Angelo del Vajont, torna dopo 60 anni

All’epoca del disastro, Angelo Fidenzi, ternano, era uno dei bersaglieri del soccorso. Ha consegnato al Museo di Longarone un piccolo oggetto di vita quotidiana recuperato tra il fango

Per più di cinquant’anni l’ha conservato gelosamente: un timbro, un datario per la precisione. Lasciato così come lo trovò, sporco di fango e regolato sulla data del 9 ottobre 1963: il giorno del disastro del Vajont. Poi ha pensato che poteva essere, nel suo piccolo, una testimonianza ed un omaggio ai tanti che persero la vita in quella tragedia.
Angelo Fidenzi, ternano di San Valentino, nel 1963 aveva ventun anni. Era un caporal maggiore dei bersaglieri, in servizio di leva a Pordenone. Lo mandarono lassù, a Longarone, con una delle squadre di soccorso. Il timbro lo trovò in mezzo alle macerie dell’ufficio postale. Ora l’ha riportato su; lo ha consegnato al sindaco di Longarone.
Una piccola e semplice cerimonia nell’aula consiliare. Poche parole di ringraziamento, una forte commozione, e l’orgoglio e la soddisfazione di aver fatto un qualcosa d’importante. Ora il timbro verrà posto in un museo che a Longarone raccoglie oggetti di uso quotidiano trovati in mezzo al fango, dopo l’onda che spazzò via tante vite umane ed interi centri abitati.
“Arrivai – ricorda Angelo Fidenzi – due giorni dopo il disastro. Mi mandarono a prestar soccorso in una zona percorsa dal torrente Maè”. Un impatto subito duro: “Appena arrivati ci trovammo faccia a faccia con l’aspetto più terribile: la morte. Tra il fango e i sassi c’era il corpo di una donna, giovane. Più giù c’erano due auto accartocciate e rovesciate ma per fortuna non c’era nessuno dentro”.
Il lavoro di soccorso era pesante. “La sera ci trovavamo tutti in un bar, l’unico aperto. Eravamo tanti per la maggior parte militari. Tutti lì si andava. Vi incontrai altri quattordici soldati di Terni… Lo sa’? Lì alla cerimonia c’era pure una signora. M’è venuta a salutare: era una delle ragazze che lavoravano in quel bar”. “Quando capitammo tra le macerie dell’ufficio postale, tra le tante cose che recuperammo trovai questo timbro: chiesi all’ufficiale dei carabinieri che stava con noi e lui mi disse, tienitelo per ricordo. E così ho fatto”.

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