Archivi categoria: L’arte maltrattata

Sant’Alò, chiesa romanica “vandalizzata” per secoli

Il danno creato da alcuni giovinastri ai primi di aprile 2017 alla chiesa di Sant’Alò, seppur contenuto, va ad aggiungersi ad una serie di “attentati” compiuti contro quella che è considerata la più importante testimonianza dell’arte Romanica a Terni. Continua a leggere Sant’Alò, chiesa romanica “vandalizzata” per secoli

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Dieci anni dopo recuperati alcuni dei quadri rubati a San Pietro

Dieci anni di indagini prima che fosse possibile recuperare alcune delle opere trafugate la notte tra il 28 e il 29 marzo 1916 dalla Basilica di San Pietro a Perugia. Avviate a ritmo serrato, le ricerche dei possibili autori del furto portarono – nei giorni immediatamente successivi – ad una serie di fermi Continua a leggere Dieci anni dopo recuperati alcuni dei quadri rubati a San Pietro

Cancellato lo scempio di Beroide

beroide, spoleto, chiusa deturpata

Beoride
Beroide, ripulita la parete esterna della chiesa di SantAntonio

Innamorato pazzo. Al punto che non s’è potuto reggere e a Sara, oggetto del desideri, ha dovuto farlo sapere con grande clamore: ha comprato una bomboletta spray e l’ha vergato a caratteri azzurri grandi così, sul primo muro che ha trovato. Senza fare caso che quel primo muro era l’intera fiancata sinistra di una chiesa del XV secolo, la chiesa di Sant’Antonio, ad un tiro di schioppo da Beroide. Continua a leggere Cancellato lo scempio di Beroide

Colleluna, la storia in vendita

La torre di Colleluna, a Terni, è uno dei simboli della storia della città, quella storia che s’affonda nei secoli e che spesso, dai ternani per primi, è misconosciuta. La torre nacque come rocca, un baluardo a difesa della città, costruita con tutta probabilità verso al fine del XIII secolo. Era il periodo in cui Terni Continua a leggere Colleluna, la storia in vendita

Madonna delle Sbarre in abbandono

Capitone Narni
Capitone la chiesa della Madonna delle Sbarre

Venticinque anni fa era ancora intatta, seppur utilizzata solo raramente per dirvi messa. Ma quella chiesa lungo la strada per Amelia, nei pressi di Capitone – frazione di Narni – al momento è in totale stato di abbandono. E l’incuria, sia sa, provoca in poco tempo danni sempre maggiori fino a che diventano irreparabili. Continua a leggere Madonna delle Sbarre in abbandono

Somma, sotto i rovi l'Arma di Papa Gregorio

Nel percorrere l’antico tracciato della via Flaminia in Umbria, lungo il diverticolo orientale, non appena oltrepassato il valico della Somma, discendendo verso Spoleto si traversa un ponticello sulla spalletta del quale è ancora presente un’Arma. E’ l’Arma Papale di Gregorio XIII. Un’altra, ce n’era, di Arma papale, lungo quel tratto di strada tra Terni e Spoleto: era l’arma di Urbano VIII, posta in prossimità della frazione spoletina di Strettura, in coincidenza del bivio da cui si diparte la strada per Montefranco, che poi conduce sulla Valnerina. Quell’Arma (lo stemma papale inciso su marmo) è andata distrutta in seguito allo sbandare di un camion che, finito fuori strada nel percorrere la Statale piombò sul piccolo monumento mandandolo in mille pezzi.
L’Arma di Urbano VIII era stata posta a suggello della costruzione della via del Ferro, quella che, appunto dalla Flaminia, vicino Strettura raggiungeva Montefranco, scendeva sulla Valnerina, la percorreva fino a Sant’Anatolia di Narco, si inoltrava su per i monti dopo aver scavalcato il fiume Nera e giungeva a Monteleone di Spoleto, sede delle importanti miniere di ferro. Attraverso quella strada il minerale, appena sgrezzato, raggiungeva la ferriera papale a Terni.
Distrutta quell’Arma; e si va ancora alla ricerca dei resti, dei pezzi che qualcuno dice che siano conservati proprio- guarda il caso – da un’altra Arma, quella dei Carabinieri.
Diversa la sorte dell’Arma di Papa Gregorio XIII, quella – appunto – che esiste ancora sulla spalletta del ponte presso il valico della Somma. Esiste, ma non si sa ancora per quanto. Dimenticata da tutti avrebbe bisogno di un intervento di restauro che non dovrebbe nemmeno essere troppo costoso. Essa non corre rischi per sbandamenti di camion o mezzi pesanti, essendo quel tratto di strada ormai percorso solo da uno scarso traffico locale. Ma è completamente ricoperta di sali; il materiale su cui è scolpita è fortemente danneggiato. La faccenda fu segnalata quattro anni fa. Nel marzo scorso ancora nessuno era intervenuto e l’arma, sempre più degradata, stava cominciando ad essere di difficile lettura.  Al momento, con la primavera inoltrata, è del tutto scomparsa in mezzo ai rovi. Nascosta alla vista. Fino a quando arriverà magari una ruspa a togliere quei rovi, per questioni di agibilità della strada e magari insieme ai rovi demolirà anche un pezzo di storia.

Gregorio XIII stemma papale
Lo stemma raffigurato sull’Arma

Perché sta proprio lì quell’Arma? Che significato ha? Che c’entra il papa che riformò il calendario, che tanto si impegnò per fare più bella Roma, che fondò l’accademia musicale di Santa Cecilia e che avviò la costruzione del palazzo del Quirinale – tra le tante altre cose – col ponte di un valico di montagna?
Il fatto è che la Flaminia “vera”, per secoli, in Umbria era stata quella che fu poi conosciuta col nome di “Flaminia Vetus”, ossia il diverticolo occidentale della strada consolare, quello che passava per Carsulae, Massa Martana, Bevagna prima di arrivare a San Giovanni Profiamma e poi inoltrarsi verso le Marche. Il tratto orientale che ormai a metà del XVI secolo stava diventando il più importante ed utilizzato, venne ammodernato e reso più facilmente agibile proprio ad opera di papa Gregorio XIII che nell’impresa investì risorse considerevoli. Non a caso, per un certo periodo la strada perse, nell’uso comune, il nome di Flaminia per diventare la “strada Gregoriana”.
A seguire i lavori- dopo averli, in verità, fortemente sollecitati – fu il cardinale Guido Ferrero, legato di Spoleto, che di papa Gregorio era amico fin dall’infanzia e che godeva della fiducia piena del santo padre.

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Somma, sotto i rovi l’Arma di Papa Gregorio

Perugia, i preti vendono altare Luigi XV a un antiquario

Pasqua  era passata giusto da una settimana. Per gli agenti del dazio il lavoro era finalmente un po’ calato, dopo che per alcuni giorni avevano avuto il loro da fare per registrare il transito di camion carichi di colombe dolci e uova di cioccolato, verdure e soprattutto abbacchi. Era il destino di chi prestava servizio in una gabella alle porte della grande città, quella che era nel punto in cui la strada Flaminia stava per entrare in Roma. Lì arrivarono, nel pomeriggio del 9 aprile 1959 due camion, OM, verde scuro. Il cassone era ricoperto da una spessa tela marrone. Alla gabella del dazio si pagava la tassa comunale, che variava, secondo le merci trasportate. «Che portate?», fu la domand di rito. «Tutta robba vecchia», rispose uno degli autisti. Bassino ma tarchiato, una quarantina d’anni, brizzolato. Il daziere fece un giro intorno ai camion e notò che una delle cordicelle che tenevano fermo il telone che ricopriva il cassone era sganciata: dall’apertura sporgeva un pezzo di un crocifisso. «E questo?», domandò. «Je l’ho ddetto, robba vecchia. De chiesa, ma sempre robba vecchia è». «Aprire tutto», ordinò il daziere.
La “robba vecchia” era, in pratica, un altare completo stile Luigi XV; candelabri e porta ceri d’argento; un  reliquario del Settecento che portava inciso il nome dell’artigiano che l’aveva cesellato; e tutta una serie di altri oggetti: da inginocchiatoi ad aspersori, da vasi di cristallo a statue di legno che raffiguravano angeli e santi : «Ah… robba vecchia? Qui ce sta ‘n tesoro! Artroché», esclamò il daziere. E cominciò un battibecco, fino a che il piccoletto brizzolato si dette una manata in fronte: «Mo’ che m’aricordo… C’ho ‘na lettera d’accompagno che m’hanno dato ar Domo de Peruggia. Mo la pijo».
La lettera, in effetti, era scritta su carta intestata con lo stemma del Capitolo del Duomo di Perugia, ed era fornita di tutti i timbri d’ordinanza. C’era spiegato che tutti quegli oggetti dovevano essere trasportati a Roma per essere sottoposti a restauro e che successivamente essi “dovevano ritornare a Perugia”.  «Se li preti hanno scritto che ‘ sta robba deve torna’ a Peruggia, è evidente che ci tornerà», conclusero insieme l’autista e il daziere. «Potete passare».
Finita la storia? No, perché comunque c’era chi s’era messo in allarme. Una macchina seguì i due camion nelle strade di Roma non si fermarono. Erano a Trastevere, davanti ad un negozio: “Arredamenti”, c’era scritto sull’insegna. Il titolare fu chiamato a fornire spiegazioni. «Ho acquistato tutta questa roba partecipando ad un’asta: ho presentato un’offerta in busta chiusa ed è risultato che ero quello che praticava le migliori condizioni. Quindi questa roba io l’ho regolarmente comprata». Nel 1959 era da poco nata la “moda” di arredare ville e case di campagna con mobili ed oggetti antichi. Si potevano così notare campanelle da sagrestia alla porta d’ingresso, mobili bar ricavati in un confessionale. Insomma, c’era mercato per quegli oggetti che si stavano consegnando al negozio di arredamenti di Trastevere.
A quel punto il piccoletto, raccontò. «Noi stavamo vicino Peruggia perché avevamo fatto ‘n trasporto – disse –. Stavamo a torna’ a Roma, era già sera. Ce fermò uno che disse de esse’ un omo de fiducia der signore che c’ha ‘sto negozio de Trastevere e che je serviva de porta’ a Roma n’po’ de robba che dovevamo carica’ su, al centro de Peruggia. Se semo accordati sul prezzo e semo annati a carica’».
In piazza del Duomo i due camion arrivarono a notte già avanzata.. Si aprì un portone e gli automezzi entrarono in un cortile. «Lì aspettammo quasi per tutta la notte». Alle cinque del mattino del 9 quando arrivarono – è il racconto degli autisti – due preti i quali, tra tanti oggetti indicavano quali erano da caricare sui camion». «Fate in fretta ma non fate rumore – si raccomandarono – perché la gente comincia a circolare e qui il comune è governato dalla sinistra. Potrebbe scapparci uno scandalo». Ma nessuno s’accorse di niente. «Du’ preti propio a mmodo – commentò il tarchiato – ‘gni vorta che passavono davanti all’altare s’inchinavono e se facevono ‘r segno d’a croce».
Il Capitolo spiegò, poi, che tutti quegli oggetti erano lasciti a favore di varie chiese che in qualche caso si trovavano ad avere problemi di spazio ed avevano perciò tutto inviato all’Arcivescovado, «che non sa che farci e quindi ha messo tutto in vendita».

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Attigliano, così sparì un borgo del ‘500

A prima vista potrebbe sembrare una storia di lungaggini burocratiche, di dimenticanze, di scarsa considerazione da parte dei “capoccioni” di Roma per i problemi di un piccolo centro dell’Umbria meridionale, ai confini col Lazio: Attigliano. Ma a leggere oggi certi resoconti giornalistici dell’epoca c’è da farsi accapponare la pelle. Continua a leggere Attigliano, così sparì un borgo del ‘500

Villa del Settecento ingoiata dalla discarica a Pentima

I rifiuti della discarica di Pentima inghiottono una villa gentilizia del '700. La foto di Carlo Angeletti è memoria storica
I rifiuti della discarica di Pentima inghiottono una villa gentilizia del ‘700. La foto di Carlo Angeletti è memoria storica

Una foto che diventa testimonianza storica. L’ha scattata verso la fine degli anni Settanta- inizio anni Ottanta Carlo Angeletti, per lunghi anni fotoreporter per il Messaggero. Fu un’intuizione, la molla mossa dall’istinto di un cronista che ha fissato su pellicola uno scempio che si stava compiendo nell’indifferenza generale. Mostra un bene storico, comunque. Sparito ed in  malo modo: è finito sotto l’immondizia della discarica dei rifiuti urbani, a Pentima. Quella discarica che per anni ha consentito a Terni di incassare soldi dai Comuni vicini i quali pagavano per trasferire lì i loro rifiuti. Una discarica che era utilizzata, infatti, per l’immondizia prodotta a Terni, Acquasparta, San Gemini ed altri piccoli comuni vicini, ed a Rieti. Si tratta di ruderi, certo, ma a quel che sembra si tratta di ruderi che comprendevano anche un luogo che in qualche tempo passato è stato consacrato (si nota ancora una croce seppur penzolante davanti a quella che fu una finestra che dava luce alla piccola chiesa).
L’immondizia avanzava sempre più ed ora di quei ruderi, di quell’antica costruzione non c’è più traccia. Tutto giace sotto tonnellate di rifiuti in quella discarica andata “esaurita” ormai una ventina di anni fa.
Ma di che si tratta? Cosa abbiamo perso? Quale testimonianza della storia ternana è sparita così?
Vecchie mappe della città e del circondario (si parla di documenti del XVII-XVIII secolo) ponevano in quel luogo una Romita (tanto è vero che la strada è conosciuta proprio come strada della Romita) che viene nominata anche da Francesco Angeloni nella sua storia di Terni, quando parla della predicazione di San Francesco a Terni: «Fu questo gran santo canonizzato nel 1228 da Gregorio Nono in Assisi _ scrive l’Angeloni _ pregiandosi oltre modo la Città di Terni dello spirituale godimento, tratto da così evidenti effetti della sua Santità; e che sono poscia valuti per introdurre ne’ i cittadini una ben singolare divozione verso lui, e la Serafica Religione, in riguardo della quale sette chiese vi hanno edificato: cioè due de’ i minori, una dei Conventuali, una de’ Capuccini, con due monasteri di Monache, e un’altra Chiesa e Convento sopra di un monte dedicata alla Santissima Trinità col nome di Romita vecchia, e pure Capuccini vi dimorano; dove si ha tradizione, che tal fiata vi stanziasse San Francesco».
Una descrizione che ben si attaglia a quanto mostra la foto. Quella sparita sotto tonnellate di rifiuti, però, non è la “Romita”,è “solamente” una delle ville estive di proprietà di una delle facoltose famiglie ternane dei secoli scorsi, la famiglia dei conti Magalotti. La costruzione più vicina all’obbiettivo della macchina di Carlo Angeletti, invece, era la cappella privata. Non si tratta quindi di una testimonianza che ha lo stesso valore culturale della Romita, sparita in altro modo, ma possibile che nessuno si sia posto – a suo tempo – nemmeno il problema? Ricordare la fine di quella villa servirà, per lo meno, a rinverdire la questione del salvataggio di altre residenze dello stesso tipo e di più consistente valore, prima fra tutte Villa Palma?

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Ottantamila lire e Piermatteo finì in America

L'Annunciazione di Piermatteo d'Amelia
L’Annunciazione di Piermatteo d’Amelia

Ottantamila lire. Tanto incassarono i frati in cambio di un’opera d’arte ammirata da critici e studiosi di tutto il mondo i quali si sono scervellati per decenni alla ricerca di scoprire l’autore di tanta meraviglia. Una faccenda tanto complicata per cui per lungo tempo si limitarono ad appellarne l’autore come il “Maestro dell’Annunciazione Gardner”. Vabbè che negli anni a cavallo tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 si trattava di una discreta somma, ma – certo – ottantamila lire, anche di allora, erano una miseria per un’opera d’arte come quella. Ormai si sa quasi tutto su quella Annunciazione dipinta alla fine del‘400 da un artista dell’Umbria meridionale. Si sa, cioè, che l’autore è Piermatteo Lauro de’ Manfredi, più sbrigativamente chiamato Piermatteo d’Amelia. Tutto è noto: sulle particolarità artistiche dell’opera; su come grazie alla possibilità di accertare la paternità del polittico di Terni si fu in grado di stabilire che essa era stata realizzata da Piermatteo; su come si fu in grado, così, di accertare che sue erano altre opere presenti nell’Umbria meridionale e che fino ad allora erano state attribuite – appunto – al “Maestro dell’Annunciazione Gardner”.
Un po’ meno si sa, invece, su come sia stato possibile sottovalutare il valore artistico, ma anche quello più materiale dell’opera. Delle ottantamila lire riferì Federico Zeri – uno che su quella Annunciazione e su Piermatteo lavorò molto e con passione – più di 25 anni fa nel corso di un convegno che si tenne a Narni,ad iniziativa della Provincia di Terni: “Dall’Albornoz all’età dei Borgia. Questioni di cultura figurativa nell’Umbria meridionale”, era il tema.
Quelle ottantamila lire – è il succo del racconto di Zeri – furono incassate dai frati di Santa Maria degli Angeli i quali avevano avanzato formale richiesta del permesso di vendere quella pala, che era – spiegarono – in cattivo stato di conservazione e che era in definitiva un “oggetto inutile”.
L’Annunciazione era stata realizzata da Pier Matteo per il convento della Santissima Annunziata di Amelia,ma da qui era finita a Santa Maria degli Angeli dove era appesa ad una delle pareti esterne della Porziuncola.Lì è restata per secoli e v’era ancora quando,nel 1875, seguendo le “nuove tecniche” di riproduzione di immagini, uno studio fotografico di Roma, la fissò su lastra.
La vendita, da parte dei frati, avvenne poco tempo dopo tra il 1880 ed il 1900. Le ottantamila lire le sborsò un antiquario londinese socio di Bernard Berenson, critico d’arte americano. “Il” critico d’arte, a quei tempi: bastavano due righe scritte da lui e il dipinto era considerato sicuramente originale e dell’autore cui egli lo attribuiva.
Nel caso in ispecie, comunque, si sbagliò: la paternità dell’opera secondo lui era di Fiorenzo Di Lorenzo, anch’egli pittore umbro del Quattrocento, perugino. Non sbagliò, però Berenson, nello stimarne il valore e nel consigliarne l’acquisto alla collezionista americana che era stata la sua mecenate,avendogli pagato gli studi ad Harvard: Isabella Stewart Gardner. La signora acquistò la pala, la fece restaurare e la espose nel suo museo, il Museo Gardner appunto, a Boston.
Allora erano parecchie le opere d’arte italiane – e non solo – che acquistate per quattro soldi venivano rivendute dagli antiquari ai collezionisti americani a cifre moltiplicate per decine di volte rispetto a quella di acquisto. Se ne crucciava, Berenson, ma le sue erano lacrime di coccodrillo. Intanto perché realizzava forti guadagni; poi perché comunque s’era creato un’autogiustificazione morale, sostenendo – come scrisse in una lettera alla Gardner – che egli rendeva «uno straordinario servizio all’America per mezzo dell’arte» e contemporaneamente salvava «i capolavori che portava clandestinamente fuori dall’Italia dall’incuria e dai saccheggi degli italiani».
Tra questi capolavori “salvati” c’era quell’Annunciazione che Isabella Gardner acquistò. Lei era innamoratissima dell’arte italiana, dell’Italia e specialmente di Venezia. Una riprova? Fece portare a Boston le pietre di un palazzo veneziano per utilizzarle nella costruzione di quello che oggi è il museo Gardner e che per un breve periodo fu la dimora di quella eccentrica e ricchissima signora. La quale salvò, forse, dall’incuria l’Annunciazione di Piermatteo, ma nel contempo alimentò non poco il commercio clandestino di opere d’arte che ha arricchito parecchi personaggi senza scrupoli, impoverendo l’Italia.
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Isabella Stewart Gardner e, a sin., il museo da lei fondato
Isabella Stewart Gardner e, a sin., il museo da lei fondato