Un fabbro di Tuoro l’assassino del vescovo di Foligno

Erano le 5 del mattino del 7 agosto 1892, quando un contadino che abitava nella campagna di Ponte San Giovanni sentì bussare alla porta di casa. Era domenica, chi poteva rompere le scatole a quell’ora del mattino? Si trovò di fronte un giovanotto, ferito al viso. “Sono caduto in un fosso”, si giustificò, “posso entrare e lavarmi almeno le ferite?”.  Il contadino lo fece entrare. Il giovanotto si sistemò alla bell’e meglio, poi salutò e se andò. Un comportamento strano. Per cui il contadino riferì ai carabinieri l’accaduto. Non dovette nemmeno andare lontano per trovarli. Essi infatti erano sulle tracce di un giovane, fortemente sospettate di aver assassinato la sera prima il vescovo di Foligno. Lo intercettarono a Ellera. C’era arrivato camminando lungo la strada ferrata. Lo fermarono. Aveva in tasca una settantina di lire e l’orologio di metallo del vescovo.

L’assassinio era stato commesso la sera prima, sul treno che da Terontola portava a Foligno. Il treno arrivò alla stazione di Foligno alle 10 del sabato sera. La scena, in uno degli scompartimenti, era da far rizzare i capelli: sangue dappertutto. E per terra, con la testa fracassata, un prete. Morto. Lo zuccotto color porpora indicava che non era un curato di campagna. Quando lo girarono videro che era il vescovo, il vescovo di Foligno, monsignor Federico Federici.

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Il vescovo Federici

“Si sospetta trattarsi di assassinio”, annunciava con estrema e forse eccessiva prudenza l’agenzia Stefani, l’Ansa di allora, nel diramare la notizia.
Ma chi? Chi aveva ammazzato in quel modo il vescovo? E perché?
Qualcuno suggerì che forse era stato qualche anticlericale fanatico: proprio quel giorno dei primi di agosto 1892 a Roma c’erano stati disordini e gli avevano dato fuoco ad uno steccato davanti la chiesa di Sant’Andrea. Ma l’omicidio di monsignor Federici fu compiuto per rapina
Il vescovo, quella sera, tornava a Foligno dopo aver passato tre settimane alle terme di Montecatini. Aveva preso il treno a Firenze. Il convoglio aveva da poco oltrepassato la stazione di Assisi: il vescovo era solo nello scompartimento, forse era assorto nella lettura, quando entrò un giovanotto che lo aggredì.
Monsignor Federici aveva 47 anni ed era abbastanza robusto e di carattere risoluto per reagire, difendersi, anche usando il temperino con cui tagliava ai bordi le pagine del libro che stava leggendo e che fu trovato aperto e sporco di sangue all’interno dello scompartimento. Ma nulla poté.
Il rapinatore ferito in volto, fu acciuffato la mattina dopo. Era un fabbro di 28 anni, abitante a Tuoro sul Trasimeno, dove “aveva triste nome”, riferirono le gazzette dell’epoca. Non tanto perché si chiamava Annibale, ma perché era un noto scavezzacollo, uno cui piaceva la bella vita, cosa che non poteva permettersi con quel che guadagnava. Quando fu preso indossava gli stessi abiti che aveva al momento dell’aggressione: vestito scuro, cravatta rossa, scarpe anch’esse rosse, di pelle. Un abbigliamento da damerino. Il giovinotto ci teneva a presentarsi bene: alto, slanciato, con baffi neri molto curati.
E’ per questo che rimase impresso quando poco prima delle 11 di quel sabato sera 6 agosto 1892, circa mezz’ora dopo l’arrivo del treno a Foligno, si presentò ad un casello ferroviario poco distante. Il casellante non si spiegava come mai a quell’ora bussasse alla sua porta un uomo tutto elegante, sporco di sangue, con due tagli al viso. “Sono andato a Spello e lì certi che non conosco mi hanno aggredito e malmenato”, spiegò parlando con forte accento perugino. Chiese la strada per Terontola e si avviò a piedi. Arrivò a Ponte San Giovanno che era già giorno-

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Il vescovo di Foligno assassinato in treno

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