Lo strano assassinio del direttore delle Ferriere

La prima laconica notizia parlava di un “ingegnere bergamasco sparito a Terni”. Si chiamava Andrea Dalla Volta ed era il direttore delle Ferriere. Erano i primi di settembre del 1884 e quando si parla di Ferriere il riferimento è alla ferriera papale, visto che delle acciaierie era appena iniziata la costruzione e sarebbero entrate in produzione solo un paio di anni dopo. Sulla sparizione del direttore delle Ferriere di Terni non si dilungavano molto i giornali dell’epoca limitandosi a riferire che, siccome era stato ritrovato l’ombrello di Dalla Volta, si temeva il suicidio o, dato che l’ombrello era spezzato, l’omicidio.

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Il Ponte di Ferro

E proprio di omicidio si trattava. Un omicidio che presentava oscuri. Quasi un’esecuzione o un complotto, cui si aggiungeva una qualcosa di riturale se si considera che l’assassinio fu compiuto con nove coltellate e che proprio nove furono le persone finite in manette alla conclusione delle indagini: otto pugnalate al petto e l’ultima, fatale, alla gola.

Tutto si scoprì un paio di giorni dopo la scomparsa dell’ingegnere quando, al Ponte di Ferro, poco lontano dalla Ferriera, tra la vegetazione della sponde del fiume Nera, fu notato un qualcosa di strano. Era il cadavere dell’ingegner Dalla Volta. Lo avevano ammazzato e gettato in acqua, pensando che la corrente ne avrebbe portato il corpo chissà dove. Era da poco passata l’ora di pranzo e quando le autorità di polizia giunsero sul posto trovarono un assembramento di curiosi. Rapina, si pensò. All’ingegnere avevano portato via il portafogli e l’orologio. La giacca era sparita.

I primi sospetti ricadevano su una fantomatica banda di malfattori che si sarebbe aggirata di notte nelle vicinanze della città. La Ferriera, d’altra parte, allora era di là del fiume, linea di tra il centro abitato di Terni e la campagna. Sospetti cui  gli inquirenti non davano gran credito. Chi aveva ucciso l’ingegnere non era persona a lui sconosciuta. Ben presto gli indizi condussero ad uno dei guardiani della fabbrica. “Egli è certo Luigi Paganotti, nativo di Montecarotto in provincia di Ancona, dragone pontificio, affezionatissimo alla falange nera e a Pio IX di cui aveva l’effigie in cima al letto”: i giornali si dilungavano nei particolari, dimostrando di essere già praticamente convinti della colpevolezza dell’uomo. E il movente? Su questo silenzio assoluto.

Certo è che quel delitto rimase ammantato di mistero. Perché per l’omicidio di Andrea Dalla Volta in galera non ci finì solo Paganotti, ma anche altre otto persone. Di questi, sei erano dipendenti delle Ferriere, mentre gli altri due erano persone che apparentemente con la fabbrica e col Dalla Volta non c’entravano proprio niente, risultando che di mestiere erano contadini e che si trovavano a passare davanti l’ingresso delle Ferriere la notte del 1. Settembre, quando – proprio sul portone – il direttore dello stabilimento fu aggredito. Il cadavere fu poi gettato in acqua, legato con una camicia che recava le iniziali F.C. e che sembra fosse di un operaio cui era stata rubata: un operaio “snob” che faceva ricamare le iniziali sulla camicia.

Il comportamento di Paganotti apparve subito strano. Non appena seppe del ritrovamento del cadavere del direttore, egli scappò dallo stabilimento, dove oltretutto abitava, lasciando due lettere con le quali raccomandava di pensare alla sua famiglia. Un collega riferì che nell’andarsene gli aveva detto una frase: “Ora che l’ingegnere si è trovato, tutti daranno la colpa a me”. Fu arrestato poche ore dopo, lungo la strada che portava alla basilica di San Valentino che era fuori città. Dovettero difenderlo da un gruppo di persone che minacciava di linciarlo. Aveva una macchia di sangue sulla camicia che aveva provato a lavare, un taglio a un dito. Macchie di sangue furono trovate anche sulla sbarra dell’entrata allo stabilimento dove Paganotti era di guardia, e sulle sue pantofole all’interno dell’abitazione.

Che il guardiano non aveva fatto tutto da solo, si seppe nei giorni successivi, mentre prendeva piede la voce del complotto e del coinvolgimento, si riferiva nelle cronache, “di alcuni pezzi grossi”. Dell’omicidio Dalla Volta non si parlò più. Ne è facile trovar traccia del successivo processo.

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