5 marzo 1962, Liberati

L’1 e 40. Pochi minuti e sarebbe passato davanti alle acciaierie mentre gli operai sarebbero stati appressandosi verso l’uscita, alla fine del primo turno, quello dalle 6 alle 2.: “Arriva Liberati”, avrebbero detto: il rumore della sua Gilera Saturno era inconfondibile. Libero Liberati era uno di loro. Alle acciaierie ci aveva lavorato anche lui. Erano stati gli operai a mettere i soldi per dargli una moto più competitiva, la Guzzi Dondolino. E Liberati non era diventato diverso, nemmeno dopo. Nemmeno quando il suo ingaggio aveva raggiunto la cifra di qualche decina di milioni di lire: una cifra stratosferica per chi andava a guadagnarsi il pane in fabbrica. Non s’era montata la testa. «Quando l’Emmevvù gli propose di passare con loro, rifiutò _ ricorda Amleto Vitali _ Io lavoravo lì da lui come ragioniere. Disse: ma come, io vendo le Gilera e vado a corre’ coll’Emmevvù? Ah Libero, gli dissi io, venderemo l’Emmevvù invece che le Gilera! Niente da fare”.

Passava spesso, davanti alla portineria delle acciaierie Liberati. A quell’ora rientrava dall’allenamento che spesso si concludeva col percorrere un tratto della Valnerina. Ma quel giornono, Liberati non passò. Era il 5 marzo 1962, un lunedì. Il giorno dopo era Carnevale. Pioveva che Dio la mandava. Libero Liberati, l’ex campione del mondo di mototociclismo, il “Ternano Volante”, all’1 e 40 cadde quasi alla fine del rettilineo che passa davanti alla sottostazione elettrica, a Cervara, a pochi chilometri da casa, dove la moglie e i due figli lo aspettavano per il pranzo. Il centauro e la motocicletta, la Gilera 500 “Saturno”, strisciarono sull’asfalto bagnato e finirono contro il muro e la roccia. L’impatto fu violento. Libero Liberati aveva 36 anni. Il campione tanto amato dai suoi concittadini quel giorno entrò nel mito. Una morte prematura ha evitato la decadenza degli anni che passano inesorabili e l’uscita di scena. E’ così che Fausto Coppi è rimasto il “campionissimo”. E’ così che Liberati è rimasto “Libbero”, per i suoi concittadini, che su di lui avevano “scaricato” le loro ambizioni, le loro speranze, la loro voglia di rinascere dopo la tragedia della guerra, dei bombardamenti, delle distruzioni.

Era successo che in polemica con la federazione internazionale tutte le case costruttrici italiane di moto si erano ritirate dal campionato mondiale. Proprio quell’anno, il 1958. Liberati avrebbe dovuto correre col numero 1 perché campione del mondo in carica della “500”, la classe regina. L’MV aveva trovato un éscamotage. Aggiunse al nome della marca una parolina: Privat. La faccia era salva. La casa ufficialmente non correva, ma assisteva i “clienti” più accreditati. E la MV propose a Liberati, al campione del mondo, un ingaggio: l’assegno era in bianco. Ma Liberati lo rinviò al mittente. Alla MV ci andò Remo Venturi, lo spoletino che di Liberati fu compagno di tante uscite in moto per mantenersi in allenamento, e “spalla” ideale in tanti fantasiosi racconti che allora, a Terni, si facevano nei bar. Leggende metropolitane, si direbbe oggi.

Era così, a Terni, quando Liberati correva con la Gilera e vinceva. A sentirli lo conoscevano tutti di persona, anzi di più: si spacciavano tutti per suoi amici. Tutti avevano un episodio da raccontare: «Ma chi!?Libbero? Passava tutti li giorni la lu barre e se giocava un Campari co’ mi padre a scopetta». «Libbero? Lu conoscemo bbene , se la fa llì Città Ggiardinu».

A Città Giardino Liberati frequentava il bar Rossi, a due passi dalla chiesa del Sacro Cuore. Marcello Rossi il titolare del bar era in confidenza con Liberati. U n’amicizia vera, tanto è vero che solo raramente, in vita sua, ha accettato di raccontare di quel ibar di Città Giardino che era luogo di incontro, prima di tutto. Quei bar di una volta dove non c’erano i videopoker: ci si giocava un caffè a briscola e tresette. «A Liberati piaceva il tresette _ è uno dei  rari racconti di  Marcello Rossi _   E gli piaceva scherza’. Una volta entrò nel bar con la motocicletta e prese il caffè senza scendere e senza spegnere il motore; un’altra  gli mettemmo la Giulietta in mezzo a piazza Adriatico e sgonfiammo tutte e quattro le ruote? Pioveva a dirotto. Lui impassibile pigliò una pompa di bicicletta e se mise a gonfia’ le ruote!». Gli scherzi, gli amici. La vita semplice della città di provincia. Liberati era tutto questo: «Quando vinceva,  dopo, veniva al bar. Noi tutti zzitti: finchè non ne parlava lui, mosca. Non gli piaceva d’essere incensato».

Poi è arrivato quel 5 marzo. «Una giornataccia in tutti i sensi _ ha raccontato Rossi _ quel giorno era caduto già altre due volte, vicino a Ferentillo. Pioveva troppo. Ma non volle lasciare la motocicletta: capirai, uno esperto come lui!…».

Invece.

 

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