Il razzismo degli "involuzionisti"

Alla domanda se sia nato prima l’uovo o la gallina ancora non c’è risposta. Però, grazie a Darwin, c’è per il resto almeno una certezza: quella teoria spesso grossolanamente semplificata in “l’uomo discende dalla scimmia”. “Certezza un corno” ribatteva

a chi faceva tale ragionamento Enrico Marconi, medico ternano. “Darwin non ha capito niente: non è l’uomo a discendere dalla scimmia, ma il contrario”. Pare che Marconi, negli anni Venti del Novecento, fosse tra i maggiori rappresentanti in Italia ed in Europa di una antitesi alla teoria di Darwin, sostenuta dal pensatore tedesco Ernst Haeckel.
“Involuzionisti” li chiamarono, ma solo per comodità di linguaggio. Loro infatti parlavano di evoluzione della specie umana, ma in negativo, per cui è la scimmia a discendere dall’uomo che generazione dopo generazione diventa sempre più abbrutito (e imbruttito). Le prove? Gli involuzionisti esibivano foto di uomini e donne di varie generazioni e – sostenevano – sempre più scuri e pelosi: le razze senza peli erano le più vicine all’istante della creazione e perciò le migliori. Pochi peli e magari biondi. Perché poi era lì che s’andava a parare: alla superiorità della razza ariana, teoria di cui Marconi era sostenitore convinto.
“Medico, ma soprattutto insigne studioso che dedicò alla scienza le sue energie migliori” scriveva di lui sul notiziario del Comune di Terni Augusto Pozzi, storico corrispondente del Messaggero. Il 28 febbraio del 1926 Marconi morì a 65 anni: un ictus lo fulminò sul portone di casa, in via Nobili, dietro la chiesa di San Francesco. Pozzi dettò il testo della lapide posta proprio lì, a fianco al portone: “Cultore e apostolo di scienze mediche travolse da solo col suo pensiero le imperanti avvilenti e a noi straniere concezioni della vita e la sollevò in alto dove è spirito,ordine e luce”. Poi la guerra e le bombe: una centrò la casa di Marconi. Addio lapide e “imperitura memoria”.

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