Archivi categoria: Cronaca nera

Banditi assaltano la carrozza di un deputato sulla Sgurgola

22 novembre 1887

Luigi Solidati Tiburzi
Luigi Solidati Tiburzi

Brutto quarto d’ora per Luigi Solidati Tiburzi, deputato al parlamento italiano per la circoscrizione umbra: in carrozza stava recandosi a Roma. Era partito non da molto da Contigliano, il suo paese, dov’era nato e dov’era stato sindaco fino al 1865, Continua a leggere Banditi assaltano la carrozza di un deputato sulla Sgurgola

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Lo strano assassinio del direttore delle Ferriere

La prima laconica notizia parlava di un “ingegnere bergamasco sparito a Terni”. Si chiamava Andrea Dalla Volta ed era il direttore delle Ferriere. Continua a leggere Lo strano assassinio del direttore delle Ferriere

Domestica accusata di furto: per la vergogna si dà fuoco

“Non sono stata io”

Desdemona alla fine della guerra aveva 20 anni. Abitava in campagna, nei dintorni di Terni: un piccolo appezzamento di terreno che il padre e la madre mandavano avanti. Ne ricavavano giusto quello che serviva in casa. Nel 1946 la povertà era diffusa e Desdemona, una bella ragazza mora, prese il coraggio a quattro mani: preparò un borsa con quella poca roba Continua a leggere Domestica accusata di furto: per la vergogna si dà fuoco

Lite per una partita a dama: ammazza l’amico

Quadro di Boilly giocatori di dama
L.L.Boilly, “Giocatori di dama” (part.)

Un diverbio per una partita a dama, E ci scappò il morto. Era il tardo pomeriggio del 4 febbraio 1959, un mercoledì. Un giorno di poco lavoro per Alfredo, barbiere calabrese trasferitosi a Terni già da qualche anno. La barbieria l’aveva aperta in periferia, nella zona di San Valentino, Le cose andavano bene: una buona clientela, la giornata che passava in fretta senza pericolo di annoiarsi, anche c’erano sempre degli amici. I bar e le barbierie erano luoghi di incontro, per fare due chiacchiere, parlando di sport, di lavoro, dei fatti del giorno… E poi lì dal barbiere Alfredo c’era il torneo di dama. L’avevano organizzato proprio tra amici stilando anche un regolamento al fine di evitare discussioni. Per metterci un po’ di pepe avevano anche stabilio che chi perddeva pagava venti lire, una cifra era irrisoria, il prezzo di un caffè.
Quel giorno giocarono Alfredo e Luigi, anch’egli calabrese, a Terni per lavoro. Vinse Alfredo, ma Luigi s’impuntò: “No, secondo regolamento la partita è pari”. La discussione diventò animata, fino a che Luigi se ne andò, sprezzante: “Basta – disse uscendo – se continuo a discutere per venti lire ci rimetto di reputazione”. “Parla di reputazione proprio lui, con quella sorella che si ritrova”, commentò Alfredo non appena l’altro era uscito.

La partita a dama diventa un duello

Un brutto commento. Ci fu chi si prese la briga di andare a riferire. Luigi stava a tavola, a cena con la moglie e i figli, ma andò immediatamente su tutte le furie. Smise di mangiare e furente si diresse alla barbieria.  Alfredo stava tagliando i capelli ad un cliente. Luigi entrò come una furia: “Vieni fuori e vediamo se  ripeti quel che hai detto”, lo apostrofò. “Non vedi che ho da fare? Non ho voglia di litigare”, replicò Alfredo spingendo Luigi fuori del negozio e chiudendo la porta che subito Luigi cominciò a prendere a calci. “Apri”, gridava. La porta cedette e si spalancò sbattendo addosso ad Alfredo. Le forbici gli caddero e mentre si piegava a raccoglierle un altro calcione di Luigi fece sì che la porta lo colpisse di nuovo, in testa.
Fu un attimo: Alfredo che aveva già ripreso in mano le forbici colpì. Una pugnalata secca, violenta.  Al cuore. Luigi morì nel giro di pochi minuti. Alfredo fuggì verso casa. “E’ successo un macello” disse, sconvolto, alla moglie. Poi prese quattro cose e scappò, cercando di far perdere le proprie tracce. Non pensava – riferì poi – che Luigi fosse morto.
Il processo per omcidio volontario aggravato si celebrò davanti alla Corte d’Assise di Terni e si concluse nel marzo del 1960: il barbiere fu condannato a 17 anni di reclusione. Niente legittima difesa, come chiedeva il suo difensore, ma la Corte gli riconobbe l’attenuante della provocazione. In appello gli scontarono cinque anni di carcere.

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Toscolano, schioppettate ai rapitori

Un riscatto di 1.500 lire

Un piccolo possidente, ma per i “malandrini” era comunque un ricco. E così gli abitanti di Toscolano, passarono una giornata “diversa” e movimentata, grazie alla quale ebbero da raccontare per parecchio tempo. Perché a Toscolano, tranquilla frazione oggi di Avigliano Umbro, si verificò il brutto fatto che quell’uomo considerato ricco sfondato fosse rapito a scopo di riscatto. E finì sulle prime pagine dei giornali, Toscolano, allora “ridente frazione di Monte Castrilli in provincia di Perugia”. Così era a quei tempi, perché il fatto avvenne alle 8 del mattino del 17 marzo del 1871, quasi un secolo e mezzo fa. Rapimento a scopo di riscatto, ovviamente: trentamila lire volevano i rapitori per liberare l’ostaggio, ma tira e molla, alla fine, si accontentarono di 1500 lire. Una bella sommetta, per quei tempi, ma non certo l’occasione di cambiare vita anche perché quelli coinvolti nel rapimento erano sicuramente almeno più di tre. Il calcolo è reso possibile dal seguito della storia, perché una volta intsacati i soldi non è che la vicenda finì. Il fatto è che allora, a Toscolano, c’era un medico condotto coraggioso e risoluto, che non appena si diffuse la notizia del pagamento del riscatto organizzò la gente del posto: tutti, armati, si misero in cerca dei “malandrini” in mezzo ai castagneti che, fitti, ricoprono – ancor oggi – la montagna di Toscolano. La ricerca dette i frutti sperati, e, nel caso in questione anche “sparati” perché, individuati i rapinatori, il medico organizzò un’imboscata: seguì il classico conflitto a fuoco nel corso del quale “uno dei malfattori, colpito all’occhio destro, rimase sul terreno, e gli altri, due dei quali feriti, si salvarono fuggendo”. Il giornale dell’epoca (“L’Opinione”) non riferisce altri particolari se non il nome del rapito, un “certo Capaldina”. Non si sa quindi chi fosse l’ardimentoso medico condotto, che non perse tempo ad avvisare le forze dell’ordine la cui caserma si sarebbe dovuta raggiungere a piedi con grande perdita di tempo, né riferisce se le 1500 lire del riscatto furono recuperate.
Toscolano, per riscuotere lo stesso interessamento dalle cronache nazionali, dovette aspettare più di un secolo, fino a quando cioè, Federico Zeri non individuò proprio lì un dipinto che consentì di risolvere un mistero della storia dell’arte individuano in Piermatteo d’Amelia, il grande artista fino a quel momento conosciuto come il “Maestro dell’Annunciazione Gardner”. Beh, fu tutta un’altra soddisfazione.

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Frate insonne sventa un furto a San Pietro

Adesso, perché uno è un frate, non può soffrire d’insonnia? Certo che può, anzi in certi casi è una fortuna che ci sia chi non riesce a dormire come si deve. E’ il caso di quel frate benedettino che proprio perché insonne ha sventato un furto d’opere d’arte nella basilica di San Pietro a Perugia. I ladri erano entrati, ovviamente di notte, nella basilica ricca di opere di artisti come Caravaggio, Raffaello, Pietro Vannucci… Avevano saputo raggirare i sistemi di allarme ed avevano staccato da un altare alcune statuette di bronzo del XVII secolo, raffiguranti angeli e putti. Però non avevano considerato che Padre Pietro (stesso nome del santo cui è dedicata la basilica) non riusciva a chiudere occhio, quella notte di metà maggio 1985. Il frate percepì qualche rumore e, senza stare a porsi tanti interrogativi, telefonò ai carabinieri.
Chissà come e perché i ladri riuscirono svignarsela, ma dovettero abbandonare la borsa in cui avevano riposto 24 preziose statuette, che essendo di bronzo costituivano un peso che certo non favoriva una fuga precipitosa,

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Frate insonne sventa un furto a San Pietro

Il vescovo di Foligno assassinato in treno

federico federici
Il vescovo assassinato, monsignor Federico Federici

Il treno da Perugia arrivò alla stazione di Foligno alle 10 del sabato sera. La scena, in uno egli scompartimenti, era da far rizzare i capelli: sangue dappertutto. E per terra, con la testa fracassata, un prete. Morto. Lo zuccotto color porpora indicava che non era un curato di campagna. Quando lo girarono… era il vescovo, il vescovo di Foligno, monsignor Federico Federici.
“Si sospetta trattarsi di assassinio”, annunciava con estrema e forse eccessiva prudenza l’agenzia Stefani, l’Ansa di allora, nel diramare la notizia.
Ma chi? Chi aveva ammazzato in quel modo il vescovo? E perché?
Qualcuno suggerì che forse era stato qualche anticlericale fanatico: proprio quel giorno dei primi di agosto 1892 a Roma c’erano stati disordini e gli avevano dato fuoco ad uno steccato davanti la chiesa di Sant’Andrea. Ma l’omicidio di monsignor Federici fu fatto per rapinarlo.
Il vescovo, quellas era, tornva a Foligno dopo aver passato tre settimane alle terme di Montecatini. Quindi era stato qualche giorno a Firenze, ospite dei padri Serviti nel convento della Santissima Annunziata. Sabato 6 agosto aveva preso il treno a Firenze. Il convoglio aveva da poco oltrepassato la stazione di Assisi: il vescovo era solo nello scompartimento, forse era assorto nella lettura, qundo entrò un giovanotto che lo aggredì.
Lo aveva adocchiato alla stazione di Terontola quando, sceso dal treno proveniente da Firenze, salì su quello per Perugia e Foligno. Anch’egli vi salì Ed aspettò il momento giusto. Monsignor Federici, aveva 47 anni ed era abbastanza robusto e di carattere risoluto per reagire, cercare di difendersi, anche usando il temperino con cui tagliava ai bordi le pagine del libro che stava leggendo e che fu trovato aperto e sporco di sangue all’interno dello scompartimento. Ma nulla poté.
Il rapinatore, comunque, ferito in volto, fu acciuffato la mattina dopo. Era un fabbro di 28 anni, abitante a Tuoro sul Trasimeno, dove “aveva triste nome”, riferirono le gazzette dell’epoca. Non tanto perché si chiamava Annibale, ma perché era un noto scavezzacollo, uno cui piaceva la bella vita, cosa che non poteva permettersi con quel che guadagnava. Quando fu preso indossava gli stessi abiti che aveva al momento dell’aggressione: vestito scuro, cravatta rossa, scarpe anch’esse rosse, di pelle. Un abbigliamento da damerino. Il giovinotto ci teneva a presentarsi bene: alto, slanciato, con baffi neri molto curati.
E’ per questo che rimase impresso quando poco prima delle 11 di quel sabato sera 6 agosto 1892, circa mezz’ora dopo l’arrivo del treno a Foligno, si presentò ad un casello ferroviario poco distante. Il casellante non si spiegava come mai a quell’ora bussasse alla sua porta un uomo tutto elegante, sporco di sangue, con due tagli al viso. “Sono andato a Spello e lì certi che non conosco mi hanno aggredito e malmenato”, spiegò parlando con forte accento perugino. Chiese la strada per Terontola e si avviò a piedi. Alle 5 del mattino eccolo a Ponte San Giovanni bussare ad una porta e chiedere di lavarsi le ferite: “Sono caduto in un fosso”, si giustificò stavolta. Troppi sospetti ed infatti i suoi movimenti furono riferiti ai carabinieri. Lo intercettarono a Ellera. C’era arrivato camminando lungo la strada ferrata. Aveva in tasca una settantina di lire e l’orologio di metallo del vescovo.

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Il vescovo di Foligno assassinato in treno

Fortunato, il killer della Valnerina

 

Acquaro, il piccolo centro della Valnerina sconvolto dalle gesta del killer
Valnerina: Acquaro, il piccolo centro del Comune di Preci sconvolto dalle gesta del killer

Erano in trecento a cercarlo: carabinieri, poliziotti, forestali, vigili del fuoco, persino uomini dei corpi speciali, armati fino ai denti e protetti dai giubbotti antiproiettile. Tutti sguinzagliati sui monti della Valnerina. Mentre un elicottero volteggiava senza sosta. Ma lui, Fortunato Ottaviani, 63 anni, li tenne in scacco per un’intera settimana, dal 12 all’alba del 20 ottobre 1998. Centinaia di uomini: e grappoli di giornalisti, giunti a Preci per raccontare della caccia al “Killer della Valnerina”. La Rai si era mossa in grande stile. Era arrivata anche una troupe di una rete televisiva tedesca. E per sette giorni Fortunato Ottaviani, fu il mostro da sbattere in prima pagina. D’altra parte non è che lui ci fosse andato giù liscio. Ad Acquaro, frazione di Preci, il 12 ottobre 1998 freddò con due colpi di fucile da caccia un giovanotto di 34 anni; mezz’ora dopo, nello stesso modo, ammazzò il padre. Poi scappò nei boschi dei monti Sibillini. Non doveva trattarsi di un bello stare per uno di una certa età, che quando era scappato era in maniche di camicia. Per di più, in quei giorni, pioveva che la mandava. Ma Fortunato traeva energie dal furore della vendetta. «Sono quindici anni che mi rompete», aveva scritto su di un biglietto lasciato vicino alla sua prima vittima. La caccia all’uomo era subito scattata, ma lo sapevano tutti che il “mostro” si sarebbe fatto trovare solo quando avrebbe deciso lui. Nessuno pensava, però, che sarebbe andata tanto per le lunghe.
Dopo qualche giorno di latitanza Fortunato telefonò ad una donna che conosceva: «Non ho finito – le disse – adesso continuo con voi». «Noi? Che c’entriamo noi se lo conosciamo appena? », chiedeva terrorizzata la donna ai carabinieri. E La paura del killer dilagò, nonostante lo spiegamento di forze: elicotteri che volteggiavano sopra le montagne al confine tra Umbria e Marche; uomini armati di mitragliette. Ai funerali delle due vittime c’erano agenti armati, cecchini sui tetti e il solito elicottero in volo. Roba da telefilm americano. Fortunato faceva paura. Era un uomo esasperato. Uno che in vita sua non era mai andato tanto per le spicce. Sempre solo, andava in giro per le campagne con un “apetto” e il cane dietro, sul cassone. Quindici anni prima era finito in galera. Allora frequentava assiduamente la casa di una vedova, e ne mise incinta la figlia, una ragazzina di 13 anni e personalmente tentò di farle perdere il bambino. La ragazzina rischiò la vita e uno zio denunciò Fortunato, che fu condannato a tre anni di carcere. Troppo pochi, hanno sempre pensato i parenti della ragazzina e la gente. Incancellabili certe azioni così turpi. Quando tornò dal carcere non è che potevano accoglierlo a braccia aperte. Non lo fecero. E finì con l’assassinio di due fra coloro che, congiunti della ragazzina, secondo Fortunato, non la smettevano di fargli pesare le sue malefatte. Gli spari, la morte, la fuga. «Resisterà poco», pensavano tutti. Ma s’era organizzato. Qualcuno ricordò che, pochi giorni prima, aveva speso mezzo milione di lire per comprare roba da mangiare. Ma anche dell’altro: aveva pensato proprio a tutto. Maniche di camicia? Macché. Quando otto giorni dopo lo trovarono morto, indossava maglione e giaccone. Aveva con sé un apparecchio con cui riusciva a intercettare le radio delle forze dell’ordine. Ed era bene armato. Oltre al fucile da caccia, un automatico a cinque colpi, aveva una rivoltella e le munizioni in abbondanza.
Fu trovato senza vita a cento metri dalla casa delle sue vittime. Di notte s’era avvicinato. Aveva deciso di uscire di scena in modo plateale. E tornò lì, sul luogo dei delitti, per spararsi un colpo di revolver in testa. S’era convinto che era l’unica cosa che gli restava da fare: in galera non voleva tornarci più.
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Fortunato, il killer della Valnerina

La contessa Canali assassinata per pochi soldi

Il Palazzo della nobile famiglia Canali al centro di Terni
Il Palazzo della nobile famiglia Canali al centro di Terni

L’assassino agì con ferocia. Una coltellata alla gola della vecchia contessa. Erano le tre di notte, una notte afosa di fine luglio del 1890, quando in via Angeloni, al centro di Terni, risuonarono le grida di una donna che, sporgendosi da una finestra, chiedeva aiuto: «I ladri! I ladri! Aiutateci».Un giovanotto che si trovava a passare ristette, dubbioso. Chissà Continua a leggere La contessa Canali assassinata per pochi soldi

Terni, ricattatore in manette per colpa della pigrizia

Il Teatrio Verdi a Terni
Il Teatro Verdi a Terni

Fare un po’ di soldi senza fatica? E che ci vuole!, pensò lui, basta chiederli a chi ce l’ha. Elementare. Tanto più che uno che i soldi ce li aveva lui lo conosceva pure. Lui, il protagonista della storia, aveva 17 anni. Abitava a Terni nel centro storico. Quello coi soldi era un ingegnere che incontrava spesso, un certo Eraldo. Il quale una mattina nella buca della posta trovò una lettera: «Sono pronto a farti male, molto male – c’era scritto – Se vuoi evitarlo devi darmi trenta milioni». Seguivano le istruzioni: i soldi andavano messi un una valigetta che l’ingegnere doveva lasciare un dato giorno ad una data ora, in un punto preciso, sulla sponda destra del Nera. Era il mese di febbraio del 1950.
Fatto!, pensò il giovanotto. Ormai c’era solo da aspettare la data fatidica. Comunque prima della festa di San Valentino, il patrono di Terni che cade il 14 febbraio. Trenta milioni erano una bella somma: nel 1950 ci si potevano comprare 25 automobili del tipo “1400” che la Fiat proprio in quel periodo aveva lanciato e che costavano 1 milione e 260mila lire. Il pane stava a 94 lire al chilo, la carne a 760.
Poi il giovanotto cominciò ad avere qualche dubbio. Di notte, al freddo, scendere lungo l’argine del Nera… C’era il rischio di scivolare e finire in acqua… E poi? Sarebbe potuto passare qualche malvivente che magari poteva rapinarlo. Oppure un poliziotto che lo avrebbe arrestato. No, no. Contrordine. Nuova lettera all’ingegnere. «La valigetta coi soldi devi lasciarla al barista del caffè del teatro Verdi!». Si, così era meglio: gente che va e che viene, niente freddo, niente pericoli. Già, ma il barista? Bisognava pensare pure a lui. Altra lettera di minacce: «Passerà l’ingegnere tal dei tali: ritira quello che ti darà. Poi passerà un nostro incaricato. Se non vuoi morire, acqua in bocca». Due lettere scritte proprio come si deve, con la giusta cattiveria, e– ovviamente– anonime. E poi era stato furbo: aveva cercato di mascherare la calligrafia. Già, perché le aveva scritte a mano. E così, poi, ci volle un niente per incastrarlo.
Lo presero subito. L’ingegnere denunciò tutto alla polizia. Poi, all’ora stabilita, nel primo pomeriggio di una fredda giornata di febbraio, si presentò al bar del teatro Verdi con la valigetta in mano. Due parole al barista e quindi la consegna. Dopo di che l’ingegnere girò i tacchi e se ne andò. Poco prima di lui erano entrati due clienti che s’erano seduti ad un tavolo ordinando un caffè. Erano poliziotti. Pronti ad una lunga attesa. Invece a momenti non facevano in tempo nemmeno a finire il caffè. Perché manco un quarto ecco un giovane, uno dei clienti abituali del locale il quale, senza nemmeno guardarsi intorno, andò dritto dritto dal barista: «Devo ritirare una valigetta»», disse. Il barista eseguì. Il giovanotto ebbe giusto il tempo di fare due passi verso l’uscita. Gli agenti lo bloccarono, chiusero la porta del bar e trattennero anche il barista del cui comportamento chiesero conto. «Ecco qua – rispose questi sventolando un foglio –mi hanno minacciato di morte se non facevo da passamano». «E tu?», chiesero gli agenti al giovane: «Pure io ho ricevuto una lettera minatoria. Sono nella stessa situazione del barista», rispose prontamente. E dalla tasca posteriore dei pantaloni estrasse il foglio su cui erano scritte le minacce. Il fatto fu che le lettere, comprese quelle recapitate all’ingegnere, avevano tutte la stessa calligrafia. Gli agenti chiesero al giovane di scrivere le generalità. Bastò il nome di battesimo, Lorenzo, e già era tutto chiaro. Il perito calligrafo doveva solo metterci il timbro dell’ufficialità.
Lorenzo ci rimase male. Non si spiegava com’era che l’avessero beccato subito. Eppure s’era creato pure l’alibi con la lettera per sé stesso… Sarà stata colpa della pigrizia? Chissà, forse se non si fosse fatto portare i soldi addirittura al bar…
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