Archivi categoria: Il senso del pudore

Lusso e lussuria nella Terni del '400

Alla metà del 1400 Terni aveva tra i sei e i settemila abitanti. Ed era una città ricca grazie ad un capitalismo che stava nascendo sulla spinta di fiorenti commerci e di una crescente attività manifatturiera. Di pari passo era cresciuta, fino a diventare consistente, una borghesia che non nascondeva la propria ricchezza, ma anzi la ostentava in ogni occasione, senza curarsi troppo neanche dei limiti imposti da un minimo di moralità. Senza contare che Terni non disdegnava di entrare in conflitto col governo pontificio, né con i centri confinanti, Spoleto, Narni, Todi, prime fra tutti.
L’insieme di tali faccende provocò, almeno ufficialmente, la reazione del papa. In realtà, però, pesarono molto nella decisione del papa le sollecitazioni da parte dell’aristocrazia ternana, la quale cominciava a constatare che nella scala del potere cittadino contava ogni giorno di più la disponibilità economica della borghesia invece che il censo. Nominò, il papa, un governatore cui s’ordinò di imporre una riforma che correggesse l’andazzo. Prima di tutto si fissarono i confini territoriali di Terni, ad evitare conflitti con le città confinanti. Quindi si dette mano alla moralizzazione dei costumi, fissando rigide regole in materia di lussi, gioco d’azzardo, prostituzione, bestemmie e, non ultimo, usura. L’attività mercantile e manifatturiera di Terni s’era, infatti, sviluppata anche grazie a una consistente disponibilità di credito, assicurata da una comunità ebrea numerosa e danarosa. Accadeva, però, che qualcuno, esagerando nelle spese e nell’esibizione, compisse il passo più lungo della gamba, finendo nelle mani di altri “finanziatori”.
Un bel giro di vite che trovò la fiera, ma quasi vana, opposizione del governo comunale. Ci si adeguò, quindi, a norme che non tralasciavano alcun aspetto della vita quotidiana, arrivando a regolare perfino specifici e particolari aspetti. Fu dichiarata guerra al lusso, a cominciare dall’abbigliamento femminile, e continuando con avvenimenti familiari come nozze e funerali, occasioni in cui i ternani ostentavano senza ritegno il proprio livello di benessere come mezzo per affermare ognuno la propria superiorità economica. Senza badare a spese, e anzi a volte andando oltre le possibilità. Non a caso si sostenne che quel giro di vite servisse non solo a ristabilire un minimo di moralità, ma ad evitare che si dilapidassero fortune o interi patrimoni in spese superflue.
Ed ecco allora stabilito che le donne non dovevano indossare abiti di tessuto pregiato: al massimo potevano foderare le maniche con la seta, mentre il velluto era limitato ai manicotti; indicazioni precise si dettavano pe la profondità delle scollature e per l’altezza dei tacchi. profilo-rinascimento 1Severamente vietati abiti dalla foggia “ammiccante”. Gioielli e acconciature non potevano costare o valere più di tre ducati, le coroncine da porre tra i capelli non potevano essere d’oro o d’argento, nemmeno in occasione del matrimonio. Che doveva essere “contenuto”. Al banchetto nuziale, ad esempio, potevano partecipare non più di otto persone, cui potevano aggiungersi due e solo due, tra i parenti degli sposi.
I funerali? Inutile parlarne: niente pompposità, né marce funebri, E abiti dimessi, ovvio.
Regole ferree e, come spesso accade, proprio per questo non rispettate: trent’anni dopo fu necessario rimetterci le mani,e richiamare tutti all’ordine. Il papa non poteva sopportare che, come accadde nel 1488, il consiglio comunale fosse costretto a intervenire con fermezza e far finire la storia dei continui incontri galanti nei conventi di clausura. Però vent’anni prima, s’era proceduto all’abbellimento dei locali che ospitavano le meretrici, previo aumento del canone di affitto che esse versavano al proprietario di quelle stanze le quali – guarda un po’?- erano negli scantinati del palazzo del governatore.

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Terni, scherzo feroce a politici e sindacalisti

Terni lettera scherzo, articolo L'Unità
La notizia pubblicata dall’Unità

1987, marzo. Lo scherzo fu sicuramente di cattivo gusto per tutta una serie di ragioni. Innanzitutto perché si basava sul terrore nei confronti di una malattia che aveva già colpito centinai di migliaia di persone nel mondo, e che – si paventava – poteva essere in incubazione in milioni di altri individui. Persone che, essendo quel virus fino ad allora sconosciuto, inconsapevolmente potevano averlo già dentro di sé. Si parla di Aids.
Nel 1987 si era da poco messo a punto e diffuso in ogni parte del mondo un test che era in grado di individuare il virus. Per la cura c’era da aspettare, non c’erano speranze immediate pur se i ricercatori di tutto il mondo fossero mobilitati.
Innanzitutto era necessario quantificare il livello di diffusione e esaminare il maggior numero di casa, ma per procedere ad uno screening c’era un ostacolo difficile. Date le modalità di trasmisisone del virus, c’era chi preferiva tacere. Non a caso era stata lanciata una campagna con lo slogan “Silenzio uguale morte”.
Così quando ad alcuni ternani (una ventina) arrivò la lettera dell’Unità sanitaria locale, ci fu chi passò ore d’angoscia. La lettera, su carta intestata, fornita di tutti i timbri e bolli, invitava il destinatario a presentarsi urgentemente presso l’Usl perché esisteva il sospetto che potesse essere contagiato. La lettera faceva capire che l’informaizone era stata data ai sanitari da persone sieropositive le quali avevano indicato i nomi di coloro con cui avevano avuti contatti intimi.
Chi organizzò il tutto, incurante di non rispettare la disperazione dei malati di Aids, scelse con cura gli indirizzi, coinvogendo personaggi politici, sindacalisti e gente in vista. Tutti uomini  e tutti con un tratto in comune: la fama di tombeur de femme.
Fu un accorrere disperato all’Usl, pronti a sottostare a qualsiasi tipo di esame, anche il più fatidioso o cruento. Ma all’Usl fu spiegato a tutti che non era vero niente, che loro non stavano portando avanti alcuno screaning, che quella lettera era falsa. La preoccupazione, lasciò spazio alla rabbia, ma solo per un momento. Perché poi tornò ad essere disperazione quando tutti si resero conto che in famigli qualcuno s’aspettava spiegazioni. In pochi riuscirono a passarla liscia, ed il fatto a Terni ebbe una rinomanza tale da finire sui giornali. L’Unità, inserì la notizia in una pagina tutta dedicata al problema Aids ed in mezzo  a tanti fatti drammatici – alla fin fine – anche una notizia del genere ci stava bene. Come ci stava bene il commento dell’Unità che per l’occasione cominciò l’articolo con quello che defini un vecchio adagio, questo: “L’elenco degli imbecilli ha più nomi dell’elenco telefonico”. E così, quanto meno, per quella ventina di ternani finì con un “figurone”.

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Terni, scherzo feroce a politici e sindacalisti

Uno schiaffone all’amico Maggiore e finisce in duello

Bastò un “niente” e un’amicizia granitica si trasformò in un rapporto così turbolento da richiedere l’intervento del Tribunale militare. Ingiurie, lettere denigratorie e calunniose, schiaffoni a mano piena, un duello alla spada. E pensare che solo poche settimane prima, il Natale del 1907, i due ufficiali in servizio alla Fabbrica d’Armi di Terni lo avevano festeggiato insieme. Erano come due fratelli. Continua a leggere Uno schiaffone all’amico Maggiore e finisce in duello

Proteste a Piediluco: bagnanti troppo svestiti

 

Gita al lago di Piediluco in barca
Gita al lago di Piediluco

Quando è troppo è troppo! Tutta quella gente a spasso in costume da bagno, con la scusa che si trovava a Piediluco, sul lago, e s’era in agosto, dava veramente scandalo. E così, stomacato, il corrispondente da Piediluco del Giornale d’Italia prese carta e penna Continua a leggere Proteste a Piediluco: bagnanti troppo svestiti