Libero imputato per l’assassinio in treno dell’ing. Arvedi

Il 5 agosto 1913
faceva ritorno a casa, a Terni, uno degli imputati per l’assassinio dell’ingegner Ottavio Arvedi compiuto sul treno Roma Ancona poco dopo che il convoglio aveva lasciato al stazione di Terni. L’omicidio, commesso pochi giorni prima di Natale del 1907,fece un enorme scalpore, non solo per la ferocia con cui fu assassinato l’industriale veneto, ma per la difficoltà delle indagini che, non trovandosi una soluzione, si orientarono nelle direzioni più disparate: dall’intrigo amoroso al complotto finanziario. Solo quasi dopo un anno si scoprì per caso che l’uomo d’affari era stato ucciso per una delle frequenti rapine, molto spesso sanguinarie, che venivano commesse sui treni..
Tra gli imputati, davanti alla Corte d’Assise di Spoleto, comparve un pregiudicato ternano, conosciuto come “Pietraccio”. il quale a quarant’anni poteva vantare un fedina penale piuttosto corposa, tanto più che in “carriera” aveva collezionato qualcosa come ventiquattro processi. Pietro Proietti fu assolto per insufficienza di prove dalla corte d’assise di Spoleto, pur se molto forti erano i sospetti che fosse proprio lui l’esecutore materiale del delitto. Dopo l’assoluzione fu comunque spedito al domicilio coatto per un periodo di cinque anni a Ustica e da qui poi trasferito a Lampedusa dove fece il lavandaio “guadagnando una lira al giorno e tenendo una condotta che fu dichiarata equivoca”. Nel mese di luglio del 1913 i cinque anni erano ormai passati e “Pietraccio” fece rientro a Terni dove fu nuovamente interrogato in merito al delitto. Ripeté quel che aveva già dichiarato alla Corte d’Assise protestando la propria innocenza e affermando di non conoscere i coimputati se non uno di essi, un contadino abitante al vocabolo Toano che era stato suo compagno di prigione al carcere di Narni.

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