Archivi categoria: Cronaca nera

Lago Trasimeno, si rovescia la barca: in sei muoiono annegati

In sei. Una gita domenicale in barca sul lago Trasimeno. Finì in tragedia. La barca si rovesciò e tutti e sei morirono annegati.

Successe il 20 marzo del 1955.

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Boscaiolo uccide il padre con un pugno in testa

14 marzo 1951

Un pugno in testa: così un boscaiolo di una frazione di Gubbio ammazzò suo padre

Ci fu una lite. Poco prima dell’ora di pranzo, nella casa della famiglia Bellucci a Montelovesco, frazione di Gubbio. Il boscaiolo, Continua a leggere Boscaiolo uccide il padre con un pugno in testa

Sfigura col vetriolo la moglie che l’ha lasciato

27 febbraio 1886

Col vetriolo sfigurò la moglie che lo aveva lasciato e dalla quale viveva separato. “Adesso sono contento!”, disse Lino Pancrazi, 38 anni di Otricoli ai soccorritori, i componenti della famiglia presso cui la donna prestava servizio. Poi entrò in una stanza Continua a leggere Sfigura col vetriolo la moglie che l’ha lasciato

Banditi assaltano la carrozza di un deputato sulla Sgurgola

22 novembre 1887

Luigi Solidati Tiburzi
Luigi Solidati Tiburzi

Brutto quarto d’ora per Luigi Solidati Tiburzi, deputato al parlamento italiano per la circoscrizione umbra: in carrozza stava recandosi a Roma. Era partito non da molto da Contigliano, il suo paese, dov’era nato e dov’era stato sindaco fino al 1865, Continua a leggere Banditi assaltano la carrozza di un deputato sulla Sgurgola

Lo strano assassinio del direttore delle Ferriere

La prima laconica notizia parlava di un “ingegnere bergamasco sparito a Terni”. Si chiamava Andrea Dalla Volta ed era il direttore delle Ferriere. Continua a leggere Lo strano assassinio del direttore delle Ferriere

Domestica accusata di furto: per la vergogna si dà fuoco

“Non sono stata io”

Desdemona alla fine della guerra aveva 20 anni. Abitava in campagna, nei dintorni di Terni: un piccolo appezzamento di terreno che il padre e la madre mandavano avanti. Ne ricavavano giusto quello che serviva in casa. Nel 1946 la povertà era diffusa e Desdemona, una bella ragazza mora, prese il coraggio a quattro mani: preparò un borsa con quella poca roba Continua a leggere Domestica accusata di furto: per la vergogna si dà fuoco

Lite per una partita a dama: ammazza l’amico

Quadro di Boilly giocatori di dama
L.L.Boilly, “Giocatori di dama” (part.)

Un diverbio per una partita a dama, E ci scappò il morto. Era il tardo pomeriggio del 4 febbraio 1959, un mercoledì. Un giorno di poco lavoro per Alfredo, barbiere calabrese trasferitosi a Terni già da qualche anno. La barbieria l’aveva aperta in periferia, nella zona di San Valentino, Le cose andavano bene: una buona clientela, la giornata che passava in fretta senza pericolo di annoiarsi, anche c’erano sempre degli amici. I bar e le barbierie erano luoghi di incontro, per fare due chiacchiere, parlando di sport, di lavoro, dei fatti del giorno… E poi lì dal barbiere Alfredo c’era il torneo di dama. L’avevano organizzato proprio tra amici stilando anche un regolamento al fine di evitare discussioni. Per metterci un po’ di pepe avevano anche stabilio che chi perddeva pagava venti lire, una cifra era irrisoria, il prezzo di un caffè.
Quel giorno giocarono Alfredo e Luigi, anch’egli calabrese, a Terni per lavoro. Vinse Alfredo, ma Luigi s’impuntò: “No, secondo regolamento la partita è pari”. La discussione diventò animata, fino a che Luigi se ne andò, sprezzante: “Basta – disse uscendo – se continuo a discutere per venti lire ci rimetto di reputazione”. “Parla di reputazione proprio lui, con quella sorella che si ritrova”, commentò Alfredo non appena l’altro era uscito.

La partita a dama diventa un duello

Un brutto commento. Ci fu chi si prese la briga di andare a riferire. Luigi stava a tavola, a cena con la moglie e i figli, ma andò immediatamente su tutte le furie. Smise di mangiare e furente si diresse alla barbieria.  Alfredo stava tagliando i capelli ad un cliente. Luigi entrò come una furia: “Vieni fuori e vediamo se  ripeti quel che hai detto”, lo apostrofò. “Non vedi che ho da fare? Non ho voglia di litigare”, replicò Alfredo spingendo Luigi fuori del negozio e chiudendo la porta che subito Luigi cominciò a prendere a calci. “Apri”, gridava. La porta cedette e si spalancò sbattendo addosso ad Alfredo. Le forbici gli caddero e mentre si piegava a raccoglierle un altro calcione di Luigi fece sì che la porta lo colpisse di nuovo, in testa.
Fu un attimo: Alfredo che aveva già ripreso in mano le forbici colpì. Una pugnalata secca, violenta.  Al cuore. Luigi morì nel giro di pochi minuti. Alfredo fuggì verso casa. “E’ successo un macello” disse, sconvolto, alla moglie. Poi prese quattro cose e scappò, cercando di far perdere le proprie tracce. Non pensava – riferì poi – che Luigi fosse morto.
Il processo per omcidio volontario aggravato si celebrò davanti alla Corte d’Assise di Terni e si concluse nel marzo del 1960: il barbiere fu condannato a 17 anni di reclusione. Niente legittima difesa, come chiedeva il suo difensore, ma la Corte gli riconobbe l’attenuante della provocazione. In appello gli scontarono cinque anni di carcere.

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Toscolano, schioppettate ai rapitori

Un riscatto di 1.500 lire

Un piccolo possidente, ma per i “malandrini” era comunque un ricco. E così gli abitanti di Toscolano, passarono una giornata “diversa” e movimentata, grazie alla quale ebbero da raccontare per parecchio tempo. Perché a Toscolano, tranquilla frazione oggi di Avigliano Umbro, si verificò il brutto fatto che quell’uomo considerato ricco sfondato fosse rapito a scopo di riscatto. E finì sulle prime pagine dei giornali, Toscolano, allora “ridente frazione di Monte Castrilli in provincia di Perugia”. Così era a quei tempi, perché il fatto avvenne alle 8 del mattino del 17 marzo del 1871, quasi un secolo e mezzo fa. Rapimento a scopo di riscatto, ovviamente: trentamila lire volevano i rapitori per liberare l’ostaggio, ma tira e molla, alla fine, si accontentarono di 1500 lire. Una bella sommetta, per quei tempi, ma non certo l’occasione di cambiare vita anche perché quelli coinvolti nel rapimento erano sicuramente almeno più di tre. Il calcolo è reso possibile dal seguito della storia, perché una volta intsacati i soldi non è che la vicenda finì. Il fatto è che allora, a Toscolano, c’era un medico condotto coraggioso e risoluto, che non appena si diffuse la notizia del pagamento del riscatto organizzò la gente del posto: tutti, armati, si misero in cerca dei “malandrini” in mezzo ai castagneti che, fitti, ricoprono – ancor oggi – la montagna di Toscolano. La ricerca dette i frutti sperati, e, nel caso in questione anche “sparati” perché, individuati i rapinatori, il medico organizzò un’imboscata: seguì il classico conflitto a fuoco nel corso del quale “uno dei malfattori, colpito all’occhio destro, rimase sul terreno, e gli altri, due dei quali feriti, si salvarono fuggendo”. Il giornale dell’epoca (“L’Opinione”) non riferisce altri particolari se non il nome del rapito, un “certo Capaldina”. Non si sa quindi chi fosse l’ardimentoso medico condotto, che non perse tempo ad avvisare le forze dell’ordine la cui caserma si sarebbe dovuta raggiungere a piedi con grande perdita di tempo, né riferisce se le 1500 lire del riscatto furono recuperate.
Toscolano, per riscuotere lo stesso interessamento dalle cronache nazionali, dovette aspettare più di un secolo, fino a quando cioè, Federico Zeri non individuò proprio lì un dipinto che consentì di risolvere un mistero della storia dell’arte individuano in Piermatteo d’Amelia, il grande artista fino a quel momento conosciuto come il “Maestro dell’Annunciazione Gardner”. Beh, fu tutta un’altra soddisfazione.

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Frate insonne sventa un furto a San Pietro

Adesso, perché uno è un frate, non può soffrire d’insonnia? Certo che può, anzi in certi casi è una fortuna che ci sia chi non riesce a dormire come si deve. E’ il caso di quel frate benedettino che proprio perché insonne ha sventato un furto d’opere d’arte nella basilica di San Pietro a Perugia. I ladri erano entrati, ovviamente di notte, nella basilica ricca di opere di artisti come Caravaggio, Raffaello, Pietro Vannucci… Avevano saputo raggirare i sistemi di allarme ed avevano staccato da un altare alcune statuette di bronzo del XVII secolo, raffiguranti angeli e putti. Però non avevano considerato che Padre Pietro (stesso nome del santo cui è dedicata la basilica) non riusciva a chiudere occhio, quella notte di metà maggio 1985. Il frate percepì qualche rumore e, senza stare a porsi tanti interrogativi, telefonò ai carabinieri.
Chissà come e perché i ladri riuscirono svignarsela, ma dovettero abbandonare la borsa in cui avevano riposto 24 preziose statuette, che essendo di bronzo costituivano un peso che certo non favoriva una fuga precipitosa,

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Frate insonne sventa un furto a San Pietro

Fortunato, il killer della Valnerina

 

Acquaro, il piccolo centro della Valnerina sconvolto dalle gesta del killer
Valnerina: Acquaro, il piccolo centro del Comune di Preci sconvolto dalle gesta del killer

Erano in trecento a cercarlo: carabinieri, poliziotti, forestali, vigili del fuoco, persino uomini dei corpi speciali, armati fino ai denti e protetti dai giubbotti antiproiettile. Tutti sguinzagliati sui monti della Valnerina. Mentre un elicottero volteggiava senza sosta. Ma lui, Fortunato Ottaviani, 63 anni, li tenne in scacco per un’intera settimana, dal 12 all’alba del 20 ottobre 1998. Centinaia di uomini: e grappoli di giornalisti, giunti a Preci per raccontare della caccia al “Killer della Valnerina”. La Rai si era mossa in grande stile. Era arrivata anche una troupe di una rete televisiva tedesca. E per sette giorni Fortunato Ottaviani, fu il mostro da sbattere in prima pagina. D’altra parte non è che lui ci fosse andato giù liscio. Ad Acquaro, frazione di Preci, il 12 ottobre 1998 freddò con due colpi di fucile da caccia un giovanotto di 34 anni; mezz’ora dopo, nello stesso modo, ammazzò il padre. Poi scappò nei boschi dei monti Sibillini. Non doveva trattarsi di un bello stare per uno di una certa età, che quando era scappato era in maniche di camicia. Per di più, in quei giorni, pioveva che la mandava. Ma Fortunato traeva energie dal furore della vendetta. «Sono quindici anni che mi rompete», aveva scritto su di un biglietto lasciato vicino alla sua prima vittima. La caccia all’uomo era subito scattata, ma lo sapevano tutti che il “mostro” si sarebbe fatto trovare solo quando avrebbe deciso lui. Nessuno pensava, però, che sarebbe andata tanto per le lunghe.
Dopo qualche giorno di latitanza Fortunato telefonò ad una donna che conosceva: «Non ho finito – le disse – adesso continuo con voi». «Noi? Che c’entriamo noi se lo conosciamo appena? », chiedeva terrorizzata la donna ai carabinieri. E La paura del killer dilagò, nonostante lo spiegamento di forze: elicotteri che volteggiavano sopra le montagne al confine tra Umbria e Marche; uomini armati di mitragliette. Ai funerali delle due vittime c’erano agenti armati, cecchini sui tetti e il solito elicottero in volo. Roba da telefilm americano. Fortunato faceva paura. Era un uomo esasperato. Uno che in vita sua non era mai andato tanto per le spicce. Sempre solo, andava in giro per le campagne con un “apetto” e il cane dietro, sul cassone. Quindici anni prima era finito in galera. Allora frequentava assiduamente la casa di una vedova, e ne mise incinta la figlia, una ragazzina di 13 anni e personalmente tentò di farle perdere il bambino. La ragazzina rischiò la vita e uno zio denunciò Fortunato, che fu condannato a tre anni di carcere. Troppo pochi, hanno sempre pensato i parenti della ragazzina e la gente. Incancellabili certe azioni così turpi. Quando tornò dal carcere non è che potevano accoglierlo a braccia aperte. Non lo fecero. E finì con l’assassinio di due fra coloro che, congiunti della ragazzina, secondo Fortunato, non la smettevano di fargli pesare le sue malefatte. Gli spari, la morte, la fuga. «Resisterà poco», pensavano tutti. Ma s’era organizzato. Qualcuno ricordò che, pochi giorni prima, aveva speso mezzo milione di lire per comprare roba da mangiare. Ma anche dell’altro: aveva pensato proprio a tutto. Maniche di camicia? Macché. Quando otto giorni dopo lo trovarono morto, indossava maglione e giaccone. Aveva con sé un apparecchio con cui riusciva a intercettare le radio delle forze dell’ordine. Ed era bene armato. Oltre al fucile da caccia, un automatico a cinque colpi, aveva una rivoltella e le munizioni in abbondanza.
Fu trovato senza vita a cento metri dalla casa delle sue vittime. Di notte s’era avvicinato. Aveva deciso di uscire di scena in modo plateale. E tornò lì, sul luogo dei delitti, per spararsi un colpo di revolver in testa. S’era convinto che era l’unica cosa che gli restava da fare: in galera non voleva tornarci più.
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Fortunato, il killer della Valnerina