Terni e la chimica del futuro

Era destino probabilmente: quegli stessi laboratori che ebbero un ruolo di primo piano per gli studi che portarono Giulio Natta al Nobel e la Montecatini a dare il via all’epoca della plastica, nacque e si sperimentò il materiale che pur conservandone molte caratteristiche, della plastica può essere considerato un superamento.
Proprio a Terni si sviluppò l’applicazione delle scoperte effettuate, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, nei laboratori della Ferruzzi.

E già, perché nell’andirivieni di pacchetti azionari, nelle divisioni e ricomposizioni di società, alla fine l’area chimica ternana era finita nella mani del gruppo di Ravenna che nel frattempo aveva rilevato la Montedison. Prima di allora Ferruzzi significava soprattutto prodotti dell’agricoltura: cereali, zucchero, grandi proprietà di piantagioni in sud America. Raoul Gardini, l’uomo alla guida della Ferruzzi, aveva una fissa: far sì che fosse possibile utilizzare in modo diverso dall’usuale la propria, grande disponibilità di prodotti dell’agricoltura. Farne una risorsa che, per molte applicazioni sostituisse il petrolio assicurando, per di più, un impatto ambientale notevolmente minore. Fu Gardini a spingere per la plastica biodegradabile e, parallelamente, per il biodiesel, un carburante derivato per il 90 per cento da semi vegetali e per il 10 da alcol metilico.
Terni – il polo chimico ternano – dette un contributo nella produzione del bio diesel, ma soprattutto lavorò per l’applicazione dei brevetti della plastica biodegradabile. Nacque proprio a Terni – ovviamente ad iniziativa del gruppo – la Novamont che entrò in produzione agli inizi dell’anno 1990. Si chiamò Mater.Bi la bio plastica ricavata dall’amido di mais, grano e patate. Lo slogan fu: “La chimica vivente per la qualità della vita”. L’impianto pilota di Terni iniziò con venti addetti e produceva cinquemila tonnellate l’anno di mater bi, utilizzando tremila tonnellate di materia prima. Un esempio di integrazione tra il diavolo e l’acquasanta, tra la chimica e l’ambiente, con l’agricoltura a far da tramite essenziale.
E così poco tempo dopo poteva essere ufficialmente annunciato che la plastica Bio era nata ed era utilizzabile. E per dimostrarlo si produsse un giocattolo, una macchina fotografica per bambini, gialla a ricordare il colore del mais, diffusa allegandola a “Topolino”. Il nuovo materiale trovò difficoltà ad inserirsi in un mercato in dominato dai derivati del petrolio. Ma si andò avanti. Con produzioni limitate, agli inizi: una penna a sfera completamente biodegradabile che fu distribuita come gadget pubblicitario; ossi per cani al posto di quelli in pelle di bufalo. Poi arrivarono i cotton fioc, i sacchetti, i piatti e bicchieri di plastica. Il campo di utilizzazione è oggi vastissimo: va dall’igiene, all’imballaggio, all’uso, come componente, di pneumatici.

Walter Patalocco
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