Terni e la Camera di Commercio: il rischio di un’Umbria più squilibrata

L’Opinione

di SANDRO CORSI*

La sentenza della Corte Costituzionale, credo non ancora depositata, ritiene che nel processo di riforma non si sia ravvisata la lesione del principio di leale collaborazione fra Governo ed autonomie regionali.

E quindi la riforma delle Camere di Commercio non ha vizi di costituzionalità. Il fatto è che avverso la Riforma la Camera di Commercio di Terni, che andrebbe accorpata a quella di Perugia, ha presentato ricorso al TAR del Lazio, che per la parte relativa alla costituzionalità è in pratica reso vano. Ma poiché i ricorsi al TAR si basavano anche su altri importanti presupposti e per primo quello della mancanza di chiari e primari criteri per le rappresentanze associative in consiglio camerale, sarà comunque necessario attendere questi giudizi inerenti il diritto amministrativo e parimenti sottolineando che per le altre camere che non avevano fatto ricorso ormai la sorte è tracciata mentre per la nostra, quella di Terni, non ancora.

Anche se non è da escludersi, vista la determinazione con cui governo e Unioncamere hanno agito, che siano tentate forzature per esitare un commissariamento prima del giudizio del TAR. Rimane, però  inalterato e pesa come un macigno sempre più rotolante verso la nostra comunità il problema, unico in Italia, di una regione con due province fortemente sperequate tra loro a livello territoriale, demografico ed economico per cui il confronto e tema del riequilibrio territoriale dopo le comprensibili boutades elettorali è ancor più aperto ed ineludibile, richiedendo unità e volontà di tutti, nessuno escluso.

E per non parlare del nulla espongo inoppugnabili dati: nel 1975, albori della Regione, Terni aveva 115.000  abitanti e Perugia 125.000 oggi Terni 111.000 circa e Perugia 167.000; nel 2006 la disoccupazione giovanile provinciale era a Terni dell’8,4% mentre in Perugia del 16,3%;  drammaticamente invece nel 2016 Terni raggiunge un’ apice del 49,5% (vicina a province come Catania e Agrigento) mentre Perugia si assesta al 28,6% (vicina a Reggio Emilia e Livorno) per ultimo ma non ultimo, il PIL regionale, come più volte (anche) da me sottolineato,dal 2007 al 2017 e’ sceso del 17% e se togliamo il significativo e preponderante apporto delle acciaierie- ovvero al netto di queste – la consistenza reddituale e produttiva nella nostra provincia e’drammaticamente vicina alle realtà meridionali, senza toglier nulla alla loro bellezza.

E’ quindi ben chiaro che l’accorpamento in unica camera dell’ Umbria non giova a queste istanze ed è bene sottolineare che in questa “operazione” hanno agito pesantemente le forze dei governi nazionali da Renzi, a Gentiloni, a Conte 1 e Conte 2, ovvero ad oggi.

*Rappresentante per la cooperazione in Giunta Camera di Commercio di Terni

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