Condannati a morte i briganti assalitori della diligenza

Erano tre evasi. C’era anche Fortunato Ansuini, brigante di Norcia noto per la sua ferocia. La sentenza non fu eseguita: Ansuini riuscì di nuovo a scappare

Li presero quei tre banditi che armati di fucile assaltarono la diligenza Narni-Amelia. Erano tre briganti, uno dei quali, Fortunato Ansuini, famoso per la sua ferocia. Il 3 gennaio 1887 essi comparvero davanti al Consiglio di Assise di Spoleto. Erano tre brutti ceffi, malviventi pericolosi che furono condannati a morte. Perché mica solo dell’assalto alla diligenza e della “grassazione” ai passeggeri per un bottino di quasi duemila lire dovevano rispondere. S’erano macchiati, in pochi mesi, di una serie di delitti, qualcuno dei quali ben più grave.

Ansuini brigante di Norcia
Il brigante Fortunato Ansuini

I tre “malandrini che siedevano sul banco dei giudicabili” erano tre ex detenuti che s’erano incontrati e conosciuti nel bagno penale di Capraia, “dove formarono la loro associazione e meditarono gli infami delitti che usciti in libertà effettuarono”. Erano Francesco Di Mattia, originario della Sabina; Fortunato Ansuini da Norcia e Giovanni Luconi da Jesi. Tre briganti. Erano imputati per l’assalto alla diligenza Narni-Amelia e della rapina ai danni dei passeggeri e del postiglione; ma anche di una serie di furti di arredi sacri commessi “mediante scalata” nelle chiese di Norcia e dintorni procurandosi un bottino piuttosto consistente; di “grassazione a mano armata per essersi introdotti in un convento di Cappuccini in Sabina, legando uno a uno i frati come tanti capretti e saccheggiando completamente il convento”; del “brutale assassinio di un povero vecchio che uccisero con un colpo di fucile mentre transitava per la via di Norcia”. Un delitto – riferivano le cronache del tempo – “commesso per puro istinto di malvagità, perché l’ucciso era un poveretto che non possedeva un soldo ed andava per il suo cammino senza molestare per niente i tre malviventi”. In particolare si sottolineava la crudeltà del nursino Ansuini che era “il campione dei tre malfattori”.

I tre briganti, in una sala della Assise di Spoleto affollata di curiosi, ammisero le loro responsabilità e “nel confessare le loro infamie i malandrini scherzavano e chiamavano amici i carabinieri e i cappuccini che, dopo aver legati, derubarono”.

Il pubblico ministero Guannuzzi Savelli, chiese dopo il verdetto di colpevolezza dei giurati, la pena di morte. Richiesta che fu accettata dalla Corte d’Assise. “Il presidente – commentò il cronista – pronunciò la sentenza con voce fievolissima e commossa. I delinquenti invece, aprirono la bocca ad un sorriso sdegnoso”. Sprezzanti e gradassi fino all’ultimo.

Chissà, forse perché erano fiduciosi che sul patibolo non ci sarebbero mai saliti. D’altra parte si trattava di gente pratica anche di evasioni. Dopo essersi conosciuti nel penitenziario di Capraia, i tre in libertà c’erano tornati mica per aver scontato la pena, ma grazie ad un’evasione dal carcere di Roma, dove erano stati trasferiti.

Fortunato Ansuini era un noto brigante, famoso oltre che per la sua ferocia, anche per il fatto che provava soddisfazione a sfidare i carabinieri non perdendo mai l’occasione di metterli in ridicolo. Originario di Norcia (nacque in una famiglia di contadini nel 1844) dopo l’evasione, avvenuta nel maggio 1886 dopo una fuga rocambolesca attraverso la rete fogniaria, si rifugiò in Maremma e lì con i suoi compari cominciò una serie di scorribande. La banda fu chiamata in causa anche per la strage dei frati dello Speco di Narni-Sant’Urbano (ma i briganti si dichiararono innocenti per questo fatto) oltreché per una serie di altre “imprese”. Fu solo grazie ad una spiata se i malviventi furono rintracciati ed arrestati.

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I carabinieri li sorpresero nel bel mezzo di un banchetto che stavano tenendo in una grotta. Si arresero subito consci del fatto che dopo un eventuale processo di condanna c’era sempre la possibilità di evadere.

Dopo la pronuncia della sentenza di condanna a morte delle assise di Spoleto furono divisi ed incarcerati in attesa dell’esecuzione che non arrivò in tempo, almeno per Ansuini il quale, rinchiuso nel Forte Filippo di Porto Ercole, nell’aprile del 1890 riuscì ancora una volta a scappare, insieme ad altri reclusi. Dopo aver rotto le catene che li legavano ai tavolacci, essi ruppero l’inferriata della finestra da cui si calarono utilizzando la corda ottenuta tagliando le coperte. La notte seguente a far conoscenza coi banditi fu un gruppo di pastori aggrediti nella loro capanna. Furono legati e derubati del denaro, dei fucili e di tutti i generi alimentari.

Fu una delle ultime azioni di Fortunato Ansuini. Il brigantaggio era ormai alla fine. La banda ebbe uno scontro a fuoco coi carabinieri, ma Ansuini riuscì a fuggire. Da quel giorno di lui non si è più saputo niente.

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