San Valentino, un grappolo di case e una chiesa romanica

Di santi Valentino, in giro, ce ne sono diversi. La stessa Terni, che pure lo ha come patrono, ebbe due vescovi con questo nome agli albori del cristianesimo. Uno ne ha scelto: il primo in ordine cronologico, vescovo e martire. Certo è invece, che proprio quest’ultimo è il Santo Valentino che dà il nome ad un piccolo centro della Valnerina, abbarbicato sulla montagna,

in riva destra del Nera, non lontano da Ceselli. Appare chiaro dall’immagine del santo riprodotta nell’antica chiesa romanica, sopra l’altare maggiore. Il viso, innanzitutto, richiama quello riprodotto nella maschera dorata che ricopre la reliquia di Valentino nella teca ospitata sotto l’altare della basilica ternana. Vabbé che una folta barba ed una tiara da vescovo contribuiscono non poco a stabilire una somiglianza, ma comunque è lui: i paramenti, il portamento, la figura nel suo insieme… E poi è anche scritto nei testi ufficiali: quello è il San Valentino protettore di Terni. Oltretutto la conferma viene proprio dal fatto che questo piccolo centro nacque come suggello ad un accordo tra le diocesi di Spoleto e la appena ricostituita Diocesi di Terni.
Il paese nacque come castello, situato tra l’abbazia di San Pietro in Valle e Ceselli, lungo un’antica via di comunicazione che. proveniente da Colleponte vicino Macenano di Ferentillo, passava per San Pietro in Valle, San Valentino, Ceselli e quindi andava fino a Spoleto. Il castello fu fortificato verso la metà del XV secolo. Le mura sono ancora esistenti, con una serie di nicchie una delle quali contiene la cannula di una fontanella.
Il paese, fino a qualche anno fa in profondo stato di degrado, è stato in buona parte recuperato e ristrutturato nel suo patrimonio abitativo. Un patrimonio limitato, costituito da una ventina di abitazioni. Al centro svetta la facciata della chiesa, costruita nei primi anni del 1200, La classica chiesetta romanica.
I lavori di ristrutturazione a San Valentino vanno avanti da tempo e con molta calma.
Dalla Valnerina, per raggiungere in paese, chi viene da Terni svolta sinistra. C’è, evidente, l’indicazione: un chilometro. La strada è stretta e sconnessa. S’inerpica affondando in una vegetazione lussureggiante. Il paese, in un giorno feriale, appare deserto. La porta di legno con tanto di catenaccio che una volta avrebbe dovuto tenere l’intruso al di fuori delle mura, alte meno di due metri, è aperta e quasi sicuramente a volerla chiudere sarebbe un’impresa. Mostra gli anni che ha, anche se è difficile che sia quella coeva alla costruzione della fortificazione. Una betoniera è appoggiata lì vicino. Non è usata da tempo. Alcune delle ccostruzioni sono ben ristrutturate, ma una sola mostra i segni tipici di una casa abitata con costanza: una biciclettina ed alcuni giochi per bambini sono lì intorno. Sarà l’atmosfera, il silenzio, tutta quella campagna ed il verde attorno, ma quella chiesetta affascina, nonostante l’immancabile cavo telefonico in disuso e mezzo penzoloni che ne insulta la facciata. E’ chiusa, la porta della chiesa. Bisogna contentarsi di girarle attorno, di ammirarne le pietre messe lì una ad una…
Che all’interno, le pareti dell’unica navata sono quasi totalmente ricoperte da affreschi lo si legge sui libri o sulle guide turistiche: risalgono alla fine del XIV secolo o ai primi anni del XV. Alcuni di essi “appartengono all’anonimo umbro della prima metà del secolo XV, noto come maestro di Eggi o alla sua cerchia… Due immagini di San Rocco appartengono a seguaci dello Spagna”. Così è scritto in “L’Umbria, manuali per il territorio – La Valnerina, Il Nursino, Il Casciano”, realizzato a cura delle relazioni pubbliche della “Terni” nel 1977.

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