Sfigura col vetriolo la moglie che l’ha lasciato

27 febbraio 1886

Col vetriolo sfigurò la moglie che lo aveva lasciato e dalla quale viveva separato. “Adesso sono contento!”, disse Lino Pancrazi, 38 anni di Otricoli ai soccorritori, i componenti della famiglia presso cui la donna prestava servizio. Poi entrò in una stanza dell’appartamento in via Bresciani a Roma, e quelli ebbero la prontezza di spirito di chiuderlo dentro girando la chiave nella toppa. Chiamarono quindi i soldati di un vicino corpo di guardia i quali entrarono nella stanza dove trovarono il Pancrazi più morto che vivo, bianco cadaverico in faccia, e sdraiato su una poltrona. S’era avvelenato ingerendo una dose massiccia di morfina. Lo salvarono, portandolo di corsa in ospedale.

Sua Moglie Terza, invece, fu ridotta in gravissime condizioni. Il vetriolo le sfigurò il viso, le bruciò il collo, il seno ed un braccio.

S’erano sposati qualche anno prima, quando lei di anni ne aveva solo diciotto: bella, giovane e delicata otricolana. In pochi anni la coppia ebbe sei figli, tre dei quali morirono subito dopo il parto. Gli altri erano in tenera età, se si considera che al momento della violenza i coniugi erano separati da sei mesi. Il matrimonio, fu piuttosto breve. Lui era gelosissimo e rendeva la vita impossibile alla bella Terza, la quale lo lasciò. Per campare trovò lavoro come donna di servizio a Roma e lì si trasferì lasciando  tre figli ai propri familiari.

Lino Pancrazi, però, non demordeva. La andava spesso a trovare a Roma ed erano liti continue. Fino a quella sera, quando si presentò all’imbrunire in casa della famiglia romana. Era sconvolto. Aggredì la moglie verbalmente con una scenata di gelosia , accusandola si aver lasciato i figlioli a Otricoli ed essersi trasferita a Roma “a fare la signora” e aggiungendo di essere andato a Roma andato a ricordarle che lei portava ancora il suo nome e che lo aveva disonorato. Poi l’afferrò per un braccio e le rovesciò in viso la bottiglia di vetriolo.

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