Gli ruba soldi e amante poi lo uccide

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30 agosto 1905

Gli ingredienti del giallo classico c’erano tutti: una vittima illustre, il principe del foro perugino; due nipoti che gli davano solo pensieri: un giovanotto che faceva il mediatore di cavalli ed una gentil signorina che era scappata di casa per andare a fare la chanteuse a Roma; uno studente godereccio il quale più che i corsi della facoltà di farmacia seguiva le sottane; ed infine, la proprietaria di una di quelle sottane, Guglielmina, che l’avvocato aveva “adottato” già da qualche anno e di cui nonostante la notevole differenza di età, una quarantina di anni, pare fosse fortemente attratto. Lei lo aveva abbandonato per fidanzarsi con lo studente, il quale viveva a pigione dentro casa dell’avvocato.
Non era una vita allegra quella di Alessandro Bianchi. Perciò, trovatolo morto nel suo studio la cui porta era stata chiusa a chiave, tutti pensarono che l’avvocato, 76 anni, aveva deciso di farla finita. A forzare la porta e dare l’allarme furono un altro avvocato ed il giovane di studio. Era il pomeriggio del 30 agosto 1905: giorno di eclisse di sole, che i due erano andati ad osservare in terrazzo.
Suicidio un corno. Può un uomo togliersi la vita tagliandosi carotide e trachea con un colpo di rasoio vibrato da lui stesso e così violento che quasi tranciava di netto il collo? Quello era un assassinio bello e buono, arguirono dopo qualche ora gli inquirenti. Chi era stato?  Certo un assassino arruffone, che aveva messo in tasca all’avvocato una lettera “da suicida”, tutta spiegazzata e sporca di sangue; e che gli aveva buttato sulle gambe un giornale ben ripiegato: cerchiato in rosso v’era un articolo che riferiva dell’arringa che l’avvocato aveva pronunciato pochi giorni prima ad un processo per assassinio, in corte d’assise a Perugia.
Due i sospettati: il nipote mediatore di cavalli ed il pigionante godereccio. Costui, Guido Casale di 27 anni, era un personaggio poco raccomandabile. Nato a Buenos Aires, dove la sua famiglia si era trasferita dal Piemonte, era tornato a Torino, dilapidando in poco tempo la cospicua eredità  del padre morto alcuni mesi prima.
A Perugia era arrivato per studiare farmacia. S’era da poco sposato con una giovane di Asti la quale morì di parto insieme al neonato. Il dolore fu tale che Guido Casale si dette subito alla pazza gioia. Al Caffè Vannucci era di casa. Tanto da impegnare nelle mani del proprietario l’anello della moglie per cento lire: un gioiello con pietre preziose che, però, si rivelarono false. Sempre lì era finito nel giro degli strozzini: per pagarli aveva dato loro cambiali per 25mila lire. Erano sottoscritte da Alessandro Bianchi, ma la firma era stata falsificata. Per continuare a fare la bella vita ricorse da una serie di truffe. Poi seppe che Guglielmina era stata nominata sua erede universale dal facoltoso avvocato. Sposandola avrebbe risolto molti problemi. E si mise “al lavoro” facendone, in breve tempo, la sua amante.
Un giovane prestante, sfrontato, e violento. A Torino era finito nei guai per una cazzottata con un minatore che _ sosteneva lui _ gli aveva insidiato la moglie: dopo averlo picchiato lo gettò nel Po. Se la cavò grazie ai buoni uffici di uno zio, alto magistrato, il quale si uccise per la vergogna, quando il nipote finì sotto processo per omicidio premeditato del Bianchi. Era lui l’assassino. Dopo pochi giorni di carcere, confessò. Le cambiali con firma falsa erano arrivate a scadenza. L’avvocato Bianchi, disposto a pagare la prima per far piacere a Guglielmina, andò sulle furie quando scoprì che le “farfalle” erano numerose. Minacciò di denunciare il giovane che reagì vibrandogli la rasoiata mortale. Il processo, apertosi un anno dopo, andò per le lunghe. L’aula era sempre affollata, anche perché dal dibattimento emerse che a Perugia operava un’organizzazione dedita a truffe e strozzinaggio. Due testi finirono in carcere: un colpo di scena che causò un lungo rinvio, ed il trasferimento del processo a L’Aquila. Qui, l’epilogo con la condanna di Casale a trent’anni di reclusione. Casale tentò di convincere la corte d’assise di aver agito solo per gelosia: «L’Ho ucciso quando mi urlò in faccia che anche lui era stato l’amante di Guglielmina», riferì. Ma non ebbe sconti di pena.

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