Un nazista, un’ebrea e una lezione di civiltà

 

1942, Università per stranieri di Perugia: l’ambasciatore del Reich costretto a essere gentile con una ragazza polacca.

Incoscienza? Probabilmente coraggio e fermezza ed anche la convinzione di essere nel giusto. Fattostà che quelle poche parole scambiate, quella presentazione fugace di una ragazza all’uomo impaludato nella divisa del Reich appesantita da una sfilza di medaglie, fecero vivere per alcuni giorni nell’ansia studenti, professori e tutti coloro che, per un motivo o un altro, facevano parte dell’Università per stranieri di Perugia.
Frutto dei tempi e della situazione. Perché si era nel 1942; perché quell’uomo impaludato era l’ambasciatore in Italia del Terzo Reich, Hans George Von Mackensen; e perché quella ragazza era polacca, un’ebrea polacca.
L’ambasciatore Von Mackensen aveva visitato i luoghi di produzione culturale più conosciuti a Roma, ed “aprendo” anche ad altre città che non fossero la Capitale, inserì in agenda una visita all’Università per Stranieri di Perugia. Dove giunse in pompa magna, da degno rappresentante di una nazione potente. Sceso dall’auto e fatto il suo ingresso nell’Università, fu accolto dal rettore Astorre Lupattelli. Per prima cosa Von Mackensen volle che gli fossero presentati, uno per uno, i suoi connazionali. Subito dopo il rettore gli presentò uan ragazza: “La signorina Eugenia Laski Biankwska”. “Ma non è tedesca” fu la replica dell’ambasciatore. “No, è polacca – specificò il rettore- un’ebrea polacca”.
Come mai Astorre Lupattelli compì un atto simile? Impossibile che non fosse conscio di come potesse essere valutata la sua iniziativa. E lui, oltretutto, non è che fosse personaggio da inalberare una qualche fede antifascista. Fattostà che quella giovane bionda si trovò coinvolta in una storia più grande di lei in quel momento, ma l’affrontò – anch’ella – con grande coraggio e fermezza.
L’ambasciatore non nascose affatto il proprio disappunto, e rifiutò di stringere la mano della ragazza, compiendo alcuni passi a ritroso. Il rettore Lupattelli gli si avvicinò e con educazione e rispetto, ma con una certa fermezza, gli disse: “Vostra eccellenza conosce lo scopo precipuo della nostra università. Rendere solidali gli uomini fra loro, renderli solidali a qualunque religione essi appartengano. E anche, se mi permette, a qualunque costo”.
Non si fermò Astorre Lupattelli, e mentre l’ambasciatore lo osservava con aria sdegnata e stupita, aggiunse: “Noi abbiamo qui oggi ventisette tedeschi, tre inglesi, due francesi, quattro greci, tre americani, dodici jugoslavi e la signorina Eugenia, ebrea polacca. Tra questa gente un giorno ci saranno i vincitori e i vinti. Vorrei che non si odiassero per questo. Per il momento, affidati alle mie cure, non si odiano affatto. Sono anzi molto amici. Se Vostra eccellenza me lo consente ora vorrei accompagnarla nelle altre aule”
Hans George Von Mackensen, lo guardò negli occhi, come se stesse pensadoci su, cme se stesse cercando di capire il perché il rettore pronunciasse quelle parole che suonavano temerarie se non di aperta sfida. Ed in un attimo apparve convinto: avanzò verso la ragazza e le strinse la mano. Poi con la testa fece un cenno ed invitò il rettore ad accompagnarlo nelle altre aule.
Chissà se le parole di Lupattelli lo avevano davvero fatto in qualche modo persuaso? O se per il momento avesse soprasseduto con il proposito di far intervenire in tempi successivi componenti della delegazione tedesca in Italia che avevano altri ruoli in seno all’organizzazione del Reich?
Per qualche giorno, a Palazzo Gallenga – che era stato il quartier generale del quadrumvirato ai tempi della marcia su Roma – si stette col fiato sospeso. Poi però non accadde niente. Almeno fino a quando a Perugia non arrivarono le truppe alleate, quando Lupattelli finì in un campo di concentramento per ex fascisti. Rimane una figura controversa, in qualche modo illustrata nel racconto del suo successore Aldo Capitini: “Quando Astorre Lupattelli che pur era fascista e ammiratore di Mussolini e Gentile, mi chiamò per domandarmi sul valore di studiosi da includere nei programmi non mi chiese se erano o no fascisti”.

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