Il pecoraio Pierino spara al principe Torlonia

Nato a Poggiodomo, a 13 anni fu assunto nella tenuta di Monteleone. Licenziato con un’accusa infamante e dopo un grave caduta di cavallo cercava la vendetta. “Volevo ucciderlo”. Quasi ci riuscì

Una vita grama quella di Pierino Amori. Nato a Poggiodomo, sui monti della Valnerina, nel 1916, ancora adolescente, se ne andò di casa. Ma mica per godersi il mondo! Perché a 13 anni fu assunto nella tenuta dei principi di Torlonia, che s’estendeva nella vallata del fiume Corno, per fare il pecoraio. Tirò avanti dieci anni così, poi l’incidente: cadde da cavallo e si ruppe la testa. All’ospedale di Cascia lo operarono: trapanazione del cranio. E fu pure licenziato dai Torlonia che, però, obbligati dalle carte bollate, lo dovettero riassumere, ma storcendo la bocca ed aspettando l’occasione di cacciarlo legalmente.
E l’occasione capitò. Nel 1948 constatarono la sparizione di 223 pecore, avvenuta diverso tempo prima. Stavolta Pierino, diventato fattore, non lo salvava nessuno.
Dove aveva portato tutte quelle pecore? Lui provò a discolparsi: “Sono quelle requisite dai tedeschi mentre si ritiravano”, spiegò, ma i Torlonia si mostrarono irremovibili, lo licenziarono e lo denunciarono.
E così Pierino sparò. Ci andò fino a Roma. Chiese più volte di parlare col principe Alessandro, l’“amministratore delegato” dell’azienda che riuniva le numerose proprietà della famiglia. Il principe, però, non solo non lo ricevette, ma avvisò il commissariato di Campo Marzio che questo suo ex fattore lo minacciava e che non si sentiva sicuro.
Era una domenica mattina, il 19 giugno 1949, quando Pierino si trovò faccia a faccia con Alessandro Torlonia, che aveva allora 24 anni, contro i 43 di Pierino.
Il principe, accompagnato da due sorelle era andato a messa nella chiesa di San Girolamo degli Illirici, in via Ripetta a Roma. Arrivò a messa iniziata. La chiesa era piena. Si fece largo fino a raggiungere il banco davanti. Dopo qualche minuto alcuni notarono un uomo elegante che seguiva la messa stando a lato dell’altare, dalla parte destra, proprio di fronte ai principi. Alle 11 il prete pronuciò la frase: “Ite missa est”. Pierino estrasse una rivoltella dalla tasca e fece fuoco: cinque colpi in rapida successione. Tre raggiunsero il bersaglio. Il principe Alessandro s’accasciò, lasciando cadere la pistola che anch’egli aveva estratto di tasca.
I due colpi andati a vuoto raggiunsero due fedeli che non c’entravano niente e furono feriti in maniera superficiale. Non così Torlonia colpito al torace, al braccio sinistro e all’addome. L’intestino era stato bucato in più punti e le speranze di sopravvivenza erano, in un primo momento, ridotte davvero al lumicino. All’ospedale di san Giacomo lo portarono subito in sla operatoria.
Pierino Amori fu arrestato. Non provò a fuggire. Gli agenti erano andati sul sicuro. Lo avevano in verità fermato prima della sparatoria, ma una volta identificatolo e dopo averlo perquisito, dovettero lasciarlo andare. Pierino non era armato. La pistola l’aveva nascosta da qualche parte vicino alla chiesa. Riuscì ad entrare aggirando i due agenti di vigilanza fuori di San Girolamo. “Volevo proprio ucciderlo”, disse Pierino al commissario di Campo Marzio.
Il principe se la cavò, anche se tenne in apprensione tutta la schiatta nobile della capitale, con una decina di giorni di ospedale e una lunga convalescenza, allietata da continue visite da parte di rappresentanti della Roma che contava. In quanto a Pierino, l’avvocato difensore Giuseppe Sotgiu, s’appellò all’infermità mentale, conseguenza delle ferite alla testa riportate a suo tempo per la caduta da cavallo.

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