Terni, l’eccidio del giugno 1920

Il 28 giugno 1920

È una delle date particolarmente ricordate a Terni. E’ la data dell’eccidio di piazza Vittorio Emanuele, “la” piazza di Terni, oggi piazza della Repubblica. Cinque morti, almeno una ventina di feriti tra i cittadini ternani. A sparare furono le forze dell’ordine, i carabinieri che quel giorno intervennero a cercare di evitare disordini. E meno male, visto che furono poi loro a sparare ad altezza d’uomo. Loro, ma non solo.

La scintilla che provocò i disordini fu individuata nell’atteggiamento tracotante di un borghese. Mentre la piazza era agitata in vista dello sciopero generale, egli si affacciò sorbendo un caffè alla finestra del circolo dell’Unione, luogo di riunione della “crema” della città. Mentre in piazza si teneva un comizio promosso dalle organizzazione sindacali, tutte le saracinesche erano abbassate. Al circolo dell’Unione non si sentì l’esigenza di avere un minimo di rispetto e tutte le finestre dei locali che occupavano un appartamento nel palazzo d’angolo tra la piazza e Corso Tacito, erano aperte e illuminate.

Il comizio, infatti, convocato per la mattina alle 10 di quel 28 giugno, andò avanti finio alle 22 e 30, perché si restava in attesa (oggi si aggiungerebbe in “stato di agitazione sindacale”) delle decisioni che dovevano essere prese a Roma riguardo uno sciopero generale in programma per il giorno dopo, il 29.

Ad un tratto si sentì uno sparo. Secondo i rapporti ufficiali qualcuno che era in mezzo alla folla dei dimostranti, fece fuoco verso le finestre del cicolo dell’Uniione, circostanza che fu negata ed anzi rovesciata dagli organizzatori della manifestazione. Anzi, la prima versione circolata e riferita dai quotidiani del giorno dopo, parlava di “Disordini provocati da teppisti” cui s’erano aggregate alcune decine di giovinastri che avevano aggredito i frequentatori del circolo – “commercianti”, si specificava – malmenandoli.

Circostanze del genere non trovarono eco nei giorni successivi.

Fattostà che un colpo d’arma da fuoco ci fu e che al primo colpo ne seguirono altri. L’onorevole Farini, alla Camera dei deputati, parlò di proiettili che secondo i segni lasciati sui  muri, provenivano dall’alto, ossia dalla sede del circolo e dal vicino palazzo municipale. Anche queste circostanze, comunque, non trovarono mai ufficialità.

Sicuramente, invece, spararono i carabinieri. Cinquanta se n’erano fatto intervenire. Tre persone, tra i dimostranti, morirono subito dopo essere stati trasportati in ospedale: Luigi Foscarelli. Un ragazzo di 14 anni, Angelo Eleodori, muratore, 25 anni; Lelio Palla, carbonaio di 32 anni. Due giorni dopo, il 30, morì Isidoro Taddei, operaio di 35 anni. Più lunga l’agonia di Francesco Olmi, operaio di 38 anni, che decedette il giorno dopo Ferragosto. Diciotto i ricoverati in ospedale, ma molti altri, che avevano riportato ferite meno gravi evitarono il ricorso i medici ospedalieri per paura di finire arrestati.

Il fatto di Terni seguiva altre gravi episodi con numerosi morti avvenuti nelle Marche in quegli stessi giorni: ad Ancona, dove un reparto di bersaglieri si ammutinò per protesta contro le operazioni militari che l’Italia stava conducendo in Albania, e a Jesi. Ma scioperi si susseguivano in tutta Italia: erano gli anni “caldi” del dopoguerra, quelli che sono passati alla storia, come il “Biennio rosso”. Si scioperava contro la crisi economica dovuta alla riconversione economica dovuta alla fine della prima guerra mondiale (a Terni la produzione di acciaio era calata di due terzi); si chiedeva una riduzione dell’orario di lavoro: da dieci a otto ore; i contadini chiedevano terre da lavorare. Le classi più povere chiedevano la possibilità di una vita dignitosa.

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