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Reichlin, “ripensando la storia dal mio colle”. E Collicello fu centro del mondo

Collicello, il borgo amerino in cui Alfredo Reichlin aveva una casa in affitto, resta un posto in cui il contatto con la natura, i rapporti con le persone semplici ma di buon senso, inducono al relax ma anche a lasciar correre i pensieri. Alfredo Reichlin era molto affezionato a quel paesino, che ha con assiduità frequentato e vissuto per quasi mezzo secolo. Lo ha visto cambiare, Continua a leggere Reichlin, “ripensando la storia dal mio colle”. E Collicello fu centro del mondo

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Teatro Verdi, la guerra, le bombe e il progetto del Poletti

Non nacque teatro. Nel XIII secolo, il libero Comune di Terni decise di costruire un palazzo per ospitare il magistrato municipale e i priori che da tempo si riunivano nella chiesa di San Francesco o nell’abitazione di qualcuno tra loro. Continua a leggere Teatro Verdi, la guerra, le bombe e il progetto del Poletti

Terni e la proposta di una Regione senza Perugia

La proposta era di creare una Regione, forse piccola, ma tutta accentrata su Terni e le sue attività industriali. “Si tratta in sostanza di creare attorno alla città di Terni una Regione costituita razionalmente secondo i criteri più moderni, Continua a leggere Terni e la proposta di una Regione senza Perugia

La Krupp dichiara guerra alla “Terni”

Il laminatoio delle acciaierie
Il laminatoio delle acciaierie

La “Terni” se ne vantava, e all’esposizione internazionale di Parigi, nel 1901, aveva esposto le corazze di sua produzione, quelle che servivano per le navi della Marina Militare Italiana. C’era anche un catalogo, pieno di dati, tra cui si dava conto delle sperimentazioni compiute sparando cannonate contro le lastre di acciaio e concludendo che sia le corazze che i proiettili che essa “Terni” produceva erano al livello di quelli di Krupp. Continua a leggere La Krupp dichiara guerra alla “Terni”

La memoria dei caduti della prima guerra mondiale

 

♦I Caduti della Grande Guerra, di cui si celebra il centenario, sono ricordati in ogni centro, piccolo e grande. Una galleria fotografica per sottolineare quanto quella tragedia colpì, senza esclusioni, la gente di tutto il Paese: contadini, operai, giovani di tutte le classi sociali i cui nomi sono incisi sul marmo. Un ricordo perenne del loro sacrificio ed un monito, seppure a volte colpevolmente inascoltato.

 

 

 

 

 

Garibaldi s’accampa a San Valentino

Sab Valentino ex convento università
La lapide che ricorda la sosta di Garibaldi a San Valentino

Probabilmente c’erano altre e più importanti, decisive presenze di Giuseppe Garibaldi a Terni da ricordare, che non un luogo in cui egli si era accampato. Da Terni, per esempio, Garibaldi  partì per la spedizione conclusasi con la disfatta di Mentana. Ma allora, l’11 giugno 1882, i ternani scelsero di celebrare l’eroe dei Due Mondi, morto pochi giorni prima, con l’apposizione di una lapide al convento di San Valentino: “Nel luglio del 1849 – sono le parole scolpite sulla pietra che si trova sopra la porta  d’ingresso –  Giuseppe Garibaldi movendo per Venezia ristorava qui gli avanzi gloriosi dei difensori di Roma”. E poi: “11 giugno 1882 – I cittadini e il municipio segnano reverenti l’orma del grande condottiero”.
Chissà, forse c‘era di mezzo anche un persistere del fascino destato dall’avventura della Repubblica Romana del 1849. Un’esperienza durata poco tempo, stroncata dall’intervento dell’esercito francese accorso in aiuto del papa.
Sono appunto soldati della Repubblica Romana quelli che Garibaldi guida verso il nord Italia. Ed è l’imbrunire dell’8 luglio del 1849 che “gli avanzi gloriosi dei difensori di Roma”, provenienti da Magliano Sabina,  si accampano sul colle di San Valentino, nei pressi della basilica e del convento. Qui restano per tutto il giorno 9 e la mattina del 10 si rimettono in marcia.
Da Roma, ormai pressata dalle porte dalle truppe francesi, Garibaldi è partito alle 8 di sera del 2 luglio.
Le trattative tra il generale Oudinot ed il triumvirato che guidava la Repubblica Romana non lasciavano scampo: i  francesi intimarono lo scioglimento dell’esercito. Garibaldi riunì gran parte delle truppe a Piazza San Pietro, invitando coloro che desideravano continuare la lotta per la liberazione dell’Italia a concentrarsi a Porta San Giovanni.
E da qui la colonna si mosse: quattromila uomini, ottocento cavalli, alcuni cannoni, i carri con i rifornimenti. Con Garibaldi c’è Anita; e ci sono personaggi come Ciceruacchio ed il prete Ugo Bassi.

Garibaldi, Anita in fuga da Roma dopo la caduta della Repubblica del 1849
Garibaldi e Anita in fuga da Roma dopo la caduta della Repubblica del 1849

Sono vicende rese popolari anche attraverso un film, “In nome del popolo sovrano”, realizzato dal regista Luigi Magni nel 1990 (tra gli interpreti Nino Manfredi, Alberto Sordi, Jacques Perrin, Serena Grandi). La colonna sosta a Tivoli il 3 luglio, poi attraverso la Sabina, raggiunge Terni, che è ancora in mano dei soldati repubblicani, comandati da un ufficiale inglese. Garibaldi si dirige a Todi, da qui a Orvieto, Ficulle, Montepulciano. Vorrebbe raggiungere Arezzo, ma le porte della città restano chiuse mentre gli austriaci stanno scendendo verso sud per incrociare proprio i resti dell’esercito repubblicano.
Da qui la fuga, attraverso l’Appennino, per tentare di raggiungere Venezia. E’ la fuga nel corso della quale muore Anita. E tragicamente finisce anche la storia di Ugo Bassi,  di Ciceruacchio e dei suoi due figli, oltre che di altri patrioti, catturati e fucilati dagli austriaci.
Il Generale riesce a fuggire in compagnia di un ufficiale e, raggiunto il grossetano, ad imbarcarsi per la Liguria. Ci riproverà anni dopo, Garibaldi, a liberare Roma. E sarà ancora Terni uno dei suoi punti di riferimento.
“Gli avanzi gloriosi dei difensori di Roma”, però, alla fine dell’estate del 1849, non c’erano più. Ed anche la Repubblica Romana era ormai un’esperienza conclusa.

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Trecento ternani a Alfonsine per cacciare i nazisti

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Il monumento che ricorda la battaglia del Senio sulla piazza principale di Alfonsine

«Ah, lei è di Terni. Lo sa, no, che qui di Terni abbiamo grande rispetto. Alcuni ternani sono morti per liberare questo posto dai nazifascisti». L’uomo è anziano, abita ad Alfonsine, provincia di Ravenna, vicino al fiume Senio. Nel 1944-45 questi luoghi furono sede di uno dei più lunghi e duri scontri tra le forze armate di Liberazione e i tedeschi. Il paese era stato quasi completamente distrutto, ma nessuno degli abitanti se ne andò. Correndo grossi pericoli, tutti rimasero testardamente a casa loro, in una sfida anche morale con la Wehrmacht.
L’incontro avviene sulla piazza principale del paese: manco a dirlo, piazza Antonio Gramsci. Dominata da un monumento che ne occupa tutta la parte centrale, fatto di muretti che servono da panchine, di sculture in ferro, di una pesante lastra di granito su cui è scolpito il ricordo: “Sul Senio il nuovo esercito italiano, il popolo ed i partigiani del Corpo Volontari della Libertà fecero crollare l’ultimo baluardo dell’occupante nazista e del fascismo”.
Era il 10 aprile del 1945 quando il battaglione Cremona entrò in paese.
Non erano pochi gli umbri che s’erano arruolati come volontari nel Battaglione Cremona del ricostituito esercito italiano: provenivano principalmente da Foligno, Spello, Umbertide, Città di Castello, Perugia. E da Terni. Trecento (per l’esattezza 302) erano i ternani che andarono a combattere in Romagna. Alcuni di loro, giovani di vent’anni, non fecero ritorno.
Da Terni erano partiti il 2 febbraio del 1945: «Era da poco sorto il sole, in quella fredda mattina, e già su piazza Solferino c’erano gruppi di persone… Si era saputo _ ha raccontato Alarico Gigli, uno di quei trecento, in un libro di testimonianze edito a cura dell’Anpi qualche anno fa _ che c’era la possibilità di continuare a combattere per arrivare il prima possibile alla definitiva cacciata e sconfitta della dittatura nazista e fascista. Salvo alcuni compagni che furono impediti da particolari ragioni, tutti avevano chiesto di partire».
«Erano tutti lì quella mattina _ continua la testimonianza di Gigli _ chi con un sacco da montagna  gonfio a crepare, chi con una valigia rinforzata da cinghie e legacci».
Piazza Solferino era affollata. Oltre ai volontari non mancavano i familiari, le sorelle, le fidanzate, e tante madri, preoccupate perché il loro figlio partiva, comunque, per andare a combattere. Una malinconia, la loro, cui faceva da contraltare l’allegria di un folto gruppo di partenti, che aveva passato la nottata in festa, al circolo “Stella Rossa”, che dopo la liberazione di Terni avvenuta nel giugno del 1944, era stato aperto al primo piano di Palazzo Montani: ad una certa ora, fattosi l’ultimo bicchiere e l’ultimo giro di valzer, non avevano dovuto far altro che scendere una rampa di scale, per trovarsi in piazza Solferino. Li aspettava un futuro di pericoli, di disagi, di sacrifici; ma si trattava di ragazzi di vent’anni, euforici perché avevano la consapevolezza di andare a battersi per affermare un ideale.

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La piazza principale di Alfonsine dominata dal grande monumento

Furono fatti salire sui cassoni dei camion del battaglione, che era aggregato ad una brigata canadese. Un giorno di viaggio, su strade sconquassate, in mezzo alle rovine e le miserie di un’Italia percorsa dalla guerra. «Arrivammo a Ravenna che ormai era notte _ è la testimonianza di Claudio Locci _ Ci scaricarono alla caserma “Conte di Cavour”… Fummo costretti a dormire, ancora con i vestiti borghesi, sul cemento. In uno stanzone senz’acqua né luce. Le finestre erano senza vetri, faceva un freddo tremendo. Molti di noi accesero dei fuochi e, nonostante la stanchezza, passarono la notte parlando. Tra l’altro a rendere impossibile il riposo c’era il fatto che si udivano, vicini, i colpi dei cannoni al fronte».
La mattina seguente ai volontari fu consegnata una divisa inglese «sulla quale però noi mettemmo i simboli del nostro esercito e qualche fazzoletto rosso», specifica Locci. Poi l’addestramento, per imparare ad usare le armi in dotazione. Roba ben diversa da quella che era stata usata nella guerra partigiana: armi vecchie e rispolverate, insieme a fucili e pistole di fabbricazione slava, francese, americana, tedesca: tutto quel che capitava.
Quindi subito in combattimento, in prima linea, sul fronte romagnolo; le battaglie di Chiavica Pedone, e quella, particolarmente cruenta del fiume Senio, che aprì la strada verso Alfonsine. La guerra poi continuò, ma Alfonsine divenne il simbolo della liberazione della Romagna. E ad Alfonsine, il 10 aprile di ogni anno, continua a tenersi una grande cerimonia in onore e ricordo di quei giovani caduti per un’Italia che volevano fosse migliore.

Alfonsine, giugno 2011

300 giovani ternani a Alfonsine per cacciare via i nazisti

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Valentino, l’altra storia del santo dell’amore

Terni, basilica di S.Vaòentino
La basilica di San Valentino

Si arrivò alla lite per decidere chi dovesse essere l’unico, vero santo protettore di Terni. Sì, il compito era stato “assegnato” da secoli a San Valentino, ma poi, col passare dei secoli un santo solo sembra non bastasse più. E così gli furono affiancati San Procolo e Sant’Anastasio. Quest’ultimo era anzi diventato il protettore principale della città, venerato nella cattedrale dove, nella cripta, si trovava – e si trova – la sua tomba.
Era prassi, ormai, nell’età di mezzo, che le città moltiplicassero i santi protettori e con loro le feste solenni. Le parate e manifestazioni religiose di “prima classe” si susseguivano così, ovunque, a ritmo costante e serrato. Papa Urbano VIII pensò che era ora di finirla e stabilì che ogni città doveva avere un solo santo. Che i fedeli decidessero.
A Terni la faccenda sfociò in un acceso dualismo: la congregazione ecclesiastica si pronunciò per Sant’Anastasio, il consiglio municipale votò unanime per San Valentino, “santo, ternano, vescovo di Terni”. San Procolo non fu nemmeno preso in considerazione. Le posizioni s’erano irrigidite. Nessuna delle due parti schiodava. Da una parte l’ecclesia, dall’altra il popolo. Ad evitare scontri e qualche guaio si stabilì di girare la questione al papa. Visto che lui aveva creato la situazione difficile, che se la risolvesse… Ed Urbano VIII la soluzione la trovò subito: il popolo ritiene San Valentino unico, vero patrono della città. E allora così sia.
San Valentino fu nominato vescovo di Terni nel 197, giovanissimo. La tradizione narra che fu martirizzato il 14 febbraio del 273. Ci fu, in verità, un altro Valentino vescovo di Terni, ma circa tre secoli dopo (dal 520 al 533). Stesso nome, stessi natali ternani. Per distinguerlo dal vescovo e martire è comunque chiamato Valentino II. E Anastasio? Fu anch’egli vescovo di Terni, dal 606 al 633. Sulla sua figura storica non è che manchino, comunque, le incertezze: secondo alcuni era ternano, per altri un aramaico che dalla Siria era approdato a Roma e da qui inviato a Terni con un compito ben preciso. In pratica la sede episcopale ternana fu “commissariata” dalla curia romana che considerava Terni una città ribelle, in cui s’era smarrita la retta via e dove vigeva un’eccessiva libertà di costumi. Troppo goderecci i ternani. Andavano in qualche modo redenti. Appare trasparente, quindi, il motivo che era alla base del dualismo sulla scelta di un unico patrono.
Il giorno di festa dedicato a San Valentino, l’ “originale”, fu scelto a suo tempo nel 14 febbraio, non a caso. Il cristianesimo, nel periodo della sua principale diffusione, spesso inglobava preesistenti riti pagani. Lo scopo era di evitare una frattura netta tra la religione nuova e la tradizione popolare vecchia di secoli.Umbria sud
Il 14 febbraio, indicato come giorno del martirio di San Valentino, era anche il giorno principale in cui i pagani celebravano i “Lupercali”, la festa della fertilità dedicata al dio Luperco, protettore delle greggi e dei lupi. La fertilità era intesa, quindi, come “figliolanza” delle greggi, come procreazione più che come abbondanza dei frutti della terra. Per i pagani il 14 febbraio era quindi la giornata dell’amore e degli innamorati, la cui protezione San Valentino – si potrebbe dire – si trovò in eredità. Ma la cosa non solo fu accettata ben presto nel resto del mondo cristiano, ma addirittuta divenne il motivo principale della considerazione del vescovo e martire ternano nei paesi di cultura anglosassone.
Non è un caso che William Shakespeare vi faccia riferimento nell’Amleto. Nel quarto atto, infatti, Ofelia, distrutta dal dolore per la morte del padre Polonio e per il rifiuto d’amore da parte del tormentato principe di Danimarca, canta: «Sarà domani San Valentino/ci leveremo di buon mattino,/alla finestra tua busserò,/la Valentina tua diventerò»./Allora _ continua il testo – egli si alzò, /delle sue robe tutto si vestì,/la porta della camera le aprì, /ed ella non più vergine ne uscì. Quello di Shakespeare, non pare essere il San Valentino dell’amore universale né quello delle promesse o dell’amore spirituale. D’altra parte nei paesi anglosassoni il “Valentine’s day” fu considerato generalmente più che altro come il perpetuarsi dei Lupercali. La festa tradizionale del Valentine’s day si svolgeva più o meno così: ognuna delle giovani in età inseriva un messaggio in un grande vaso; i ragazzi, affidandosi alla sorte, estraevano uno di tali messaggi e quindi dovevano individuarne l’autrice. Se la ricerca andava a buon fine, il ragazzo e la ragazza diventavano partners sessuali per tutta la festa.
Ecco: Anastasio, nel caso di Terni, avrebbe dovuto far sì che i ternani fossero devoti, sì, al loro santo, ma non eccedessero nel fare loro i costumi anglosassoni. A questo scopo, a far sì che non finisse nel dimenticatoio l’”esortazione” di cui Anastasio era portatore, il suo nome fu affiancato a quello di San Valentino nella protezione della città. Ma quando fu obbligatorio scegliere tra i due santi il popolo di Terni volle Valentino.
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