Parroco assassinato con la stricnina nel calice della messa

 

chiesa tre
La chiesa parrocchiale di Fabbri

Il 19 ottobre 1934

L’aula della corte d’Assise di  Spoleto era gremita. Cominciava quella mattina il processo per l’assassinio del parroco di Fabbri, una frazione tra Foligno e Montefalco, avvelenato con la stricnina che qualcuno aveva messo nell’ampollla del vino e che poi lo stesso prete aveva versato nel calice.

Il parroco, don Stanislao Boni, morì il 17 dicembre del 1933. Era domenica. Quella mattina aveva celebrato due messe, una nella chiesa di contrada San Luca, poi, tornato a Fabbri, nella chiesa parrocchiale. Subito dopo la celebrazione e mentre rientrava in canonica fu colto da forti dolori allo stomaco e dopo pochi minuti spirò. Ad ucciderlo era stato il nitrato di stricnina. La certezza la fornì l’esame dei residui trovati nel calice usato poco prima, Chi lo aveva ucciso? E perché?
La storia non sembrò molto complicata agli inquirenti i quali individuarono subito un possibile colpevole. Lo sapevano tutti che tra don Stanislao e un ricco proprietario terriero di Cannaiola, Maurice Pergolari, di 59 anni, non correva buona sangue. Era piuttosto Pergolari ed avercela col prete di Fabbri ai suoi occhi colpevole per aver difeso Salvatore e Maria Venturi, due coniugi che abitavano in zona e che lui, Pergolari, aveva denunciato per estorsione. Non solo don Stanislao aveva testimoniato a loro favore in tribunale, ma s’era reso disponibile a dichiararsi proprietario dei beni dei coniugi Venturi, esibendo un formale atto di compravendita cosicché Pergolari non potette recuperare un credito che affermava di vantare nei confronti della coppia.
Salvatore e Maria, furono comunque assolti dall’accusa di estorsione per non aver commesso il fatto. E denunciarono a loro volta Pergolari per calunnia. I sospetti, perciò, portarono subito verso casa Pergolari. E trovarono conferma, sempre secondo le carte delle indagini, dalla depsosizione di una donna di Fabbri la quale riferì che pochi giorni prima, il 13 o 14 dicembre, s’era presentato a lei un giovane che si informo su quale fosse l’altare della Santissima Croce, ovvero l’altrìare principale della chiesa parrocchiale. Il giovane, aveva 19 anni, fu individuato in un garzone di Pergolari, Sante D’Attanasi. Lo accusarono di essere colui che materialemnte versò la stricnina nel calice.
Il fatto ovviamente fece scalpore: le modalità dell’omicidio, il fatto che i personaggi principli della viocenda etrano piuttosto noti avevano creato tra la gente n clima di attesa. E per questo l’aula della Corte d’Assise di Spoleto, quel venerdì era affollata. Sul banco degli imputati Pergolari e D’Attanasi erano chiamati a rispondere di un reato che prevdeva la condanna all’ergastolo: omicidio premeditato aggravato dall’uso di sostanze venefiche. Vicino a loro altri tre uomini e una donna, accusati di ”subordinazione di testimoni compiuta nell’interesse del Pergolari”. Quest’ultimo era giudicato anche per il reato di calunnia dopo la denuncia dei Venturi.
Non mancarono colpi di scena, come quando – chiamata a testimoniare – Maria Venturi confessò di essere stata in relazioni intime col Pergolari per cinque anni. Fu in questo periodo che il proprietario terriero consegno alcune cambiali alla coppia. Era questo il preteso credito che Pergolari asseriva di vantare nei confronti dei coniugi Venturi, i quali si rifiutarono di riendergli quelle cambiali. Il processo fu in prima istanza rinviato, dopo che si furono ascoltati alcuni testimoni, per effettuare una perizia sulle ampolle e sul calice usati da don Stanislao. Ripreso nel luglio del 1935 finì con un’assoluzione per insufficienza di prove per l’omicidio del prete, ma Pergolari fu condannato a sei anni di freclusione per la calunnia. Condannati a quattro mesi di reclusione due degli accusati di subordinazione di testimoni.
La sentenza assolutoria fu confermata anche dalla Corte di assise d’appello di Firenze, nel marzo del 1937.

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