Terni e il “mistero” dei Carrara

A Terni, dalla parte est, si entra traversando Ponte Carrara, e percorrendo via Carrara fino a Piazza Carrara. Lì c’è Palazzo Carrara che fu sede del municipio, poi della pinacoteca, biblioteca e raccolta archeologica. Un’ala era destinata a carcere, e per decenni “tu stai bene a via Carrara” era augurare a qualcuno di finire in galera. Insomma, di “segni” della famiglia Carrara ce ne sono parecchi. Ad esser pignoli, però, c’è da dire che i Carrara, quelli veri, con Terni c’entrano pochino. E già perché i Carrara stavano a Bergamo, dov’erano diventati ricchi commerciando lana. Nel 1747 furono anche nominati conti. A Ghisalba, appunto nel bergamasco, nacque colui che nella storia della famiglia è stato il più noto e potente, il cardinal Francesco che a Roma, in curia era uno che contava: fu segretario della congregazione del concilio più tutta una sequela di altri incarichi ivi compreso quello di conduttore dell’Indice.

Francesco Carrara
Il cardinale Francesco Carrara

Pio VI lo nominò protettore dei pubblici ospedali di Roma, Narni, Perugia, Viterbo, Spoleto. A Narni fece così buona impressione nella “gestione” del Beata Lucia, che lo inserirono tra i protettori della città. Ma sempre a Roma stava e non a Terni, dove aveva un prete, certo don Provantini, che gli faceva da segretario e ne curava gli interessi in loco.
Uno dei ricchi lanieri del bergamasco era “sbarcato” a Terni intorno alla metà del 1600, entrando in società con un ternano per importare e commercializzare la lana. Vi restò una trentina d’anni fino a che decise che era ora di andare in pensione e se ne tornò a Bergamo, dopo aver affidato baracca e burattini in usufrutto a un giovane che gli era stato il suo braccio destro; l’usufrutto aveva validità quarantennale, poi tutto sarebbe ritornato in proprietà ai bergamaschi. C’era però una condizione: il giovane, che di chiamava Pietro Riccardi, doveva da quel giorno diventare Pietro Carrara, cambiare cognome, cosicché il “marchio” restava su piazza. Una specie di franchising ante literram.
Riccardi diventato Carrara, fece a sua volta un pacco di soldi e investì: terreni, una villa di campagna, e il palazzo su quella che oggi è Piazza Carrara, ma allora si chiamava piazza San Sebastiano. Si ingrandiva il portafogli e cresceva di pari passo il “peso” sociale della famiglia, tanto che alla fine del 1600, tra i Carrara ex Riccardi si potevano annoverare personaggi che avevano ricoperto incarichi di governo cittadino e qualche abate. I soldi non mancavano e i Carrara, poco tempo dopo, si allargarono acquisendo dalla famiglia Giocosi un palazzetto attiguo al loro. Dopo di ché accorparono i due fabbricati, abbellendo la facciata con una serie di fregi. Era nato il Palazzo Carrara così come oggi si presenta, ex carcere compreso.
Come finì? Non tanto bene, per i Carrara di Terni. Intanto uno dei rampolli di Pietro Riccardi Carrara, “il tenente Giuseppe” – com’era da tutti conosciuto – ammucchiò un debito consistente col Comune di Terni, nonostante ne fosse stato priore e camerlengo (o forse proprio per questo, chissà?) fattostà che il palazzo dovette essere venduto “dimenticando” che esso era ancora in usufrutto. Se lo ricordavano bene, però, i Carrara “doc”, quelli di Bergamo, i quali innervositisi, pretesero dal tenente, già al verde, il pagamento di una penale di diecimila scudi, cifra rispetto alla quale il debito col Comune era roba da ridere. Un bel guaio! Buon per loro che qualcuno dei Carrara ex Riccardi si era comunque dato da fare. Fu il caso di Marcantonio, che sposò una Castelli, ossia una componente di una prestigiosa famiglia ternana. Ma lei lo lasciò vedovo, senza figli, e con parecchi debiti (pure lui). L’unica fonte di guadagno sembra restasse per lui la cessione dei diritti ereditari a due giovani nipoti.
S’era ormai nella seconda metà del Settecento, quando intervenne il potente “cardinal zio”, Francesco. D’altra parte si chiamavano pur sempre Carrara, senza contare che c’erano da recuperare parecchi soldi per il “ramo” bergamasco. Il cardinale riuscì a far sì che le figlie di Marcantonio rientrassero in possesso del palazzo di città, che volle acquistato dal Comune anche per la sede del municipio era stata individuata una soluzione più conveniente. E della villa di Papigno, poi nota per il nome di uno dei generi di Marcantonio, il conte Graziani.

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Fonti:

oltre ai testi "classici" della storia ternana (da Storia di Terni di Francesco Angeloni a Interamna Nahars di Elia Rossi Passavanti)  molte informazioni sono relative ad un colloquio con Laura Moroni che sui Carrara ha pubblicato uno studio in "Arte e Territorio. Interventi di restauro", vol. II. Ed. Fondazione Carit 2003.
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