quei volontari quando furono bloccati dai granatieri di Sardegna. Molti dei volontari non riuscirono a fuggire e furono arrestati.
Tanto sacrificio per ottenere poco, sembrò. La notizia non ebbe nemmeno il dovuto risalto, giusto quattro righe sulla Gazzetta Piemontese: «Circa duecento giovani armati hanno tentato di passare la frontiera pontificia. Quarantasette furono arrestati e gli altri si sbandarono inseguiti dalla truppa. La tranquillità venne ristabilita al confine». Un fatterello, una scaramuccia e niente di più. Ma il giorno dopo la questione si complicò, perché i “moti  di Terni” diventarono argomento di polemica politica. Il governo di Urbano Rattazzi era in carica da un paio di mesi e ci fu chi sostenne l’ipotesi che l’azione insurrezionale facesse parte di una manovra ordita dai seguaci del barone Bettino Ricasoli, che aveva guidato il precedente governo. Si trattava, in pratica, di creare difficoltà nei rapporti col governo francese. Ed in effetti, anche sull’onda della notizia del tentativo insurrezionale, la borsa di Parigi registrò una sia pur lieve flessione.  Fu il giornale “L’Italie” (che era in lingua francese ma era edito a Firenze, in quel periodo capitale d’Italia) che approfondì i particolari della spedizione: «L’assembramento dei giovani avvenne nel bosco di Configni: erano circa 170; li comandava un tale Perelli di Milano. Eravi un luogotenente e un trombettiere ed una bandiera tricolore…Alcuni distaccamenti di truppe furono spediti ad inseguire il piccolo drappello… Gli inseguiti, accortisi, affettarono la marcia ed arrivarono a Farfa in numero di cento. Furono raggiunti al passo di corsa, 53 vennero arrestati e gli altri dispersi. Le truppe raccolsero 63 fucili e 100 cartucce». Armi, quelle degli insorti, che , scrisse la Gazzetta d’Italia, erano state «distribuite agli insorti da tale Faustini che – specificò il giornale – si lamenta di essere stato ingannato».
Faustini fu arrestato, incarcerato nella rocca di Narni e da qui trasferito a Bologna e poi a Firenze per il processo. Fu assolto. Ma scese di nuovo in azione poco tempo dopo.
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Qui Garibaldi si fermò a pranzo

Via XI Febbraio. Nel cerchio la targa in ricordo del pranzo di Garibaldi
Via XI Febbraio. Nel cerchio la targa in ricordo del pranzo di Garibaldi

Quante sono, in tutta Italia, le lapidi che segnalano i luoghi di sosta di Giuseppe Garibaldi? Innumerevoli. «In questa casa pernottò» o «Qui si fermò l’eroe dei Due Mondi» recitano con maggiore frequenza. Da adesso, volendo, c’è una nuova tipologia: «Qui pranzò Giuseppe Garibaldi». Basta recarsi a Terni, in via XI Febbraio. più che una lapide è una targa metallica sulla quale, per la verità recita: «Nel luglio del 1849 uscito da Roma sulla via per Venezia Giuseppe Garibaldi sostava a Terni dove il 9 era ospite tra queste mura di Lorenzo Casagrande amico del generale».
Così, con un passaggio solo, il generale s’è accaparrato due lapidi. Perché ce n’è un’altra a ricordare la sosta a Terni di Giuseppe Garibaldi e del suo esercito di volontari in fuga dopo la caduta della Repubblica Romana nel 1849. E’ quella che si trova all’ex convento di San Valentino, dove fu inaugurata l’11 giugno 1882, a celebrazione dell’Eroe dei Due Mondi pochi giorni dopo la sua morte. “Nel luglio del 1849 – sono le parole scolpite sulla pietra sopra l’ingresso dell’ex convento – Giuseppe Garibaldi movendo per Venezia ristorava qui gli avanzi gloriosi dei difensori di Roma”. E poi: “11 giugno 1882 – I cittadini e il municipio segnano reverenti l’orma del grande condottiero”.
La colonna di volontari marciava verso il nord Italia. All’imbrunire dell’8 luglio del 1849 “gli avanzi gloriosi dei difensori di Roma”, provenienti da Magliano Sabina, si accamparono sul colle di San Valentino, nei pressi della basilica e del convento. Qui restarono per tutto il giorno 9 e la mattina del 10 si rimisero in movimento: quattromila uomini, 800 cavalli, alcuni cannoni, i carri coi rifornimenti. C’erano anche Anita, che morì durante il viaggio a Comacchio, Ciceruacchio ed il prete Ugo Bassi, poi fucilati dagli austriaci.
Ciceruacchio era sicuramente col generale a pranzo in via XI Febbraio, nella casa di Lorenzo Casalgrande il quale era ufficiale della guardia civica della Repubblica Romana dopo aver ricoperto lo stesso incarico a Terni. Modenese, Casalgrande s’era trasferito a Terni nel 1835: l’aria a Modena era diventata poco respirabile per uno che come lui aveva partecipato ai moti del 1831. Mise su una fabbrica di vetro e fu, come imprenditore, uno dei fondatori della Cassa di Risparmio. Nel periodo della Repubblica Romana era diventato amico di Ciceruacchio il quale – appunto – accompagnò il generale nella casa di via XI febbraio. Non c’era Anita. Rimase a San Valentino. Aveva bisogno di riposo, probabilmente era già malata. Garibaldi, mangiò, s’affaccio un attimo alla finestra per salutare tutta la gente che era in attesa in strada, poi tornò dai suoi uomini a San Valentino.

Qui Garibaldi si fermò a pranzo

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Perugina, gli anni eroici del Motogiro d’Italia

Moto d’epoca

 

«Li vede quei quattro palazzi laggiù? Beh, lì c’era la fonderia. Qui, davanti a noi, in questo grosso fabbricato ora destinato ad uffici pubblici e privati e a servizi, c’era invece lo stabilimento, quello dove costruivano le motociclette». Di quelle moto, a Castel del Piano, frazione di Perugia, c’è rimasto un ricordo in forma di monumento che si erge lì, dove stavano la fonderia e l’officina Menicucci. Riproduce il marchio della moto “Perugina”,un Grifo rosso stilizzato, sovrapposto ad una ruota dentata e a  un timone azzurri. Stesso nome della fabbrica di cioccolato, ma qui non si prendeva la gente per la gola. Casomai le orecchie, mediante il rombo dei motori delle moto che prodotte in qualche migliaio di esemplari nella prima metà degli anni Cinquanta. Moto da passeggio e da competizione: corse in salita e, soprattutto, Motogiro d’Italia e Milano – Taranto.Due “Gran fondo” le chiamavano allora. Le vollero, ad imitazione della Mille Miglia, i produttori italiani di moto. Occasione di promozione, ma anche di sviluppo e ricerca tecnologica. «Eh – sospira la signora che fa parte del Motoclub Manlio Menigatti di Castel del Piano – Anche mio marito correva con la Perugina, forse lei se lo ricorda: Trittici, Antonio Trittici. Non c’è più da vent’anni, ma io sono rimasta legata al mondo delle motociclette che lui amava tanto».

Antonio Trittici, motociclista perguno anni 50
Tonino Trittici al Motogiro d’Italia del 1956

Antonio Trittici fu al via, con una Perugina ovviamente, del Motogiro d’Italia nel 1955 (numero di gara 376) e nel 1956 (numero 338). Erano anni in cui nell’officina di Castel del Piano si dava “fiato” alla produzione. Quattro modelli: una 160 centimetri cubici a due tempi, Turismo: quattro marce, velocità 95 chilometri orari: costo 183mila lire. In epoca recente c’è chi ha sborsato migliaia di euro per assicurarsene uno dei pochi esemplari ancora in circolazione. Delle due tempi non ne furono vendute molte, in verità. “Tiravano” di più le quattro tempi: la 125 e la 175 turismo, velocità 105 all’ora (prezzo 235mila lire) e la 250 granturismo (135 all’ora, 285mila lire). Ma il modello di punta era la 175 sport:125 all’ora, e 210mila lire il costo. Era quella che s’utilizzava per correre.
Al  Motogiro del 1954 furono due le Perugina al via: quella di Cini, portacolori del Moto Club Perugia, e quella del napoletano Santoro. Nel 1955 furono molte di più: alla partenza c’erano, oltre a Tonino Trittici, già citato, Enzo Ridoni, Ennio Ambrosi, Otello Raspa, Fausto Cutini, Alessandro Bozzano. Cinque moto Perugina al via nel 1956: ancora Trittici, Raspa e Ambrosi (tutti e tre del moto club Menigatti) e i “forestieri” Ottavio Marini (romano) e Piero Coppini (fiorentino). Nessuno tra loro risulta piazzato ai livelli alti della classifica, ma la concorrenza era aspra. I partecipanti al Motogiro erano sempre centinaia (nel ’54 il record con 550 iscritti) e le case costruttrici impegnate erano le più importanti: dalla Gilera, alla Guzzi, alla Mv, alla Ducati. Per non parlare di Benelli, Morini, Parilla, Mondial, Laverda. Case importanti che schieravano piloti ufficiali e macchine dalla tecnologia evoluta; non a caso i vincitori delle cinque edizioni del Motogiro si chiamano Leopoldo Tartarini (Benelli), Tarquinio Provini (Mondial), Emilio Mendogni (Morini), Giuliano Maoggi (Ducati) e Remo Venturi (Mv Agusta). Pilota e costruttori importanti che allestivano appositi modelli per le gare di gran fondo. Non era possibile chiedere tanto alla FOM di Castel del Piano produttrice della Perugina. Anche se,certamente, Giuseppe Menicucci, il vero “motore” della Perugina non mancava di esperienza. La sua prima motocicletta la costruì, giovanissimo, nel 1930, nell’officina di casa, a Castel del Piano. Realizzò il telaio che equipaggiò con un motore inglese, il monocilindrico Jap di 250 centimetri cubici. Sul serbatoio la scritta Che lo inorgogliva: “Menicucci”. Ma i mezzi finanziari a disposizione erano insufficienti. Così Menicucci decise di associarsi ai fratelli Buraglini, allora titolari di un’attività commerciale con vendita di biciclette e articoli sportivi, ma anche di una offi

Castel del Piano, il marchio delle moto Perugina è ora un monumento
Castel del Piano, il marchio delle moto Perugina è ora un monumento

cina riparazioni di auto e moto. Nacque così la BMP, Buraglini-Menicucci Perugia. Si assemblavano telai costruiti da Menicucci con motori inglesi: il Jap ed il Python. Moto turismo e sport di 175, 250 e 500 centimetri cubici. Sul mercato dei collezionisti di moto d’epoca oggi la BMP è una moto rarissima.

Si pensa ne rimanga un solo modello che è di proprietà di una appassionato di Perugia. Si tratta si una moto molto curata nei particolari e di indubbia potenza (120 cavalli). Non ha prezzo,come un quadro di Picasso. Per farsi un’idea basta considerare che la moto inglese Rudge che monta lo stesso motore è quotata 15mila euro. L’esperienza BMP finì abbastanza presto, nella seconda metà degli anni Trenta. Ma Peppino Menicucci non si dette per vinto. E dopo la guerra ci riprovò. Stavolta con maggior successo. Grazie alla Perugina, appunto.
Giugno 2010

Perugina, da Castel del Piano sulle strade del Motogiro

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guzzi 350 1957MOTO D'EPOCA ALTRE NOTIZIE

Terni, vince alla lotteria e tiene il segreto per mezzo secolo

La sera del 6 gennaio 1960 in un appartamento di Terni si sentì il botto di una bottiglia di spumante cui fu fatto saltare il tappo. Una famiglia festeggiava tra abbracci e baci, ringraziando Canzonissima, seguitissima trasmissione televisiva abbinata alla Lotteria di Capodanno. Lì abitava viveva il fortunato possessore – come si dice – del biglietto vincente il terzo premio della lotteria. La sera del 6 gennaio la Befana regalava un bel pacchetto di soldi, ma solo a pochi tra le varie migliaia di persone che avevano tentato la sorte comprando un biglietto. A quello sconosciuto ternano era capitato il Serie Q numero 49277 venduto in provincia di Terni. Era abbinato alla canzone “Vecchio frack”, classificatasi terza nella serata finale (la graduatoria delle canzoni era stabilita attraverso un sistema complicato di cartoline e votazioni degli ascoltatori) e portò trenta milioni in tasca al suo possessore.
Trenta milioni non erano roba da cambiarti radicalmente la vita, ma – insomma – non erano pochi. Tanto per farsi un’idea, nel 1960 la benzina costava 125 lire al litro; un pacchetto di sigarette nazionali Esportazione con filtro, 240 lire; un frigorifero stava intorno alla 120mila lire; quell’anno costò mille lire il biglietto per un posto in piedi per assistere alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Roma, mentre una poltrona in tribuna costava novemila lire. Vale a dire che con trenta milioni uno poteva quanto meno togliersi qualche bella soddisfazione.
Ovviamente cominciò la “caccia” ai vincitori. Poco dopo la fine della trasmissione si seppe chi era il possessore del biglietto AD 508 che, venduto a Perugia, aveva vinto il settimo premio: era abbinato alla canzone “Signorinella” cantata da Achille Togliani e vinse venti milioni. L’aveva in tasca un giovane imprenditore tessile di Ponte Felcino, Mario Guelpa, che ai cronisti raccontò di aver comprato il tagliando fortunato al ristorante sul lago Trasimeno. Era lì a pranzo con gli amici: il cameriere glielo aveva offerto, e lui aveva pagato le 500 lire del biglietto che poi si era messo in tasca senza nemmeno pensarci più. Fino a quella sera, ovviamente.
Per scoprire gli altri vincitori i cronisti dovettero faticare un po’ di più. Alla fine individuarono il vincitore dei cento milioni del primo premio: era un piccolo ristoratore di Parma. Invece non fu mai scoperto colui che aveva stappato lo spumante a Terni. A parte quel botto seppe ben tacere e nascondersi. Negli anni successivi altri biglietti vincenti di varie lotterie risultavano venduti a Terni, o meglio, in Pr4ovincia di Terni. Il più delle volte li aveva comprati gente che s’era fermata alla stazione di Fabro dell’Autosole. Gente di fuori, insomma. Ma nel 1960 l’autostrada non c’era.
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Orvietana in vacanza ad Alassio diventa a sorpresa Lady Italia

Teresa Maltese con Daniele Piombi premiata ad Alassio come Lady Italia
Teresa Maltese con Daniele Piombi premiata ad Alassio come Lady Italia

Bella lo era certamente: «Occhi verde azzurro, capelli e carnagione scurissimi», la descrissero i cronisti mondani. La mora dagli occhi blu era Teresa Maltese, bellezza quasi esotica, eppure orvietana doc. A Ferragosto, nel 1960, ad Alassio, la signora di Orvieto fu eletta Lady Italia. Continua a leggere Orvietana in vacanza ad Alassio diventa a sorpresa Lady Italia

Maestrina di San Gemini diva al Musichiere

Laura Lardori, la maestrina di San Gemini, al Musichierei
Laura Lardori con Mario Riva e Gorni Kramer al Musichiere in una illustrazione sulla Domenica del Corriere.
maestra di San Gemini Sangemini
Laura Lardori

Quella, avrebbe potuto essere la serata di Patrizia De Blank, che debuttava al Musichiere come valletta al posto di Carla Gravina. Invece il giorno dopo i quotidiani, nella nota dedicata alla Tv, parlavano di Laura Lardori, la “maestrina di San Gemini” che per un lapsus era stata costretta a cedere la fascia di campione. Continua a leggere Maestrina di San Gemini diva al Musichiere