1948, la “Terni” licenzia migliaia di operai

Il 23 novembre 1948

la situazione era già esplosiva. L’indomani era giorno di paga per i circa ventimila dipendenti della “Terni” in tutta l’Umbria. Quasi tutti avrebbero trovato ben poco nella busta della quindicina. “Quasi”, perché molti non avrebbero trovato nemmeno la busta paga. La “Terni” li aveva licenziati.

Lo aveva fatto ricorrendo all’affissione di manifesti nelle portinerie o all’entrata delle miniere di lignite. Nemmeno a perder tempo a scrivere tutte quelle lettere di licenziamento. Sui manifesti c’era l’elenco dei nomi di coloro che dovevano tornare a casa. La prima lista fu annunciata alla fine di ottobre, la seconda alla metà di novembre. Una falcidia di posti di lavoro. Milleduecento licenziamenti alle miniere di Bastardo e Morgnano su un totale di tremila lavoratori. Duecento a Papigno, cento a Nera Montoro, 94 alle cementerie di Spoleto, seicento alle acciaierie di Terni, ma in un primo momento s’era deciso per 960.

La reazione dei lavoratori fu dura. I minatori, ignorando le “liste di proscrizione”, erano scesi in galleria a lavorare. Per il resto si procedette a scioperi di quattro ore a scacchiera.

“Tremila minatori sono troppi” sostenne la Terni. “Prima della guerra erano novecento e la produzione era maggiore. La nostra lignite è più cara del carbon coke per cui o si porta l’orario a 32 ore settimanali – con conseguenze pesanti sulla busta paga – o se si vuole continuare a fare turni di quaranta ore settimanali è necessario sfoltire”.

La “Terni” tentò persino di mostrarsi magnanime, di voler compiere un’operazione chirurgica tanto invasiva, ma possibilmente senza arrecare troppo dolore. L’”anestetico”, secondo i dirigenti,  era che tra i licenziati s’era inserito soprattutto chi era vicino alla pensione o chi aveva in famiglia un’altra fonte di guadagno, magari perché la moglie risultava occupata. O perché qualcuno non aveva lasciato a sodo il campo di proprietà della famiglia. Non mancarono gli incentivi per chi faceva i bagagli e se ne tornava a casa: due anni pensione straordinaria di ottomila lire al mese e liquidazione tra le cento e le centoventimila lire.

La risposta furono gli scioperi. Ad oltranza e a rotazione. Con l‘azienda che, buttando a mare il “volto umano”, già  reclamava  i danni per il calo di produzione subìto per gli scioperi nella prima metà di novembre. Del 23%, sosteneva, era calata la produzione a Papigno; 12% a Nera Montoro; 28% alle cementerie; 20% alle acciaierie.

Era cominciata una fase durissima per l’economia ternana e umbra. Quella che culminò nelle barricate e gli scontri in piazza dopo i licenziamenti di massa del 1952-53 e prima ancora del 1949. Intanto il Governo era partito subito col piede pesante: per quel 24 novembre 1948, furono mobilitati circa mille poliziotti.

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